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Marco Pantani
Vittoria al Tour de France 1998
Valentina Vezzali
Olimpionica individuale 2000, 2004, 2008
Ondina Valla
Olimpionica 80 metri ostacoli a Berlino 1936
Enrico Fabris
Olimpionico 2006
Tazio Nuvolari
Vanderbilt Cup 1936
Primo Carnera
Campione Mondiale Pesi Massimi 1933-34

SISS Società Italiana di Storia dello Sport convegno di Vercelli 2017 manifesto xsmallEsattamente un secolo fa, nell’autunno 1917, la Rivoluzione bolscevica cambiò il corso della storia. Nulla sarebbe stato più come prima, anche nel campo dello sport. Muovendo da questo passaggio storico epocale, l’annuale convegno della Società Italiana di Storia dello Sport, giunto quest’anno alla sua sesta edizione, intende avviare una riflessione che indaghi i significati rivoluzionari rivestiti dallo sport nelle sue più diverse sfaccettature. Lo sport, specie nel Novecento, ha concorso potentemente all’emancipazione dell’uomo e del corpo, contribuendo con le proprie risorse ai fenomeni di trasformazione politica, sociale, religiosa, ai cambiamenti nel costume e nella moda, alla liberazione della donna, all’allargamento dei diritti civili. Un tema che, con i suoi grandi protagonisti individuali e collettivi, si presta dunque a molteplici riletture critiche in grado di valorizzare il contributo che la storia dello sport può portare allo studio della storia della società contemporanea.

VI Convegno Società Italiana di Storia dello Sport: “SPORT E RIVOLUZIONE”
Vercelli, 10-11 novembre 2017, Piccolo Studio della Basilica di Sant’Andrea

Comitato organizzatore: Eleonora Belloni, Deborah Guazzoni, Nicola Sbetti.

Comitato Scientifico: Eleonora Belloni, Felice Fabrizio, Andrea Claudio Galluzzo, Sergio Giuntini, Marco Impiglia, Marco Mariano, Nicola Sbetti, Angela Teja, Edoardo Tortarolo.

 Si ringraziano: Angela Teja, Luciano de Luca e Adriana Balzarini per l'aiuto al Comitato organizzatore.

Per informazioni scrivere a: info@societaitalianastoriasport.it 

 

SINTESI DEGLI ABSTRACT

 

Sport e rivoluzione fascista. Gli stadi di calcio come veicolo di propaganda e strumento di consenso popolare

Matteo Anastasi
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Rivoluzione fascista significò anche rivoluzione sportiva. L’Italia di Mussolini fu, infatti, il primo Stato, insieme all’URSS, a organizzare una solida politica propagandistica con l’intenzione di forgiare una «nazione sportiva» . L’obiettivo era rompere con l’indolenza atletica dell’“Italietta liberale” e plasmare l’uomo nuovo, che avrebbe avuto fra le sue principali caratteristiche quella di essere un homo sportivus. A tal fine il regime impiegò ingenti risorse negli impianti, dotando ogni comune di uno standard minimo di attrezzature, presto assai frequentate grazie a una maggiore disponibilità di tempo libero, seguita alla riduzione dell’orario lavorativo degli italiani, conseguente all’entrata in vigore della legge n. 473 del 17 aprile 1925.
Il regime «fece del calcio uno sport istituzionalmente fascista nel 1926 (anno della Carta di Viareggio, ndr), data a partire dalla quale venne sfruttato in patria per distogliere l’attenzione dai contrasti politici e sviluppare il senso dell’identità italiana, mentre all’estero divenne uno strumento diplomatico per migliorare la posizione del regime a livello internazionale» . In tal senso, gli stadi del calcio divennero «la rappresentazione teatrale della comunità fascista e del crogiuolo in cui veniva forgiata l’identità fascista» , costituendo vere e proprie vetrine architettoniche, attraverso le quali fu possibile esercitare sia l’organizzazione e il controllo delle masse, sia la propaganda e, appunto, la creazione di una nuova identità nazionale. La prima normativa italiana volta a regolare la costruzione e il restauro degli impianti sportivi giunse nel 1928, anno in cui le cariche di segretario del PNF e di commissario del CONI confluirono nelle mani del gerarca Augusto Turati. Si trattava della legge n. 1580 del 21 giugno 1928, firmata da Mussolini e dal ministro delle Finanze Giuseppe Volpi. Essa subordinava al parere del CONI il via libera prefettizio per la «costruzione o l’acquisto, l’adattamento e il restauro»  di qualsiasi impianto sportivo. Proprio dalla seconda metà degli anni Venti in tutta la Penisola furono inaugurati, o largamente rinnovati, stadi di grande pregio e innovazione ingegneristica. Non solo i due impianti «faro»  di Bologna (il “Littoriale”, 1927) e Firenze (il “Giovanni Berta”, 1931) ma anche, fra i molti altri, “San Siro” a Milano (1926), “Benito Mussolini” a Torino (1933), “Luigi Ferraris” a Genova (1933) e “Giorgio Ascarelli” a Napoli (1934) .
L’autore – dottorando di ricerca presso la LUMSA di Roma con una tesi dal titolo “Fascismo, sport e identità nazionale. Gli stadi di calcio come veicolo di propaganda e strumento di consenso popolare” – intenderebbe presentare al Convegno annuale della SISS lo stato di avanzamento della sua ricerca. Un lavoro che – avvalendosi di fonti archivistiche, monografie e articoli scientifici nonché della letteratura e della stampa sportiva dell’epoca – ha l’obiettivo di ricostruire la genesi dell’impianto propagandistico che culminò nell’edificazione degli stadi calcistici italiani e ne fece veicolo di costruzione identitaria.

MATTEO ANASTASI (Roma, 1989) è dottorando di ricerca in “Scienze dell’Economia Civile. Governance, Istituzioni, Storia” presso l’Università LUMSA di Roma, con una tesi dal titolo “Fascismo, sport e identità nazionale. Gli stadi di calcio come veicolo di propaganda e strumento di consenso popolare”. È cultore della materia in Storia Contemporanea presso l’Università Europea di Roma. È socio della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (SISSCO), della Società Italiana di Storia dello Sport (SISS) e dello European Committee for Sports History (CESH).

 
Democracia Corinthiana – Il soviet calcistico che favorì la transizione democratica in Brasile

Marco Arcari
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L'obiettivo della presentazione è l'analisi di come il gioco del calcio possa essere uno strumento capace di coagulare tensioni e aspirazioni sociali, grazie al quale le masse possano sviluppare una coscienza condivisa di protesta e una forma embrionale di opposizione verso un qualsiasi regime dittatoriale.
Il caso particolare qui esaminato è quello del Brasile, in un periodo storico che va dal colpo di Stato militare del 1964 alla definitiva transizione democratica del 1988. L'analisi di questo periodo rappresenta una conditio sine qua non per comprendere come lo Stato brasiliano arrivò alla transizione democratica e quali furono i principali attori politici, sociali ed economici che permisero di arrivare a una svolta istituzionale dopo ben 25 anni di dittatura militare.
Si propone quindi una rilettura in chiave storica dell'esperienza della Democracia Corinthiana, analizzando la figura di Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira e i risultati sportivi ottenuti dallo Sport Club Corinthians Paulista durante l'esperienza del “soviet calcistico” che cambiò per sempre lo status giuridico-lavorativo del calciatore professionista in Brasile e che influenzò fortemente la società brasiliana nel suo rapporto con una dittatura militare ormai al fisiologico tramonto della sua esperienza politico-economica.
Se è innegabile come l'impatto mediatico della comune corinthiana abbia svolto un ruolo importante nel processo di presa di coscienza politica delle masse brasiliane – si pensi al maggio 1982, con la delibera approvata dal Conselho Nacional des Desportos (CND) circa l'apposizione di sponsor sulle maglie da gioco dei club calcistici brasiliani e il celeberrimo slogan “dia 15 vote” apparso sulla maglia del Corinthians – è altrettanto indiscutibile che il desiderio di eliminazione di strutture gerarchiche e di democratizzazione anche all'interno del mondo del futebol non portò a una radicale trasformazione delle consuetudini politiche brasiliane, espresse in quella specie di costituzione politica materiale intrisa di corruzione e di clientelismi che tuttora dispiega i suoi effetti all'interno dello Stato.
In conclusione, la presentazione dimostra come l'esperienza della Democracia Corinthiana abbia preso parte a un processo di rivoluzione politico-sociale, svolgendo sì un ruolo importante ma solo come catalizzatore. Sócrates e i suoi compagni cominciarono a lottare per un riconoscimento, anche giuridico, dello status di calciatore professionista, ma finirono per fare propria una richiesta di normalizzazione democratica già germogliata negli ambienti culturali, specie di sinistra, e universitari brasiliani. A differenza di un'enfasi più volte condivisa, il lavoro da me svolto evidenzia che il soviet calcistico corinthiano è stato sì attore di un rivoluzione, rappresentando una presa di coscienza significante di parte della popolazione brasiliana, ma non tanto nell'ottica di un radicamento di valori e principi squisitamente democratici, quanto piuttosto nel senso di un'incessante richiesta del riconoscimento di diritti politici quali la possibilità di eleggere direttamente un Presidente della Repubblica e di partecipare a un processo costituente che portasse all'elaborazione di una nuova carta fondamentale per il Paese.

