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Enrico Fabris
Olimpionico 2006
Marco Pantani
Vittoria al Tour de France 1998
Primo Carnera
Campione Mondiale Pesi Massimi 1933-34
Ondina Valla
Olimpionica 80 metri ostacoli a Berlino 1936
Tazio Nuvolari
Vanderbilt Cup 1936
Valentina Vezzali
Olimpionica individuale 2000, 2004, 2008

 

GLANEDDOTOLIMPICI  DMARCIMPIGLIA

Ho cominciato ad appassionarmi agli aneddoti da ragazzino, leggendo la rubrica “Spigolature” de La Settimana Enigmistica.   Quindi acquistai in una libreria antiquaria un tomo di aneddoti edito negli anni venti, accorgendomi, però, che di sport non se ne parlava mai. Peccato! – mi dissi. Giocavo molto a pallone, facevo ciclismo su pista al Velodromo Olimpico, ginnastica, atletica, volley, handball e basket a scuola, e non c'era attività sportiva che non mi piacesse seguire alla Tv. Un giorno, correva il 1998 e stavo in Australia, a Perth, entrai in una rivendita di libri usati. L'attenzione mi andò subito su un volumetto dal titolo The Oxford Book of Australian Sporting Anecdotes. Si parlava molto di surf, golf, cricket, rugby, tennis e football australiano. In tutto 255 snapshots, ognuno col suo bravo pictogramma. Mi venne così, di botto, l'idea di raccogliere aneddoti sulle Olimpiadi. Esistevano volumi del genere in lingua inglese, ma  nulla di veramente sistematico. Aneddoti Olimpici, edito per Sidney 2000, riscosse un tale successo da venire rilanciato dal quotidiano Il Sole 24 Ore per Atene 2004. Pian piano, i miei soldatini di stagno cominciarono a circolare in ordine sparso sul web, catturati e messi al lavoro al servizio di questo o quel principe. Per gli amici della SISS, avvicinandosi l'appuntamento dei Giochi di Rio, ecco una selezione interessante. Cento aneddoti a cinque cerchi  con un aggiornamento a Londra 2012.  Li vedo come delle piccole statuine votive. Essi testimoniano dell'estrosità e bizzarria che ogni volta entrano in campo ad Olimpia. Dedico questa raccolta a Pietro Mennea, che ammirai come atleta e poi ebbi in sorte di conoscere personalmente.

 

 

Quando un aneddoto trova il suo autore. Mosca 1980. Per me ci sono pochi dubbi che la più grande vittoria alle Olimpiadi di un atleta azzurro è stata quella colta da Pietro Mennea nei 200 metri a Mosca. La seguii per radio, con una Zenith transcontinental in Mozambico. Captai, era notte, una trasmissione sovietica in inglese, e lo speaker strillò “Minnia!”, con l'accento sulla prima “i”. Tagliato il filo di lana in strepitosa rimonta sullo scozzese Allan Wells, il barlettano accettò una bottiglietta portagli da un uomo dell'organizzazione e se la rovesciò sulla corona di capelli neri, pensando si trattasse di acqua; invece era un liquido appiccicoso e giallastro. Pochi anni fa, giusto prima che il povero Pietro cadesse preda del suo brutto male,  mi capitò di avere con lui una lunga chiacchierata piena di spunti in un bistrot dalle parti di piazza San Silvestro. Mi tolsi immediatamente la curiosità: “Ma è vera la storia dell'aranciata?”. “Certo” – confermò Pietro – “Mi incollò la canottiera alla pelle”. “Sai che l'ho conosciuta pure io, quella particolare aranciata sovietica?” A quel punto, gli svelai il retroscena: “Era la stessa made in CCCP che bevevo in quei giorni, l'unica bevanda in vendita allo spaccio del Tennis Club Maputo. Stava dentro delle bottigliette di vetro con la scritta Morango e faceva veramente schifo, tanto era zuccherosa”. Mennea accennò un sorriso a metà, un po' sorpreso, alzò il bicchiere coll'acqua minerale e la fetta di limone dondolante che aveva davanti, infine esalò quasi un sospiro: “Che Olimpiade, Marco, che Olimpiade...”. 