MARCO ARCARI, milanese, classe 1990. Laureato in Scienze Politiche con un elaborato a carattere storico riguardante l'esperienza della Democracia Corinthiana nel Brasile della dittatura militare. Laureando in Scienze Storiche con una tesi di ricostruzione storica di 14 stagioni dell'Olimpia Milano tramite la stampa milanese coeva. Editorialista per Basketinside.com e MY-Basket.it


Le mille e più di mille rivoluzioni di Muhammad Ali

Andrea Bacci
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Passato alla storia dello sport, e non solo, Muhammad Ali è unanimemente considerato come uno dei personaggi più famosi e maggiormente riconoscibili della società contemporanea. Nato come Cassius Clay nel 1942, Ali ha trasceso il suo ambito sportivo rivoluzionando non solo il mondo della boxe e le consuetudini di quello sport, per interagire anche in altri campi, come la politica, la religione, i mass media, che prima di lui non erano mai stati di competenza o di interesse per un agonista.
Personaggio istrionico e mai banale, Muhammad Ali è stato uno dei migliori pugili nella storia della “Noble Art”, campione fenomenale che ha in prima istanza rivoluzionato il suo sport cambiando per sempre alcune basi psico-fisiche del comportamento di un atleta sul ring e fuori, nello stile di combattimento e soprattutto nei rapporti con i giornalisti e con il pubblico. Quindi è partito da questa piccola e prima rivoluzione per attirare su di sé, volutamente e senza riserve, l’attenzione più generale della società americana prima, e del mondo intero poi. L’adesione alla setta dei “Musulmani Neri”, l’amicizia con Malcolm X successivamente tradita, il rifiuto di arruolarsi nell’esercito, la lotta incondizionata per i diritti dei neri, il ritorno al grande sport, l’essere amato incondizionatamente dai suoi tifosi e odiato senza mezzi termini dai detrattori, il coraggio di affrontare una malattia terribile e di restare sempre e comunque un punto di riferimento e il personaggio più riconoscibile addirittura degli ultimi decenni del Novecento, sono tutte tappe delle mille e più di mille personali rivoluzioni che Muhammad Ali ha portato avanti da solo, con le parole e i gesti, il tutto senza mai venire a patti con le proprie idee e le proprie convinzioni, pur nella contraddizione di essere al contempo uomo con i suoi vizi e le sue debolezze.
Se è vero, per dirla con le parole di Malcolm X, che “la rivoluzione è come una foresta in fiamme”, Muhammad Ali ha distrutto un sistema, sportivo in genere oltre che nell’ambito del pugilato mondiale in senso lato, e l’ha rimodellato un altro del tutto nuovo, a sua immagine e somiglianza, dando vita a un nuovo tipo di professionista sportivo.
Strumenti metodologici: Youtube per video e documentari, ricerche bibliografiche e nella stampa dell’epoca. Internet in generale.

ANDREA BACCI, classe 1970, laureato in Scienze Politiche con una tesi su “Lo sport nella propaganda fascista” diventato un suo libro, è autore di testi di letteratura sportiva da quasi vent’anni. Ha al suo attivo la pubblicazione di oltre trenta titoli, saggi e biografie, che hanno spaziato tra le più diverse discipline. Calcio e boxe sono i suoi sport preferiti, e dedicati al pugilato, nello specifico a Mike Tyson e Muhammad Ali, sono i suoi libri più noti, come ancora di pugilato tratta l’ultima sua opera, “Prima del Limite. Storia di pugni dati sul ring e presi dalla vita”. Da quest’anno fa parte della Società Italiana di Storia dello Sport. Vive a Cetona, provincia di Siena, con moglie e tre figli gemelli.

 
La rivoluzione su due ruote. Il ciclismo letto alla luce del paradigma rivoluzionario

Eleonora Belloni
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L’intervento si propone di leggere la storia del ciclismo sportivo in Italia alla luce del paradigma della “rivoluzione”. Si cercherà cioè di cogliere tutte le diverse accezioni che in qualche modo accostano lo sport ciclistico alla rivoluzione.
La prima, e forse più immediata, è sicuramente quella che lega il ciclismo alla rivoluzione industriale. Come altri, ma più di altri, il ciclismo è sport che nasce con la rivoluzione industriale (o meglio con la seconda fase della rivoluzione industriale). La bicicletta è uno dei prodotti di quell’industria meccanica che ha avuto un ruolo centrale nel processo di diffusione dell’industrializzazione nel continente europeo, caratterizzando soprattutto i processi di industrializzazione dei second comers, e quindi il ciclismo sportivo (e la sua diffusione) devono essere letti all’interno di questo quadro.
Ma il ciclismo non è rimasto estraneo neppure a progetti di “rivoluzione” politica. Esemplare, in Italia, il caso dei “ciclisti rossi” (con tanto di pneumatici “Carlo Marx” e biciclette “Avanti!”), che ha segnato tra l’altro una delle prime aperture importanti del movimento socialista verso una pratica sportiva guardata inizialmente con sospetto, ma che ben presto rivelò i suoi potenziali risvolti in termini di mobilitazione, fino a vedere nella bicicletta un valido alleato per la lotta di classe.
Infine, come non pensare alla “rivoluzione” sociale portata dalla bicicletta in termini di emancipazione femminile e di costume?
Sono ovviamente temi che meriterebbero ognuno di per sé un’analisi approfondita, e su cui non manca una bibliografia in taluni casi anche molto ricca. Ma l’obiettivo vuole essere quello di problematizzare, attraverso una sorta di rapida trasvolata, le molteplici chiavi di lettura che legano il ciclismo alla rivoluzione – intesa nella sua accezione economica, politica, sociale. Un’analisi che tra l’altro in molti aspetti si potrebbe estendere al concetto più ampio di sport tout court, considerato che molte delle riflessioni applicabili al ciclismo sono sicuramente (magari in tempi e modi diversi) applicabili anche ad altre pratiche sportive.

ELEONORA BELLONI è borsista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell’Università di Siena, dove collabora con le cattedre di Storia delle comunicazioni e dei trasporti, Storia dello sviluppo e Storia dell’economia e del territorio. È socia della Società Italiana di Storia dello Sport (Siss), della Società italiana per lo studio della storia contemporanea (Sissco) e dell’European Commitee of Sport History (Cesh).


Passività privilegiata o azione rivoluzionaria: il percorso politico-sportivo del sollevatore viennese Franz Huhsar

Gherardo Bonini
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Il viennese Franz Huhsar (1903-1978) è stato un valente sollevatore di pesi per circa un ventennio dagli esordi nel 1921 al 1941, quando cessò anzi tempo l’attività, poiché la Gestapo scoprì che essa serviva da copertura ad un’attività resistenziale. Inizialmente socialista, Huhsar aveva aderito segretamente al comunismo negli anni seguenti allo scoppio della guerra, convinto dalla maggiore coerenza rivoluzionaria ed anti-nazista di tale Partito clandestino.
Huhsar, giovane operaio delle società ferrotranviere di Vienna, aveva aderito al relativo club sportivo e si era distinto come specialista delle prove ad un braccio, battendo un primato mondiale nel corso della sua permanenza nelle fila della federazione borghese. Nonostante il reiterato appello rivolto sin dal 1923 alle associazioni sportive dal Partito socialdemocratico austriaco di rompere le relazioni con le società borghesi e di assemblarsi sotto la federazione sportiva socialdemocratica (ASKÖ), il club sportivo ferrotranviere solamente nel 1927 aveva voltato le spalle allo sport borghese e Huhsar era entrato nell’ASKÖ dal quale non era mai uscito sino alla guerra civile del febbraio 1934, al contrario di molti altri sollevatori e sportivi che, a seconda della convenienza, avevano fatto l’altalena tra i due campi.
All’interno della SASI, la federazione sportiva internazionale d’orientamento socialista, Huhsar aveva stabilito tre primati mondiali di specialità, aveva vinto due volte il Campionato di Vienna, piazzandosi 2° alle Olimpiadi operaie di Vienna del 1931.
A Vienna, allo scoppio degli scontri, il Partito aveva rinunciato alla rivoluzione, tante volte proclamata come atto d’emergenza in favore della repubblica. Un disorientato Huhsar non combatté sulle barricate.
Nel maggio 1934, il club sportivo ferrotranviere fu ricostituito, dopo previa sostituzione dei quadri dirigenziali in modo conforme al regime austro-fascista.
Huhsar che aveva osservato le contraddizioni del proprio campo, teoricamente a favore di uno sport alternativo e nei fatti promotore di un’attività speculare a quella borghese, scelse una posizione di sorda conformità, partecipando alle sole gare a squadre. Altri suoi colleghi si erano invece “riciclati” tranquillamente nel nuovo corso.
Al momento dell’inglobamento dell’Austria nella Germania nazista, Huhsar aveva continuato ad adottare una passività più o meno privilegiata, assistendo fra l’altro ad un nuovo “riciclaggio”. La durezza del nuovo corso e l’influenza di compagni più risoluti, d’orientamento comunista, lo persuasero ad una scelta di campo finalmente rivoluzionaria e ad un confronto senza remore. Durante un secondo processo che avrebbe potuto consentirgli condizioni più miti, Huhsar non rinnegò niente, accusando apertamente il regime nazista. Egli rimase nei campi di prigionia sino alla liberazione alleata.
Dopo la guerra, per un paio di stagioni, Huhsar tornò alle gare, ma non ebbe nessun plauso e nessun riconoscimento, mentre altri colleghi, compromessi con i passati regimi, tornarono in pedana a rappresentare la nuova Austria.
A traverso fonti bibliografiche secondarie ma aggiornate, il contributo si propone di illustrare la maturazione graduale delle posizioni politiche di Huhsar in parallelo alle vicende del suo paese.