I rapitori di Stan Vickers. Roma 1960. Questo è l'aneddoto più spassoso dell'edizione olimpica che conosco meglio, avendoci scritto sopra un volume di 1.160 pagine. Tra l'altro, sono nato pochi giorni prima l'inizio dei Giochi di Roma '60, ed esiste un filmato “in super8” nel quale appaio in tribuna allo Stadio Olimpico tra le braccia di mia madre, mentre sullo sfondo si svolgono le gare di atletica leggera. Evidentemente, non volevo perdermeli, i Giochi a Roma, per rivederli, magari, un'altra volta da vecchio. Sempre che i miei concittadini si decideranno a votare “sì” quando, un bel giorno, si chiederà loro se li vogliono davvero. La storiella in questione è emblematica, tanto ricorda – ma al contrario –  lo spirito dei famigerati infermieri cinici e pigri di Un sacco bello. Immaginatevi la scena: protagonista non c'è “Zoro” Verdone, col suo amico milanese che si lamenta nella spider per le coliche, bensì un ossuto marciatore inglese, Stan Vickers, finito terzo nella 20 chilometri. L'incauto, si stese un attimo sulla pista per riguadagnare le forze, scheletrico com'era, congestionato dal caldo e con gli occhi infossati come tutti i camminatori olimpici di lunga lena.  All'unisono, mossi da un istinto predatorio, gli si avvicinarono due paramedici italiani. Siccome non parlavano una parola di inglese, i balbettii dello stremato Vickers sembrarono abbastanza incoerenti, ai due, da spingerlo di forza sull'ambulanza. L'atleta venne portato a sirene spiegate all'ospedale, forse lo stesso del film di Carlo Verdone, e lì rimase per alcune ore, praticamente prigioniero di tutti quegli italiani vestiti di bianco e di verde che non intendevano la lingua più parlata al mondo. Alla fine, alcuni dirigenti del team britannico, preoccupati dall'inspiegabile scomparsa della loro medaglia di bronzo, localizzarono Vickers e lo ricondussero al villaggio. Fortuna volle che Stan non incontrò, in quel pomeriggio per lui indimenticabile, il famoso “dottorino”.

 

Eric l'anguilla. Sidney 2000.Uno dei principi che distinguono le Olimpiadi da tutti gli altri eventi mondiali è il fatto che vi partecipano anche atleti non al top delle classifiche internazionali. Questo perché lo “spirito olimpico” deve prevalere. Forse il caso più eclatante accadde nel nuoto, disciplina per tradizione regina dei Giochi insieme all'atletica leggera. È la curiosa vicenda di Eric Moussambani Malonga. Eric era un nuotatore equatoguineano (abitante della Guinea Equatoriale, territorio della costa occidentale africana) che aveva potuto accedere alla festa di Sidney con una “wild card” destinata ai paesi in via di sviluppo. In realtà, il ventiduenne Eric  aveva imparato a tenersi a galla da pochi mesi, allorché, bello e sereno, partecipò alla batteria olimpica dei 100 metri free style. Destò subito sensazione, presentandosi sul blocco con indosso un normale costume da bagno, per di più stinto e coi laccetti pendenti. La sensazione divenne allarme dopo il tuffo di Eric, “dopolavoristico” da far temere il peggio. E il peggio arrivò, puntuale come un treno tedesco alla stazione di Zurigo: Moussambani mostrò uno stile “liberissimo”, da anguilla di lago proprio, che lo portò a finire la prova in un tempo doppio rispetto agli altri concorrenti: un minuto, 52 secondi e 72 centesimi.  Il pubblico dell'Aquatics Center, estasiato e “olimpicizzato” dall'happening,, lo applaudì a tuono durante la  vasca di ritorno eseguita in splendida solitudine. “Eric the Eel” ebbe gli onori di un articolo di Craig Lord sul quotidiano Times di Londra. Intervistato, dichiarò di essersi allenato in una piscinetta da venti metri, e poi anche di aver sguazzato in un lago del suo paese. Per la storia, aveva comunque stabilito il record nazionale. In seguito, allenandosi meglio e affinando lo stile anguillesco, abbassò il suo primato a 57 secondi, fallendo però l'ingresso ad Atene 2004. A Londra 2012 è stato il coach dello Swimming Team  della Guinea Equatoriale.