GHERARDO BONINI, nato a Verona nel 1959 e residente a Firenze. Laureato in filosofia, dal 1989 lavora presso gli Archivi storici dell’Unione europea, dal 2013 è vice-direttore. Dal 1993 studia la storia dello sport in particolare il sollevamento pesi, il nuoto, la storia sportiva dell’Austria. Ha pubblicato contributi soprattutto in lingua inglese, su alcune enciclopedie e in diversi giornali specializzati, in libri a più autori e atti congressuali. Membro fondatore della SISS, fa parte del CESH e dell’ISHPES.

 
La rivoluzione televisiva dello sport (1988-1993): attori, strategie, offerta

Paolo Carelli
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Come ampiamente sottolineato da autorevoli studiosi di mezzi di comunicazione (cfr. Aldo Grasso 2003; 2011), la televisione ha contribuito nel corso dei decenni a trasformare l’essenza stessa dello sport, sia - in taluni casi - nella sua dimensione regolamentare e costitutiva, sia soprattutto in quella della sua rappresentazione. A influire sui linguaggi e le modalità di narrazione dello sport è in particolare il sistema televisivo nel suo complesso, le sue dinamiche, le regole, gli attori in campo, la trasformazione del pubblico; sono anche le condizioni istituzionali, economiche, tecnologiche, culturali a determinare il tipo di offerta contribuendo così a sedimentare un determinato tipo di immaginario sportivo.
In questo senso, un periodo decisivo e rivoluzionario nell’evoluzione della rappresentazione dello sport nella tv italiana è quello che va dal 1988 al 1993; una fase che attraversa trasformazioni epocali del sistema televisivo nazionale e nella quale prendono forma e si delineano gli assetti produttivi e organizzativi dei decenni successivi. Cinque anni che hanno ridisegnato il panorama televisivo nazionale e nei quali lo sport ha giocato un ruolo determinante, diventando uno dei generi e contenuti principali su cui si consumano dure battaglie di carattere politico ed economico tra i diversi attori del sistema.
Nell’ambito del sistema televisivo nazionale, infatti, il periodo preso in esame mette in luce un vero processo di rivoluzione, ovvero di sostituzione rispetto al modello precedente, con l’istituzionalizzazione del duopolio in seguito alla legge Mammì (1990), e la nascita delle tv a pagamento; dentro questo processo, lo sport assume un ruolo rilevante e vede trasformare radicalmente le proprie modalità di narrazione e rappresentazione.
Dal 1988, anno in cui Fininvest sigla un accordo con Tele Capodistria che trasforma in maniera decisiva l’offerta sportiva in tv sui network commerciali, fino al 1993, anno delle prime partite del campionato di calcio sulle pay-tv, ma anche dell’interessante contaminazione tra sport e intrattenimento sperimentata dal servizio pubblico con il programma Quelli che…il calcio, il quinquennio è indicativo di come, in uno dei periodi storici di autentica rivoluzione del mezzo televisivo, lo sport sia stato oggetto privilegiato d’attenzione e di contesa, mostrando di sapersi adattare ai mutamenti di linguaggio e di modalità produttive in atto e, soprattutto, di diventare elemento caratterizzante e distintivo delle strategie editoriali e commerciali dei singoli broadcasters.  

PAOLO CARELLI, insegna International Media Systems presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e svolge attività di ricerca presso il CeRTA (Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi) dello stesso ateneo. Nell'ambito della saggistica sportiva, è autore del volume "Il Brasile d'Europa. Il calcio nella ex Jugoslavia tra utopia e fragilità" (2016).

 
Ambiguités révolutionnaires autour du champion: débats autour de l’élite sportive dans l’URSS de la fin des années 1920

Sylvan Dufraisse
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A la fin des années 1920, au lendemain des Spartakiades de 1928, la question de l'élite sportive en URSS se pose. Cela donne lieu à des débats publics autour de ce que doit devenir le sport en URSS. Se posent de multiples questions : accepte-t-on les champions ? Que faire des anciens sportifs et des éléments bourgeois qui perdurent dans la patrie des soviets ? Ces questions opposent les différents représentants qui composent le Comité de Culture physique et démontre que ce qui apparaît a posteriori comme un mouvement uniforme était marqué par de nombreuses tensions et des débats idéologiques profonds.

SYLVAIN DUFRAISSE, è docente presso l'Università di Nantes e fa parte del CENS (Centre nantais de sociologie). La sua tesi ha riguardato la formazione dell'elite sportiva sovietica e le politiche pubbliche realizzate in URSS dal 1934 al 1980 per produrre sportivi di rilievo internazionale.

 
Roma o Mosca. Due modelli sportivi rivoluzionari a confronto

Felice Fabrizio
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Il Novecento è il secolo dei totalitarismi, ciascuno dei quali rivendica con fierezza una funzione di rottura radicale con il passato.
I caratteri innovativi, rintracciabili in ogni aspetto del totalitarismo in azione, sono particolarmente evidenti nella politica di costruzione del consenso, che utilizza potenti organizzazioni di massa.
L’estensione dell’attività del partito-stato a tutti gli ambiti della vita quotidiana coinvolge e valorizza anche le attività fisico-sportive.
La relazione si propone di ricostruire nelle loro linee essenziali i sistemi sportivi edificati negli anni compresi tra i due conflitti mondiali dal fascismo e dall’Unione Sovietica, al fine di evidenziarne tanto le analogie, molto più numerose e significative di quanto lascerebbe pensare l’apparente inconciliabilità dei due modelli ideologici, quanto le dissomiglianze.
A tale scopo saranno presi in esame, ove possibile con l’aiuto di materiali audiovisivi, le origini e gli sviluppi ideologici ed organizzativi dei due sistemi.

FELICE FABRIZIO, milanese, si occupa da più di quarant’anni di storia dello sport. Ha pubblicato undici saggi e numerosi articoli, ha tenuto relazioni in congressi e convegni, ha promosso corsi di formazione per docenti e interventi presso istituti scolastici, biblioteche ed enti locali. Attualmente è presidente onorario della Società Italiana di Storia dello Sport.

 
Tentare la rivoluzione, reprimere la rivoluzione: storia e retorica del primo esperimento di calcio femminile in Italia (Milano, 1933)

Marco Giani
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Nel 1933, a Milano, un intrepido gruppo di giovani donne auto-denominatosi “Gruppo Calciatrici Milanesi” (GCM) tentò di organizzare la prima società di calcio femminile in Italia.
L’intervento, oltre a fornire elementi utili per una ricostruzione storiografica complessiva della vicenda, vuole concentrarsi soprattutto sulla retorica e quindi sull’ideologia delle calciatrici milanesi, tramite lo spoglio completo degli articoli che la rivista sportiva Il Calcio Illustrato dedicò all’avventura del GCM in quel 1933. Al centro della ricerca ci saranno quindi le parole: non soltanto le parole (maschili) dei giornalisti della rivista, ma soprattutto le parole delle dirette interessate, nella forma sia di manifesti e lettere inviate al giornale, sia di quelle interviste che servirono poi ad un inviato del Il Calcio Illustrato per assemblare un (preziosissimo, col senno di poi) reportage sul campo. Oltre all’aspetto verbale, grande spazio verrà dato anche a quello iconografico, tramite l’analisi delle irriverenti vignette del giornale dedicate alla GCM, nonché alle fotografie dello stesso proposte ai propri lettori.
Dato il momento storico, le calciatrici si rendevano ben conto dell’assoluta fragilità del loro tentativo. Pur avendo trovato insperati appoggi in una società milanese evidentemente ancora - nonostante tutto - abbastanza open-minded per sostenere le proprie figlie e sorelle che volevano semplicemente giocare quello che nel Belpaese era  il gioco maschile per eccellenza, le giovani sportive erano coscienti del loro status di rivoluzionarie. Tramite la loro semplice compagine sportiva stavano minando alle fondamenta l’immagine della donna dell’Italia fascista, la rigida settorializzazione sessuale della sua ideologia, la limitazione dell’attività sportiva femminile ad alcune “convenienti” discipline.
Proprio per questo motivo, nei vari interventi delle calciatrici è possibile individuare un’implicita quanto precisa strategia retorica: vedendosi già condannate alla sconfitta (che effettivamente arriverà nel giro di qualche mese), decisero di giocare all’attacco, presentando la loro attività non solo come innocua per il regime fascista, ma addirittura come fascistissima. In uno strabiliante black-out ideologico che passava prima di tutto attraverso la ri-semantizzazione di alcune parole chiave dell’ideologia sportiva fascista, le calciatrici, da una parte educate sin dalla giovane età all’attività sportiva (per quanto non ancora agonistica) nelle scuole del Regno, e dell’altra appassionate tifose di quel calcio maschile sul quale il regime stava puntando sempre di più le proprie fiches come strumento di propaganda popolare, chiedevano semplicemente di tirare le fila di quella educazione sportiva che lo stesso Fascismo aveva proposto loro. Se avevano giocato a tutto, perché non potevano ora dedicarsi allo sport nazionale? Perché doveva rimanere una prerogativa dei maschi, quando anche loro, data qualche precauzione legata soprattutto al contatto fisico, potevano viverlo da vere donne sportive fasciste?
Il tentativo rivoluzionario delle calciatrici milanesi verrà represso delle autorità sportive del regime nel giro di qualche mese. Ciò nonostante, il loro straordinario (e per nulla ingenuo) esperimento merita di essere studiato a fondo: provarono a cambiare dall’interno, sfruttando le stesse parole e idee della dittatura che le reprimeva, la società in cui era toccato loro di vivere.

MARCO GIANI, nato nel 1984 a Gallarate (VA), dopo studi classici si iscrive al corso di Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano, dove si laurea con tesi in Storia della Lingua sotto la guida di Ilaria Bonomi; vince quindi un dottorato con borsa presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove studia il lessico politico della Venezia rinascimentale, sotto la guida di Francesco Bruni. Negli anni successivi continua a pubblicare su lessico e pensiero politico cinquecentesco, affianco a tale attività post-doc quella dell’insegnamento della Storia e della Geografia in un istituto scolastico di Milano.

 
L’Uruguay alle Spartachiadi del 1928

Federico Greco
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Nell’agosto del 1928 l’Unione Sovietica, non ancora riconosciuta dal CIO e per questo impossibilitata a partecipare alle appena concluse Olimpiadi di Amsterdam, organizza le Spartachiadi, vere e proprie Olimpiadi alternative che proclamino l’unità degli sportivi proletari in opposizione alla borghesia. Il programma include un torneo di calcio cui si iscrivono anche squadre provenienti da altri paesi. Tra queste spicca per risultati ottenuti e distanza percorsa la rappresentativa della uruguayana Federación Roja del Deporte, una sorta di federazione parallela, anzi alternativa, alla Asociación Uruguaya de Fútbol.
Il motivo che spinge alla fine degli Anni Venti del secolo scorso degli operai sudamericani ad attraversare l’Oceano pur di partecipare alle Spartachiadi è presto spiegato. Gli ori conquistati dalla Nazionale maggiore ai tornei olimpici di calcio di Parigi 1924 e di Amsterdam 1928 sono stati festeggiati dagli uruguayani con eccessivo entusiasmo, che sarebbe giustificabile, secondo giornali di ispirazione comunista come Justicia o El Sol, solo in caso di importanti conquiste sociali. Ma l’esistenza stessa della Federación Roja del Deporte dimostra che per i lavoratori ad essa iscritti lo sport in generale e il calcio in particolare non possono essere appannaggio della sola borghesia, ma sono terreno per la lotta di classe.
Fonti: Roberto Bussero, basandosi sulle ricerche di A. Sanchez, Espartakiadas contra Olimpíadas; Susan Grant, Physical Culture and Sport in Soviet Society.

FEDERICO GRECO, insegnante di Matematica e/o Fisica al Liceo, dopo la laurea ha frequentato per una decina di anni il mondo della ricerca universitaria, in qualità di dottorando o assegnista. A partire dal 2011 ha coniugato il suo spirito da ricercatore con la passione per lo sport, in generale, e per il calcio, in particolare, riversandole nel blog Calcio Romantico e nel libro “Calcio (poco) romantico”, uscito nel 2016. Il tutto in collaborazione con Daniele Felicetti.


Sport e rivoluzione: il modello sovietico, tra continuità e rotture

Enrico Landoni
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La rivoluzione bolscevica, anche in ambito sportivo, rappresentò un oggettivo momento di svolta e discontinuità, le cui conseguenze più importanti ed evidenti non si manifestarono però nell’immediato. Vi fu anzi – e questo è il primo fondamentale focus dell’intervento – una fase di sorprendente continuità culturale ed organizzativa rispetto al recente passato zarista. Da sportsman attivo e appassionato, Lenin mutuò in particolare l’assetto rigorosamente centralistico e dipendente dalla politica del modello sportivo venutosi a creare nella Russia pre-rivoluzionaria e, sul piano ideologico-cultural-valoriale, scelse di combinare l’approccio materialistico e marxiano con la feconda lezione di Pyotr Franzevich Lesgaft (1837-1909).  Di qui lo sviluppo di una netta dicotomia tra cultura fisica e sport, destinata a rappresentare un tratto distintivo e sostanzialmente permanente del modello sportivo sovietico, sia pure nel quadro di un progressivo avvicinamento tra questi apparenti opposti, peraltro favorito dalla svolta “agonistico-spettacolare” voluta nel corso degli anni ’30 da Stalin.
Oltre che a ripercorre questi snodi, l’intervento proposto mira evidentemente ad illustrare, fase per fase, le peculiarità del modello sovietico e soprattutto le novità da esso introdotte sulla scena internazionale, lasciando sullo sfondo la percezione occidentale di queste svolte e la ricezione mostrata nei loro confronti dal Comitato Olimpico Internazionale.

ENRICO LANDONI, è professore associato di Storia Contemporanea (M-STO/04). È coordinatore del corso di laurea in Scienze Politiche e Sociali presso l’Università Telematica eCampus, dove insegna Storia Contemporanea, Storia dei Partiti e dei Movimenti Politici e Storia del Giornalismo. È inoltre titolare dell’insegnamento di Storia e Legislazione nello Sport (modulo di storia), presso la Scuola di Scienze Motorie dell’Università degli Studi di Milano.


Gli sport della rivoluzione. Il ruolo delle competizioni sportive nella propaganda dei regimi comunisti

Claudio Mancuso
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Sulla scia della profonda e longeva eredità trasmessa dalla rivoluzione bolscevica del 1917, lo sport ha assunto un ruolo chiave nella geopolitica dei regimi comunisti nati dopo la seconda guerra mondiale in diversi continenti del mondo.
L’organizzazione di competizioni sportive a carattere nazionale e internazionale, l’esaltazione dello sport come forma di espressione dell’ideologia rivoluzionaria, la presenza della dimensione sportiva nei manifesti di propaganda, sono solo alcuni degli aspetti che caratterizzano il legame tra sport, politica e rivoluzione nei regimi comunisti europei ed extra-europei.
Obiettivo del contributo proposto è pertanto quello di analizzare in chiave comparativa il ruolo dello sport all’interno degli apparati di propaganda messi in atto dai regimi comunisti negli anni della Guerra Fredda.
In particolare saranno presi in considerazione i seguenti casi studio: URSS, Cecoslovacchia, Albania, Romania, Repubblica Democratica Tedesca, Etiopia, Cina, Corea del Nord, Vietnam e Cuba.
Attraverso l’analisi delle gare sportive (come le Spartachiadi o le Daciadi o ancora le competizioni scenografiche della Corea del Nord), dei poster di propaganda o delle raffigurazioni dei vari leader all’interno di una cornice sportiva sarà rappresentato il binomio inscindibile sport-rivoluzione nelle esperienze politiche delle dittature comuniste di quel periodo storico.

CLAUDIO MANCUSO, è dottore di ricerca in Storia dei partiti e dei movimenti politici (Università degli Studi di Urbino). Già docente a contratto presso le università di Milano, Messina, Palermo, Modena e Reggio Emilia, Torino, è membro dal 2015 della SISS (Società Italiana di Storia dello Sport) e del CESH (European Committee for Sports History). L’attività di ricerca portata avanti risulta focalizzata sui processi di rappresentazione simbolica del potere politico e religioso e sui meccanismi di costruzione del consenso in epoca moderna e contemporanea.