 

Le avventure di Jamie. Atene 1896. No, ragazzi, non si tratta del simpatico cuoco inglese dai capelli arruffati: mister Jamie Oliver. Parliamo, invece, del primo olimpionico dell'era moderna che è stato, manco a dirlo, un americano: James Brendan Bennet Connolly. Figlio di immigrati irlandesi, Connolly era riuscito a studiare a Harvard  in virtù della sua passione per la letteratura e degli evidenti meriti sportivi.  Nelle gare collegiali eccelleva nell'high jump e nel long jump.  Partì per Atene a spese sue e con l'aiuto del Suffolk Athletic Club, cui apparteneva. La spedizione yankee, infatti, non era allestita con un coordinamento nazionale, ma piuttosto appariva come un occasionale fritto misto di squadre di club. Sbarcato a Napoli, Jamie rischiò subito di non annusare neppure l'aria dei “Jeux Olympiques”, ché un ladruncolo gli fregò al volo il portafogli con dentro i soldi e il biglietto del piroscafo che lo doveva depositare in terra ellenica.  Scattò fulmineo e raggiunse il guaglione borsaiolo, costringendolo a restituire il maltolto. Giunto ad Atene, nel giorno d'apertura stava ciondolando pacifico sul campo di gara, quando i suoi connazionali si accorsero di non avere rappresentanti nella prova denominata “triple saut”. Accettò, allora, l'invito del caposquadra a iscriversi all'ultimo momento. Non essendo uno specialista del salto triplo, il suo stile apparve strano: due zompi col piede destro e l'ultimo balzo effettuato col sinistro; oggi non sarebbe lecito da regolamento, ma all'epoca veniva permesso. Chiuse la competizione con la misura di 13 metri e 71 centimetri, un metro buono davanti al favorito della vigilia, Pierre Alexandre Tufferi. Tutta goliardica fu la sua maniera di gestire la sfida col francese: posizionato al secondo posto, si tolse il “cap” e lo lasciò cadere in un punto distante una iarda dal punto dov'era planato l'avversario. Quindi toccò terra esattamente sul berretto, tra la meraviglia degli spettatori. Nel baseball universitario, già si usavano colpi di genio del genere, indicando dove si sarebbe spedita la palla con la mazza. Jamie era anche un discreto player di baseball, ma in Grecia chi conosceva il baseball? Sempre ad Atene, vinse l'argento nell'alto e il bronzo nel lungo, e al ritorno nella sua città natale, South Boston, i concittadini gli regalarono un orologio d'oro massiccio. Partecipò anche ai Giochi di Parigi 1900 e seguì da giornalista quelli di Saint Louis 1904. Poi fece il giornalista e scrisse un'opera, Letters from the Front in Cuba, resoconto della guerra tra statunitensi e spagnoli per il possesso dell'isola caraibica.