Ashe: il successo è un viaggio

Alessandro Mastroluca
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Il successo è un viaggio. Non una destinazione. Nel suo percorso di uomo e di atleta, Arthur Ashe ha trasformato il suo sport, il tennis, si è battuto per l’uguaglianza dei diritti e per l’auto-determinazione dei giocatori. È diventato il primo uomo di colore a trionfare a Wimbledon, dove prima i neri potevano entrare solo come giardinieri o camerieri. E il primo a giocare nel Sudafrica dell'apartheid, chiedendo che vengano eliminati gli accessi e i settori separati per bianchi e neri. A Johannesburg lancia una sfida, porta l'esempio di un nero libero e ammirato in uno sport per bianchi. Il poeta dissidente e bannato Don Mattera gli dedica una poesia rimasta celebre, Anguished-Ashe.
La sua reputazione va ben oltre i successi sportivi. L’immagine senza macchia dell’uomo, che costituiva il più prezioso dei suoi beni, è anche la sua eredità più profonda e duratura. La lotta per l’istruzione dei neri americani, le battaglie contro ogni forma di discriminazione ne fanno un simbolo e un esempio. Ha tracciato la strada nel segno della normalità, un percorso che non si nutre di eccezionalità ma che serve da guida, affinché altri possano seguirne le orme e partire verso traguardi persino più alti. Ha dimostrato la sua forza anche nella malattia. Costretto dalla stampa a confessare di essere affetto da AIDS, è rimasto un esempio di compostezza e dignità. Il fardello più pesante, tuttavia, non è stato quello che l’ha condotto alla morte, ma quello legato alla sua nascita e al colore della sua pelle. Sentirsi diverso e mai completamente a casa è rimasta una condizione ineludibile che l’ha accompagnato sempre. La vicinanza con Martin Luther King e le prime forme di discriminazione subite dal giovane Ashe sono l’occasione per rivivere momenti che non possiamo che definire rivoluzionari: il boicottaggio degli autobus a Montgomery, la battaglia di James Meredith per diventare il primo nero a iscriversi all’Università del Mississippi, la Marcia su Washington e l’indimenticabile discorso I have a dream. La sua presenza in Vietnam nell’autunno del ’68, per giocare delle esibizioni mirate ad alzare il morale delle truppe, arriva nel momento di massima ostilità dei neri contro quella guerra: un percorso che si è avviato grazie a Mohammed Ali, primo sportivo di rilievo mondiale a rifiutare la leva, dopo il titolo mondiale e l’ingresso nella Nation of Islam di Malcolm X, fautore di un’ideale nazione nera cui Ashe si è sempre opposto.
Il racconto della vita di Arthur Ashe non può che concludersi con il capitolo più doloroso: la malattia, la confessione di essere affetto da AIDS e le ultime battaglie in nome dei malati e di Haiti. Quella di Ashe è la storia di un uomo, che ho raccontato nella sua prima biografia in italiano a lui dedicata (Il successo è un viaggio, Ultra Sport), attraversata dalla Storia e capace di cambiarla. Esiste una rivoluzione più grande?

ALESSANDRO MASTROLUCA, scrive di sport da dieci anni. È telecronista per Supertennis e autore di La valigia dello sport (Effepi), Il successo è un viaggio. Arthur Ashe, simbolo di libertà (Castelvecchi) e Denis Bergamini. Una storia sbagliata (Castelvecchi). Collabora con Fanpage.it e Tennis World. Ha seguito per l'agenzia Edipress l'inserto settimanale sulla Serie B del Corriere dello Sport.


La ricezione dello sport rivoluzionario tra i lavoratori italiani: Nenni, Pajetta e Di Vittorio davanti allo sport

Matteo Monaco
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L'attenzione per lo sport, che inizialmente fu appannaggio soprattutto di liberali e cattolici, divenne centrale anche nei discorsi dei socialisti a partire dagli anni Novanta del XIX secolo. Dopo averlo considerato come un mero “vizio borghese” i socialisti europei compresero che attraverso il mezzo sportivo era possibile tanto forgiare la nuova classe rivoluzionaria quanto favorire l'educazione e la “creazione” di un uomo nuovo socialista. Subito dopo la Rivoluzione russa, Nikolaj Lenin, durante il terzo congresso del Komosomol, l’Unione comunista della gioventù sottolineò l’importanza dell’educazione fisica come elemento centrale e colonna portante del sistema di istruzione comunista della gioventù. Il messaggio dei socialisti prima e dei comunisti sovietici poi attraversò l'Europa e giunse in Italia, dove fu recepito pienamente e applicato attraverso la creazione, nell'immediato dopoguerra, prima del Fronte della Gioventù e, in seguito, dell'Unione italiana sport popolare (Uisp).
Le nuove idee sullo sport socialista furono elaborate anche da molti teorici italiani del socialismo. Il primo a evidenziare l'importanza politica dello sport fu Giacinto Menotti Serrati, terzo-internazionalista del Partito socialista italiano e cofondatore della rivista “Sport e proletariato”. Il tema dello sport fu trattato, anche se non in maniera organica, anche da Antonio Gramsci. Negli scritti pre-carcerari Gramsci tratta in almeno tre occasioni la questione sportiva: nell'articolo “Il foot-ball e lo scopone”, in “Fascismo giornalistico” e in “La sconfitta della Fiat” riuscendo dalla semplice cronaca giornalistica sportiva a elaborare una teoria politica che fosse comprensibile anche dalle masse. Dopo Gramsci non furono pochi i leader della sinistra italiana che si interessarono di sport, tra loro Togliatti, Testa, Nenni, Pajetta e Di Vittorio. Dei primi si è già parlato in maniera diffusa in molta della lettaratura storico-sportiva, mentre differente è il caso di Nenni, Pajetta e Di Vittorio. La relazione si concentrerà soprattutto su questi tre personaggi, cercando di comprendere quale fosse la loro visione dello sport anche in relazione con gli studi gramsciani e togliattiani.
La ricerca si propone di evidenziare in quale maniera la visione sportiva rivoluzionaria sovietica sia stata assimilata dal movimento social-comunista italiano, attraverso alcuni dei principali leader del trentennio 1917-1947. Oltre allo studio bibliografico, la ricerca sfrutterà i materiali documentali presenti nell'Archivio della Cgil e del Pci, oltre a quelli presenti all'Archivio centrale di Stato e all'archivio dell'Uisp. A fianco delle fonti documentali, la ricerca si avalerà dell'uso dei principali periodici di area social-comunista, su tutti L'Unità e il Paese Sera.

MATTEO MONACO, è dottore di ricerca in Storia contemporanea. Ha ottenuto il titolo con lode nell'anno accademico 2016 con una tesi dal titolo "L'uso politico dello sport in Italia nel Secondo dopoguerra (1945-1960)". Si occupa principalmente di storia sociale del XX secolo con particolare attenzione alla questione del tempo libero e dello sport negli anni Cinquanta del Novecento. Ha partecipato a diversi congressi internazionali sul rapporto tra sport e società. È membro della Siss (Società italiana di storia dello sport) ed è commissario della Sezione "Tradizioni culturali e beni orali" del dipartimento di "Beni culturali sportivi".


Rivoluzione in piscina: una breve storia dell’abbigliamento acquatico (dal cotone ai tessuti tecnologici)

Bruna Opieco Pereira
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Bianca Gutierrez Gianatti
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Mayara Torres Ordonhes
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André Mendes Capraro
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Rodrigo Cribari Prado
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È noto che la relazione dell’uomo con l’ambiente acquatico, all’inizio, fosse una questione di sopravvivenza. Il nuoto, in tal senso, è legato allo sviluppo della civiltà, visto che l’uomo spesso abbisognava di questa abilità fisica nel suo quotidiano. I primi costumi da bagno non erano infatti destinati alle prestazioni atletiche, ma servivano solo a coprire determinate parti del corpo. Fatti in cotone e simili all’abbigliamento quotidiano (pantaloncini da uomo e abiti da donna), disturbavano i movimenti perché erano troppo pesanti. I cambiamenti, che si sono verificati in questo tipo di abbigliamento nel corso del ventesimo secolo, sono stati influenzati dallo sviluppo dell’industria tessile, dai cambiamenti nella moda, dalle regole di esposizione corporale e pure dall’evoluzione della pratica sportiva. Con la popolarizzazione della pratica del nuoto competitivo, le marche di prodotti sportivi e i nuotatori cominciarono a preoccuparsi dello sviluppo di tute da bagno più appropriate. Negli anni Sessanta gli esperti di aerodinamica iniziarono esperimenti di costumi con scanalature microscopiche sulla superficie, simili alle pinne degli squali veloci. Il culmine fu la creazione di costumi realizzati con la presenza di poliuretano (popolarmente chiamati di placcati oppure gommoni) nel 2008, un fatto che, addirittura, generò un dibattito etico che sfociò nel divieto di questo tipo di indumento. Lo scopo di questo saggio, di carattere esplorativo, è quello di analizzare il processo di sviluppo dell’abbigliamento utilizzato nel nuoto dal XIX secolo ad oggi.
Riferimenti bibliografici:
Associazione Italiana Cultura Sport, (2014). Doping tecnologico: i costumi in poliuretano. Recovered in august 2017 from: http://www.nonsolofitness.it/sport/nuoto/doping-tecnologico-i-costumi-in-poliuretano.html
CAMPOS, R., DE ANDRADE, R.M. A natação feminina goianiense na década de 1970: memórias, mitos e maiôs. Anais do VIII Seminário Nacional de Pesquisa em Arte e Cultura Visual: arquivos, memorias, afetos. Goiânia, GO: UFG/ Núcleo Editorial FAV, 2015.
CRUZ, A. S. Tecnodoping – Desenvolvimento de fatos de banho para competição em natação pura. 2012. 178 f. Dissertação (Mestrado em design de equipamento) – Universidade de Lisboa. Lisboa, Portugal. 2012.
KANEFUKU, J. Y. Influência do traje de alta tecnologia blueseventy no desempenho em natação. Repositório Digital UFRGS. 2009.
KRUG, D., MAGRI, P. Natação aprendendo para ensinar. 1 ed. São Paulo: All Print. 2012.

ANDRÉ MENDES CAPRARO, è professore dell'Universidade Federal do Paraná, dove tiene il corso di storia dello sport ed è coordinatore di un gruppo di studio nel Dipartimento di Educazione Fisica.

BRUNA OPIECO PEREIRA, laurea in Physical Education alla Federal University of Paraná, studente di laurea specialistica in Physical Education presso la Federal University of Paraná, membro del Center of Research in Sports, Leisure and Society (CEPELS) - UFPR.

MAYARA TORRES ORDONHES, laureata in Physical Education alla Federal University of Paraná - Brazil. Studente di laurea specialistica in “Sports, Leisure and Society” presso la Federal University of Paraná - Brazil.


La Scherma e la rivoluzione – dal 1898 al 1989

Fabrizio Orsini
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In novant’anni di storia la scherma italiana ed europea ha compiuto tutta la sua parabola epica dal duello come strumento di giustizia personale alla gara sportiva e infine come strumento di propaganda politica.
Gli schermitori italiani hanno fatto la loro parte e la scherma italiana ha saputo accogliere numerosi maestri dell’oriente europeo, che hanno costruito campioni e portato le novità che mancavano per far compiere un salto di qualità nell’approccio tecnico.
Dalla migrazione di Luigi Barbasetti e Italo Santelli di fine ottocento, passando per Bino Bini e Livio di Rosa nell’est europeo dei primi del novecento, alla venuta nella penisola di Janos Kevey, Bela Balogh, Egon Franke e Ryszard Zub negli anni ‘60 e ‘70, le cose da dire sono molte e appassionanti. Dalla contaminazione fra le armi per creare una nuova tecnica, ai programmi di preparazione fisica dello schermitore. Dalle grandi masse di neofiti a disposizione di maestri orientali ai numeri instabili e fluttuanti della fine del novecento, fino alla crisi, che ha visto l’Italia nuovamente protagonista della scherma a inizio millennio.

FABRIZIO ORSINI, architetto, classe 1969, si occupa di storia della scherma e di manualistica dello sport in generale. Per la SISS cura i rapporti con l’Enciclopedia Italiana Treccani, quale referente per l’area sport del Dizionario Biografico degli Italiani. Ha partecipato ai convegni della SISS ed è il vice direttore editoriale dei Quaderni della SISS.


Vincerai con zampe di ghepardo: la rivoluzione delle protesi nello sport paralimpico, da Oscar Pistorius ad oggi

Dario Ricci
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Il progresso scientifico ha un ruolo sempre più decisivo nello sport per disabili. Lo testimonia la battaglia legale che alla vigilia dei Giochi di Pechino 2008 Oscar Pistorius ha dovuto combattere contro la Iaaf per dimostrare che le sue protesi metalliche non lo avvantaggiassero (lui, amputato bilaterale) nei confronti degli atleti normodotati. Ma, al netto delle polemiche, la tecnologia è ciò che permette ai Giochi paralimpici di essere sempre più competitivi e spettacolari.
Le protesi dei blade-runner paralimpici sono senz’altro l’aspetto più appariscente del grande lavoro tecnologico che sta dietro a questi Giochi. Ma tutti gli sport, chi più chi meno, si giovano dell’apporto delle ultime scoperte scientifiche. Attraverso l’analisi della pubblicistica relativa alla cronaca dei grandi recenti eventi paralimpici, e tenendo conto degli sviluppi tecnici realizzatisi a velocità esponenziale nel solo ultimo decennio, proviamo a disegnare la parabola di quanto è accaduto, di quanto sta accadendo e, soprattutto, di cosa avverrà domani.
Le sedie a rotelle utilizzate dagli atleti sono tutto fuorché banali carrozzine. Quelle utilizzate nell’atletica, o le handbike dei ciclisti, sono costruite in lega di titanio: la loro componente aerodinamica è testata in gallerie del vento, con spinte contrarie fino a 50 chilometri orari; questo per garantire all’atleta il massimo della stabilità possibile, oltre che massimizzare l’energia derivante dalla spinta delle braccia e trasformarla in movimento.
Pensate per offrire all’atleta la massima velocità e agilità possibile sono invece le sedie a rotelle utilizzate nel tennis, dotate di due cerchioni più grandi e più rigidi del normale, e di una pedana anteriore per conservare la stabilità.
Persino la realizzazione dei guanti per la spinta delle carrozzine non è lasciata al caso: adesso vengono realizzati in termoplastica, un materiale che (rispetto alla semplice pelle imbottita) permette di ottimizzare l’energia e ridurre al minimo la dispersione di forza, nonché aiutare i muscoli della mano.
La tecnologia è fondamentale anche per gli atleti non vedenti. Il caso più emblematico è quello del calcio, dove viene utilizzato un pallone dotato di uno speciale sensore che emette suoni quando la sfera è in movimento, permettendo ai calciatori di orientarsi. Qualcosa di simile avviene anche nelle specialità di salto, in cui l’atleta riesce ad individuare la pedana grazie ad una serie di segnali acustici.
Ma sono piccoli aiuti: è la scienza che assiste l’uomo, gli restituisce solo ciò che una malattia o uno sfortunato incidente gli aveva tolto. Nulla di più. I protagonisti restano gli atleti. Sempre più proiettati, però, in un futuro a crescente connotazione tecnologica. Una rivoluzione che, gara dopo gara, sta cambiando la nostra percezione dello sport paralimpico. O, meglio, dello sport.

DARIO RICCI, (Roma, 1973) è una delle voci dello sport più note di Radio24-IlSole24Ore. Come inviato di Radio24 ha seguito gli europei di calcio 2004, le Olimpiadi invernali di Torino 2006, quelle di Pechino 2008, i Mondiali di nuoto di Roma 2009, i Mondiali di calcio del 2010 e del 2014, le Olimpiadi di Londra 2012 e Rio de Janeiro2016. Ideatore e autore di diversi programmi su Radio24, conduce Olympia-miti e verità dello sport, grazie alla quale ha vinto lo Sport Media Pearl Award 2015. Con la casa editrice Infinito Edizioni ha pubblicato I ragazzi di Brema e, con Daniele Nardi, In vetta al mondo e La migliore gioventù. Insieme a Carlo Santi, sempre per lo stesso editore, ha pubblicato Oro Azzurro. Grazie al libro La migliore gioventù ha conseguito il premio giornalista dell’anno 2015 assegnato dall’Associazione Nazionale Alpini.


Le origini storiche dello sport popolare in Italia

Nicola Sbetti
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L’espressione “sport popolare” molto in voga oggi negli ambienti della “sinistra antagonista” individua una serie di attività e realtà sportive autorganizzate che agiscono al di fuori del tradizionale circuito federale e dei principali enti di promozione sportiva (anche se in certi casi partecipano al primo con l’intento di trasformarlo o si appoggiano ai secondi sul piano organizzativo). La particolarità è che i suoi praticanti interpretano lo sport come uno strumento per promuovere particolari istanze (con tematiche quali l’anti-fascismo, l’anti-razzismo e l’anti-sessismo), ma soprattutto esprimono l’esigenza di praticarlo in un ambiente più inclusivo, privo di ansie agonistiche e senza quelle barriere economiche, burocratiche, di genere ecc… presenti nello sport più istituzionalizzato.
Si tratta di un fenomeno recente nato sulla scia delle “palestre popolari” dei centri sociali e dell’“invenzione” dei mondiali antirazzisti, targati UISP, che tuttavia ha delle profonde radici storiche a cui il movimento guarda, non senza una certa nostalgica ideologica e una tendenza alla creazione di miti.
L’obiettivo della presentazione sarà quello di proporre una panoramica sulle origini storiche e sull’evoluzione del termine “sport popolare” con una particolare attenzione alla cesura rivoluzionaria del 1917 e al suo impatto sullo sport italiano.
L’obiettivo è dunque quello di presentare uno stato dell’arte sul tema, così da evidenziare i punti forti e quelli critici delle (poche) ricerche già svolte sul tema “sport popolare” e su quelle (molto più significative) sui movimenti “rivoluzionari” o quantomeno “antagonisti” che si sono rapportati allo sport dal 1917 ad oggi. L’idea è quindi di porre le basi per una ricerca sull’evoluzione storica della declinazione del concetto di “sport popolare” in Italia.

NICOLA SBETTI, assegnista di ricerca presso il dipartimento di Storia, culture e Civiltà dell'università di Bologna. Membro della Siss dal 2010. Si occupa di storia dello sport in Italia e in particolare della relazione fra sport e politica. Ha pubblicato Giochi di Potere. Olimpiadi e politica da Atene a Londra (1896-2012) per Le Monnier nel 2012 e diversi saggi in riviste nazionali e internazionali.