 

Dieci e lode per Nadia. Montreal 1976.Il 18 luglio 1976, nel corso della finale a squadre di ginnastica artistica,  la romena Nadia Comaneci si produsse in un esercizio alle parallele asimmetriche che i giudici premiarono con un punteggio mai assegnato prima: dieci. Significava la perfezione assoluta e, in realtà, non era andata proprio così. L'esercizio non era da dieci. Come avrebbe confessato la stessa Nadia, “l'uscita non fu impeccabile, ma la mia esecuzione era stata così superiore a quella della ginnasta russa che si era esibita prima di me che la giuria non potè fare a meno di darmi quel dieci”. L'evento fu così imprevedibile che finì col mettere in risalto un problema celato nel sistema elettronico computerizzato predisposto al Forum: il tabellone era stato impostato con una cifra intera seguita da due decimali, per cui il massimo punteggio che poteva mostrare era il 9,90. L'addetto al tabellone, appena ebbe la notizia che la giuria intendeva assegnare quell'impossibile score alla prova della ginnasta, risolse l'impiccio inventandosi lì per lì un “1,00”. Lo speaker spiegò immediatamente il senso: “Ladies and gentlemen, spostate la virgola e avrete il punteggio vero: scusateci molto, ma non avevamo pensato alla possibilità del 10 perfetto”. Dopo questo annuncio, tanto semplice quanto sincero, il pubblico esplose in un boato di gioia, “olimpicizzato” al massimo. La quattordicenne Nadia, 39 chili distribuiti in un metro e 56 d'altezza, divenne la star dei Giochi. L'atleta eponimo, come si dice. Proseguì le competizioni ottenendo altri sei “10”, neanche fosse la prima della classe impegnata a stupire i maestri all'esame di quinta elementare. Vinse, tra Montreal '76 e Mosca '80, ben cinque medaglie d'oro, tre d'argento e una di bronzo. Oggi, la consideriamo una delle “leggende olimpiche” per eccellenza.

L'orca mandarina. Londra 2012.Più stupefacenti dei “10” della Comaneci a Montreal '76 sono stati i recenti risultati cronometrici conseguiti dalla sedicenne nuotatrice cinese Yen Shiwen ai Giochi di Londra. La ragazzina di Hangzhou si è messa al collo la medaglia d'oro nelle due prove miste dei 200 e 400. Molti dubbi ha sollevato la sua performance nei 400, gara nella quale si è migliorata di sette secondi e, soprattutto, ha fatto apparire uno strafenomenale 28” e 93 nell'ultima vasca nuotata a stile libero. Un crono di 17 centesimi inferiore a quello dello statunitense Ryan Lochte nella finale maschile. Più veloce perfino del mitico squalo bianco Michael Phelps, considerato il più grande nuotatore di tutti i tempi, magari affiancandolo a Mark Spitz e all'australiano Ian Thorpe. Già la differenza in altezza e peso (quindi di allungo nella bracciata e potenza nella sgambata)  tra Lochte e la Ye Shiwen induce a riflettere: 188 cm e 88 kg contro 172 cm e 64 kg, l'equivalente a mettere di fronte una Ferrari 488 Spider a una Fiat Punto. Eppure, la Ye è uscita indenne da tutti i controlli antidoping. Si sa che ha iniziato a nuotare a livelli agonistici all'età di sette anni, quando già era in grado di eseguire alla sbarra venti piegamenti con le braccia: un esercizio al di là delle possibilità di quasi tutti gli uomini adulti. Col suo costume nero, gli occhialini neri e la canottina bianca, le spalle larghe e le braccia muscolate al massimo ormonale consentito dalle norme attuali, la Ye Shiwen è apparsa sul set olimpico la figura di un'orca assassina liberata senza avvertimenti in piscina. Ma sapete qual è sembrata, all'opinione pubblica occidentale, la mostruosità vera? Che ci sia una femmina asiatica più veloce in acqua dei maschi europei e americani: oh Gesù, Gesù Gesù... 