Tavola rotonda: “Sport a Vercelli”

Il circuito automobilistico: un grande evento sportivo nella Vercelli dell’immediato dopoguerra

Silvano Beltrame
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Nel 1947 Vercelli ospitò, al pari di altre ben più importanti città italiane, lo svolgimento di un “Circuito” automobilistico cittadino in quel periodo di rinascita delle competizioni sportive di un’Italia appena uscita dalla seconda guerra mondiale, che esprimeva, anche in questo modo, la voglia di “rinascita” generale nazionale.
Ad organizzarlo fu il locale Automobile Club, attraverso il suo Direttore Tito Sabatini, un romano appassionato di gare, che convinse la CSAI (Commissione Sportiva Automobilistica Italiana), deputata all’organizzazione dei ripresi Campionati Italiani di ogni categoria, ad assegnare alla città l’evento.
Con il concorso di altri canali di supporto logistico e finanziario, tra i quali spicca quello di un imprenditore tessile locale destinato ad affermarsi di lì a pochi anni in ambito nazionale ed internazionale, l’ACI provvide all’allestimento di quanto necessario: dallo studio del tracciato da percorrere fino alla logistica e a tutte le necessarie misure di sicurezza rispettose dei parametri dell’epoca.
Alla competizione venne data la connotazione di un grande evento sportivo, che si sarebbe svolto per tre fine settimana durante il mese di giugno. L’evento comprese nel primo week end una gara di ciclismo su strada, seguita, sette giorni dopo, da una competizione di motociclette, sempre sul percorso previsto, valevole per il Campionato Regionale. A concludere la “kermesse” fu la gara automobilistica, valevole per i campionati Nazionali, aperta a quattro categorie di auto suddivise a seconda della cilindrata del motore ed alla quale parteciparono piloti già famosi nell’anteguerra e piloti e scuderie che si affacciarono in quegli anni al mondo dell’automobilismo sportivo. Tra queste ultime in particolare, la partecipazione di una destinata a divenire un mito che dura ancora oggi: corse infatti a Vercelli la terza gara della sua carriera sportiva la prima vettura realizzata da Enzo Ferrari con il suo nome. La neonata casa di Maranello portò infatti in gara a Vercelli la sua rossa 125S, quella vettura che, a suon di vittorie, darà il via alla produzione di auto da competizione, e poi di serie, che ancora oggi il mondo ci invidia.
Il “Circuito” vercellese venne ripetuto l’anno successivo e vide, al pari di quello del ’47, la partecipazione di rinomate scuderie, tra le quali ancora la Ferrari e la Maserati che si sfidarono lungo le strade di Vercelli.

SILVANO BELTRAME, studioso di storia locale e appassionato di auto storiche, ha al suo attivo alcune pubblicazioni riguardanti l’archeologia e la storia vercellese e svariate ricerche sulla storia della città. Ha contribuito fattivamente e operativamente alla realizzazione di numerosi e seguiti eventi svoltisi a Vercelli e riguardanti il passato cittadino. È autore del sito http://vercellistoria.altervista.org/

 
La diplomazia vercellese nel CIO: i casi di Eugenio Brunetta d’Usseaux e Carlo Montù

Deborah Guazzoni
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Il più importante organismo internazionale sportivo mondiale, il Comitato Olimpico Internazionale, ha visto fin dai suoi primordi la presenza di vercellesi tra i suoi componenti. Eugenio Brunetta d’Usseaux (Vercelli 1857-Parigi 1919), di cui quest’anno si celebra il 160° anniversario della nascita, fu dal 1897 al 1919 membro italiano del CIO e ne resse la carica di segretario dal 1908 fino al 1919. Carlo Montù (Torino 1869-Bellagio 1949), pur essendo nato a Torino, si può considerare per origini familiari e per i suoi legami stretti, un vercellese a tutti gli effetti. Fu componente del CIO dal 1913 al 1939, nel periodo del difficile passaggio politico dell’Italia da liberale a fascista.
Entrambi furono attori e testimoni di una fase molto delicata della diplomazia sportiva internazionale, in cui le Olimpiadi si trovarono nella necessità di coniugare istanze diverse: l’aspirazione all’autonomia del CIO e varie forme di ingerenze, le influenze dello sport di matrice anglosassone e quelle del modello ginnastico eurocentrico di matrice tedesca, la nuova pedagogia sportiva decoubertiana pacifista e internazionalista e gli interessi economici e politici nazionalisti.
L’analisi dell’opera di questi due personaggi vercellesi, divisi tra istanze nazionali e ruolo internazionale, permetterà di postulare la possibile esistenza di un modello liberale piemontese della diplomazia sportiva italiana.

DEBORAH GUAZZONI, nata a Johannesburg da genitori vercellesi, è studentessa del corso di laurea in Storia presso l’Università degli studi di Milano. È una storica contemporanea con la passione per le dinamiche culturali, economiche e sportive. È consigliere dell’Associazione “Vercelli Viva”, membro della Società Storica Vercellese, Società Italiana Storia dello Sport (SISS) e del European Committee for Sports History (CESH).


Ascesa e tramonto del predominio calcistico della Pro Vercelli

Marco Impiglia
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Partendo dalla biografia - scritta per il Dizionario Biografico degli Italiani della Enciclopedia Italiana - di Carlo Rampini (classe 1891, una delle “leggende” della “Pro”), mi propongo di delineare le ragioni del successo ottenuto dalla Unione Sportiva Pro Vercelli nel “giuoco del calcio” nel periodo anteguerra e i motivi del suo declino al volgere degli anni venti. In tutto, la storia di sette scudetti (1908, 1909, 1911, 1912, 1913, 1921, 1922) e l'apporto fondamentale dato alla costituzione della squadra nazionale italiana.

MARCO IMPIGLIA, giornalista pubblicista dal 1993. Autore di articoli e saggi su riviste, libri e giornali a livello nazionale e internazionale. Ha pubblicato 17 monografie tra cui L'Olimpiade dal volto umano. Tutti i giochi di Roma 1960 (2010).

 
Gino Cantone. Medaglia d’oro olimpica a Londra 1948

Maurizio Massa
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Lo schermidore Gino Cantone vinse la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Londra nel 1948, nella prova di spada. Una vittoria -sportivamente parlando- a sorpresa, in quanto l'atleta vercellese non avrebbe dovuto neanche prendere parte alla gara individuale. Solo in extremis riuscì a convincere il presidente della Federazione Italiana scherma Mazzini, forse forzandogli la mano, ad inserirlo al posto della “punta di diamante” della squadra azzurra, Dario Mangiarotti, ufficialmente infortunato.
Quella di Gino Cantone fu una vittoria importantissima per la scuola vercellese di scherma diretta dal Maestro Francesco Visconti, arrivata a soli tre anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Una chiara dimostrazione della vitalità della Pro Vercelli scherma, che anche negli anni più difficili del conflitto cercò sempre di non interrompere l'attività agonistica.
La carriera di Gino Cantone, nato a Robbio Lomellina nel 1917 ma trasferitosi a Vercelli con la famiglia pochi anni dopo, si concentra in una decina d'anni, a partire dai primi successi a livello nazionale nel 1939.
Successi che gli valsero la partecipazione ai Campionati Mondiali universitari di Vienna, dove vinse la medaglia d'argento nella gara individuale di spada e quella d'oro nella prova a squadre.
Una brillante carriera che dovette subito fare i conti con lo scoppio della guerra e, l'anno dopo, con l'intervento dell'Italia nel conflitto.
Le gare internazionali si ridussero a tornei tra italiani, tedeschi e ungheresi. Inoltre Gino Cantone, che nel 1940 si era laureato in Economia e Commercio all'Università di Torino, venne arruolato nell'esercito e destinato a Parma, e poi a Bologna per frequentare il corso di allievi ufficiali.
Sebbene gli impegni extra sportivi fossero preponderanti, Cantone si guadagnò la prima convocazione nella nazionale italiana, nel 1941, per un incontro amichevole a Berlino.
Dopo i travagliati mesi seguiti all'armistizio, che Cantone visse da partigiano, l'attività agonistica dello schermidore vercellese riprese nell'autunno del 1945, in un crescendo di successi che lo portò stabilmente nel giro nella nazionale, nonostante la rivalità malcelata con la scuola milanese dei Mangiarotti, i contrasti frequenti con i vertici federali, e qualche battuta a vuoto abbastanza clamorosa: ad esempio la brutta prova ai Campionati italiani del 1947, organizzati dalla Pro Vercelli scherma e quindi disputati sulle pedane della sua palestra.
Anche i Campionati del Mondo di Lisbona nel 1947, i primi dopo la guerra, non furono esaltanti per Gino Cantone, come per tutta la spedizione azzurra: la medaglia di bronzo nella prova a squadre venne accolta con una certa delusione dai vertici federali e dalla stampa specializzata.
Per l'Olimpiade londinese dell'anno successivo vennero organizzate una serie di gare, per selezionare sei spadisti; Cantone diede prova del suo valore riuscendo a conquistare il posto. Anche nella prova olimpica a squadre il vercellese tirò bene, ma venne escluso dai due incontri finali, e l'Italia perse la medaglia d'oro a favore della Francia.
Uno “sgarbo” che caricò Cantone e lo aiutò nella lunghissima finale della prova individuale: cinque ore e mezza per avere la meglio sui nove avversari.
L'anno dopo la vittoria olimpica, il campione della Pro Vercelli partecipò ai Campionati del Mondo del Cairo, conquistando ancora il gradino più alto del podio nella prova a squadre, sempre di spada.
Fu questa l'ultima gara di Gino Cantone, che lasciò repentinamente la scherma per trasferirsi in Sud America, chiudendo la parabola agonistica ed iniziando un nuovo capitolo della sua vita come imprenditore agricolo in Brasile.
Rientrò in Italia negli anni '60 ma non indossò più la divisa da schermidore; la sua fama venne presto offuscata da altri campioni: i Bertinetti ed i Mangiarotti soprattutto, a livello nazionale e locale.
Rimangono pochissimi studi storici sulla sua attività agonistica, ricostruibile soprattutto attraverso i giornali dell'epoca, i bollettini federali, i documenti dell'archivio di famiglia.