Esami superati per Arnoldalfredo. Atene 1896.Sempre parlando di nuoto, e visto che sto battendo sui tasti mentre molti ragazzi e ragazze italiani sono impegnati nelle prove di maturità (che anch'io ricordo come un mezzo incubo), mi sovviene una storiella relativa alla prima Olimpiade moderna in Atene, edizione stralunata e originale come poi nessun'altra. Per intanto, diciamo subito che le gare di “natation” furono di due categorie: 100, 500 e 1.200 metri stile libero, svolte nella baia di Zea e aperte a tutti i concorrenti “civili”, e la prova dei “100 metri marini”, riservata agli equipaggi delle navi di guerra ancorate al porto del Pireo. Tra gli iscritti ci fu pure un giovanotto diciottenne venuto giù da Budapest: Arnold Guttman.  Non so se siete mai stati a Budapest. Vale la pena farci una capatina perché la città è bellissima, divisa in due dal Danubio, le cui acque blu sono fredde in ogni stagione. Arnold le conosceva bene, perché il babbo vi era morto annegato,  e così lui, fin da ragazzino, aveva sfidato il fiume imparando a galleggiarci dentro alla grande. Quella primavera del 1896, stava per affrontare gli esami al collegio quando gli giunse la notizia dei “Jeux Olympiques” in Grecia. Chiese allora al docente più importante: “Professor, posso andare alle Olimpiadi?”. Il Professor, un famoso chimico che si chiamava Lajos Hosvay ma per gli studenti era semplicemente “Attila”,  rispose chiaro e tondo: “Igen (sì), ma quando ritorni dovrai rifare tutti gli esami!”.  Arnold partì  con parecchi libri nella borsa. Si iscrisse col nome che usava per le gare sul Danubio: “Alfred Hajos”. Notate che “hajos” in ungherese significa “marinaio”, e Alfred era il nome del babbo. La prima prova furono i 100 metri. Il più pericoloso si annunciava un americano, tale  Gardrez Williams. Il tempo era molto brutto, l'acqua più gelida del solito, appena tredici gradi, col percorso segnato da boe che a malapena s'intravedevano tra i flutti. Ben ventimila persone assistevano, sperando nella vittoria d'un greco. Williams si buttò ma subito riguadagnò la barca, rifiutandosi di nuotare perché l'acqua era troppo “cold”. Arnold resistette all'impatto, ingaggiò un collo a collo con un austriaco di nome Otto Herschmann, negli ultimi trenta metri ingranò la quarta e lo staccò. Poi s'impose anche nei 1.200, questa volta davanti a un greco, in una giornata  mite e con l'acqua più calda. Ritornato a Budapest, in tasca le due medaglie d'argento massiccio col dio Zeus e la Niké impressi sopra,  “Attila” immediatamente l'aggredì con parole che non promettevano nulla di buono: “Le vostre medaglie non mi interessano, ma sono impaziente di ascoltare le vostre risposte nel prossimo esame”. L'esame si concluse con le felicitazioni del Professor.

Lost in translation, facce di bronzo e affari d'oro. Los Angeles 1984. I Giochi di “LA” ai tempi di Ronald Reagan vanno ricordati per la sfrenata commercializzazione messa in atto dagli organizzatori, un gruppo di privati capeggiati da Peter Victor Ueberroth, ex agente di viaggio. Dall'atmosfera di business spinto si fecero coinvolgere anche tre azzurri dell'Italvolley: Gianni Lanfranco, Piero Rebaudengo e Giovanni Errichiello. L'idea venne, all'indomani della vittoria sul Canada che consegnò ai ragazzi di Silvano Prandi  la medaglia di bronzo, al centrale della Parmalat, il furbo Errichiello: “Guagliò, avete visto che Babilonia... perché non alziamo anche noi un po' di verdoni con tutta 'sta roba che abbiamo?”. Detto fatto, i tre fenicotteri s'impossessarono di un banchetto che stava all'ingresso dell'impianto olimpico e vi sciorinarono sopra lo loro mercanzia. “Made in Italy, made in Italy!, a esposizione!” – cominciò a gridare Errichiello da bravo napoletano. Erano maglie, tute, scarpe, calze, borse e giubbotti tutti “over size”, per gente dal metro e novanta in su. E i prezzi richiesti dai tre campioni italiani erano alti. Eppure, grazie al talento di venditore di Errichiello, l'assembramento fu subito pazzesco e la mercé sparì nel giro di una mezzora.  Dopo il bronzo, anche gli affari d'oro, dunque, ma tutto sarebbe andato a monte se non si fosse messa una pezza a un incredibile incidente occorso qualche giorno prima. Infatti, dopo il match con la Cina e rispondendo ai giornalisti, il commissario tecnico Silvano Prandi aveva candidamente informato la sala stampa che “nella Prima Lega italiana c'erano molti buoni giocatori”. L'interprete ufficiale aveva tradotto in inglese con “Professional League”, definizione che in USA fa subito pensare a sponsorizzazioni e forti ingaggi in denaro. Il regolamento olimpico imponeva che si dovesse essere tutti nominalmente “amateur”, per cui non si poteva militare in una “Professional League”. La Federazione internazionale aprì un'indagine e solo a tarda notte il “misunderstanding” si chiarì, consentendo all'Italia della pallavolo di continuare il torneo.  

Il duce di qua, il duce di là. Los Angeles 1932.Sapete tutti che l'edizione di LA 1932, ai tempi di Franklin Delano Roosevelt, si risolse in un trionfo per la nostra spedizione: 12 ori e il secondo posto assoluto nella classifica per nazioni  alle spalle dei padroni di casa. Al termine dei Giochi, la stampa statunitense parlava degli atleti italiani definendoli “Mussolini's Boys”. In effetti, Benito Mussolini in persona aveva dato il suo saluto più caloroso agli atleti in partenza raccomandando di tenere alto in America il prestigio dell'”Italia fascista”. E la cosa aveva impressionato non poco. Tra le discipline vincenti, due in particolare andarono alla grande: il ciclismo e il canottaggio. Il ciclismo era lo sport più popolare, la gente lo amava e lo seguiva anche più del calcio. Campioni professionisti come Alfredo Binda e Learco Guerra li trovavi nelle figurine delle cioccolate. Ma anche a livello dilettantistico, i ciclisti azzurri non scherzavano. A Los Angeles la gara più massacrante era la 100 km a cronometro. Che in effetti fu vinta da Attilio Pavesi, elemento del GS “Cesare Battisti” di Milano portato in America come riserva. Pavesi si impose alla media di 40 kmh; e poi si aggiudicò l'oro nella prova a squadre. Un trionfo! La cosa buffa fu che il motore dei suoi successi fu il duce medesimo. Al buon Attilio era capitata tra le mani una carta indirizzata a lui, con in calce la famosa “M”. La missiva – un telelgramma in realtà – era stata mandata a tutti gli atleti azzurri partecipanti alle gare, e ovviamente presentava sempre le stesse parole. Pavesi credette, al contrario, che quel telegramma fosse un pensiero del Duce esclusivo per lui, e che il fondatore del fascismo fidava nella sua determinazione per dare all'Italia la primissima medaglia alle Olimpiadi. Potenza dell'auto-suggestione, Attilio carburò al punto che stracciò tutti. (Mi sovviene un pensiero cattivik: una letterina di Mattarella otterrebbe oggi lo stesso effetto?). L'altro aneddoto riguarda, come anticipato, il canottaggio. Nella specialità chiamata “4 senza” l'Italia arrivò terza, avendo come uomo cardine dell'equipaggio Antonio Ghiardello, un pescatore di Santa Margherita Ligure. Tipo spettacolare per ciarla, il Ghiardello, che divenne nel dopoguerra un ottimo allenatore anche qui a Roma, lavorando per le società di canottieri sul fiume Tevere. La storiella che amava di più ripetere ai suoi allievi romani era la seguente: “Finita quella Olimpiade, a pochi mesi proprio, mi allenavo da solo davanti Santa Margherita quando, a una dozzina di metri, emerse un 'sumergibile' della Regia Marina. Immaginate il mio sbalordimento! Ma rimasi davvero a bocca aperta vedendo che, dalla torretta, usciva una figura troppa nota per non riconoscerla: Benito Mussolini, col cappello bianco da ammiraglio in su la testa pea'. Il duce non perse un attimo, mi guardò fisso e gridò con fare amichevole: 'Ohè, Ghiardello, come sta?'. Come reagii io? Scattai in piedi pallidissimo, sull'attenti, ed eseguii il saluto romano. Per poco non caddi dallo skiff, come un bacucu, per un bagno inatteso davanti agli occhi del capo”.  