MAURIZIO MASSA, laureato in Storia Medioevale all'Università Statale di Milano nel 1990; giornalista pubblicista, lavora presso la redazione del Corriere di Novara. Socio della Società Storica Vercellese, appassionato di scherma è anche tesserato per la Pro Vercelli Scherma master.


Kilometro Lanciato. Rivoluzione oltre il limite

Lorenzo Proverbio
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Il “Kilometro Lanciato”, conosciuto a livello internazionale con la mitica sigla KL, è una delle vicende più affascinanti e meno conosciute dell'intera storia dello sport. La ricerca della velocità sugli sci (ovvero la massima prestazione sulla terra senza l'ausilio del motore), nata a metà del 19° secolo, prosegue ai nostri giorni con prestazioni inimmaginabili (255 km/h) e poca visibilità. Eppure il KL ha davvero rivoluzionato alcuni aspetti del mondo sportivo, anticipando di molto numerose tendenze che proprio gli 'uomini jet' hanno contribuito a sviluppare. Stiamo parlando di sperimentazione, marketing, grafica e comunicazione, voci fondamentali che il mondo del KL inventò e sviluppò ai massimi livelli, soprattutto tra la fine degli anni '60 e il decennio '70. Una trama in bilico tra drammi e trionfi, vissuta e seguita su piste leggendarie quali Plateau Rosà (Cervinia), Portillo (Cile), Vars e altri luoghi mitici sparsi nel mondo dove campioni favolosi hanno sfidato la morte inseguendo il sogno infinito del record.

LORENZO PROVERBIO, (1962), giornalista e saggista, ricopre attualmente la carica di direttore editoriale. Appassionato di storia dello sport, ha dato alle stampe i volumi Silvio Piola. Il senso del gol (finalista Bancarella Sport 2008; premio CONI 2008) e Kilometro Lanciato. Storie oltre il limite (appena pubblicato il primo volume; in uscita il secondo). Ha curato alcune collane di editoria sportiva, tra cui “Cronache leggendarie, eroi dello sport vercellese”. Ha al suo attivo numerosi saggi e la cura di mostre a tema sportivo. Autore di sceneggiature/produzioni per documentari a tema sportivo per conto di RAI e altri committenti nazionali e internazionali.


Carlo Salamano. L’uomo che fece piangere Ferrari

Flavio Quaranta
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Carlo Salamano fu uno dei massimi esponenti dello sport eusebiano, pressoché negli stessi anni in cui la gloriosa Pro Vercelli mieteva gli ultimi titoli sportivi nazionali nel gioco del calcio. Era nato a Vercelli il 3 gennaio 1891 ed era il secondo di quattro fratelli: Giovanni (1886-1960), Francesco Maria (1894-1970) e Alessandro (1892-1945), decorato con Medaglia d’oro al valor militare. Il padre Andrea, poi trasferitosi a Torino, gestiva una piccola fabbrica di candele steariche, la madre Erminia Gallina era casalinga. Un suo omonimo zio, mons. Carlo Salamano, parroco di Sant’Agnese, è stato un importante esponente del clero diocesano.
Conseguita la licenza tecnica, Salamano nutrì subito interesse per la meccanica e l’automobile in particolare, tanto che entrò presto come semplice operaio in una delle tante fabbriche presenti allora a Torino. Notato dal grande campione valsesiano Vincenzo Lancia, allora corridore numero uno della Fiat, fu da lui prescelto come apprendista meccanico. Nel gennaio del 1914 fu assunto come meccanico alla Fiat, cui divenne il collaudatore più apprezzato dal capo reparto, Alessandro Cagno. L’anno seguente dovette partire per il fronte dove fu assegnato al Genio automobilistico. Terminato il conflitto, nel 1919 Carlo Salamano fece ritorno alla Fiat come collaudatore, vincendo la concorrenza del giovane Enzo Ferrari che aspirava ugualmente a quell’incarico. L’episodio, per il quale il futuro Drake versò copiose lacrime, è ricordato da Ferrari stesso nella sua autobiografia Le mie gioie terribili.
Col ritorno della Fiat alle competizioni sportive dopo la pausa bellica, Salamano si specializzò come pilota del reparto corse della casa torinese. L’esordio avvenne in una giornata storica, l’inaugurazione della pista di Monza, il 3 settembre 1922, con la disputa del Gran Premio vetturette da un litro e mezzo. Le vetture Fiat si piazzarono ai primi quattro posti e Salamano fu quarto. La consacrazione avvenne l’anno successivo con la vittoria ottenuta a Monza il 9 settembre 1923, nel primo Gran Premio d’Europa, su Fiat 805 numero 14. Salamano percorse gli 80 giri del circuito, lungo 10 km, per un totale di 800 km, in poco più di cinque ore. La notizia della vittoria giunse a Vercelli alle quattro del pomeriggio, per telegramma, e fu accolta nell’entusiasmo generale. Il trionfo di Salamano a Monza emozionò non solo i vercellesi, ma l’Italia tutta. Basti leggere i principali quotidiani del tempo, dalla Stampa al Corriere della Sera, dalla Gazzetta del Popolo alla Gazzetta dello Sport. Il trionfo Fiat - grazie a un vercellese - fu visto come quello dell’industria italiana a confronto con l’industria straniera, in particolare quella americana. Vercelli tributò a Salamano, il 13 settembre successivo, un’accoglienza trionfale.
Dopo aver conosciuto la gloria della vittoria ed essersi elevato al rango di pilota mondiale, il campione vercellese rinunciò a seguire una carriera che si annunciava ricca di prospettive, per restare fedele alla ditta in cui era entrato ragazzino e che gli aveva aperto le porte di un mondo prestigioso. Così quando la Fiat si ritirerà dalle competizioni sportive, Salamano rimase sempre con la casa automobilistica torinese e ritornò in officina riprendendo con l’autorità nuova che gli derivava dal prestigio acquisito, il suo antico amore di sperimentatore di prototipi, partecipando alla messa a punto di tutte le vetture di quel tempo. La macchina più interessante che Salamano riteneva di aver pilotato durante la sua carriera fu il prototipo sperimentale della Fiat Turbina. Nell’aprile del 1954, sulla pista dell’aeroporto di Caselle, al termine della messa a punto, egli la presentò a tutti i giornalisti ed esperti convenuti da ogni parte del mondo. In quell’occasione Salamano fece toccare alla Fiat una velocità di circa 280 Km all’ora.
Insignito di importanti riconoscimenti, Commendatore dell’ordine della corona d’Italia, Maestro del lavoro, Medaglia d’oro al merito direttivo, Carlo Salamano morì a Torino il 19 gennaio 1969. Grande fu la tristezza in coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo e di averne apprezzato l’amicizia e la grande bontà d’animo. Non solo Vercelli, ma l’Italia tutta non deve dimenticare la figura di questo asso del volante che ha contribuito alla nascita, alla crescita e alla passione dell’automobilismo sportivo nel nostro Paese.


FLAVIO QUARANTA, nato a Novara nel 1962 e laureato in Scienze Politiche e in Lettere Moderne (entrambe a indirizzo storico) presso l’Università degli Studi di Torino. Da anni compie ricerche sulle origini dello Stato sociale in Italia, con “escursioni” nel campo della storia del movimento cattolico, storia dell’arte e storia dello sport. Giornalista pubblicista del “Corriere Eusebiano” di Vercelli, socio della Società Storica Vercellese, è Funzionario della Direzione Regionale INAIL del Piemonte.

 

VI Convegno Società Italiana di Storia dello Sport: “SPORT E RIVOLUZIONE”
Vercelli, 10-11 novembre 2017, Piccolo Studio della Basilica di Sant’Andrea

Comitato organizzatore: Eleonora Belloni, Deborah Guazzoni, Nicola Sbetti.

Comitato Scientifico: Eleonora Belloni, Felice Fabrizio, Andrea Claudio Galluzzo, Sergio Giuntini, Marco Impiglia, Marco Mariano, Nicola Sbetti, Angela Teja, Edoardo Tortarolo.

 Si ringraziano: Angela Teja, Luciano de Luca e Adriana Balzarini per l'aiuto al Comitato organizzatore.

Per informazioni scrivere a: info@societaitalianastoriasport.it

 

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