L'idrofobia ossessiva di Pietro. Londra 1948.L'acqua Ghiardello l'amava davvero, ma c'è stato un altro nostro campione, il lottatore Pietro Lombardi, che ha dovuto ingaggiare con essa un terribile duello, pur di vincere alle Olimpiadi. Della lotta, sport olimpico per eccellenza, forse anche più dell'altletica leggera se pensiamo alle Olimpiadi antiche, immagino che voi cibernauti del 2000 sappiate poco o nulla. Chi assisterà a un match alla Tv in occasione dei Giochi di Rio? Eppure, la lotta ci ha regalato tante medaglie, e campioni le cui vicende hanno avuto risvolti leggendari, o magari anche soltanto patetici.  Pietro Lombardi, della Palestra “Angiulli” di Bari, ai Giochi del 1948 si presentava come la nostra punta di diamante nella disciplina della “greco-romana”. Di mestiere faceva l'operaio, era alto un metro e mezzo  per una cinquantina di chili abbondanti e, se lo vedevi nelle foto posate che distribuiva gratuitamente agli amici, pareva un Ercole Farnese bello e rifinito, tanti erano i muscoli che esplodevano di luce trafilando al bronzo un torso spettacolare. Iscritto nella categoria dei 52 kg, Pietro passò i quaranta dì e le quaranta notti del raduno collegiale ad allenarsi e a stabilire un braccio di ferro allo spasimo con la bilancia. Le pastasciutte, le orecchiette alla barese, con rucola, pomodorini e mozzarella, le vedeva solo in sogno. Giunto a Londra, a poche ore dal debutto nel torneo si convinse che doveva fare di più, se voleva che i suoi sforzi precedenti non si rivelassero inutili. Cominciò, così, a dormire con dieci coperte di lana addosso, per sudare e buttare giù peso. A nutrirsi di poche zollette di zucchero, neanche bagnate nel cognac, come quella tennista francesi di cui aveva letto. E, soprattutto, cominciò a evitare l'acqua come fosse il diavolo. Nei primi tre giorni di gara, tutto filò liscio,  l'azzurro si ritrovò in finale contro un turco molto più vecchio ed esperto di lui, Kenan Olcay. Il giorno prima della gara, il dottore della Nazionale gli misurò le pulsazioni ed espresse tutta la sua preoccupazione: 42 battiti, al limite del collasso! Prescrisse un cardiotonico e ordinò che, all'atto di coricarsi, ne prendesse esattamente 20 gocce. Giunta la sera, i compagni l'andarono a visitare in camera, una processione scherzosa e seria allo stesso tempo, che aveva lo scopo di assicurarsi che non lasciasse  la medicina nel cassetto. Pietro, appena li vide diluire in due dita d'acqua le gocce gialle, scappò a gambe levate dalla stanza. Quelli lo riacciuffarono pronti. A forza (non fu facile...), l'immobilizzarono e gli versarono direttamente in bocca la medicina col contagocce: quei dieci grammi di H2O che il barese non voleva assolutamente inghiottire, strillando come un porcellino allo sgozzatoio, temendo di salire oltre la soglia mortale dei 52 chili. Diciotto ore dopo, Lombardi era campione olimpico di lotta greco-romana.

Il cespuglio misericordioso di Abdon. Tokio 1964. Dopo questi di Rio, i Giochi si sposteranno a Tokio nel 2020. Già la capitale della nazione del Sol Levante ha ospitato un'edizione nel passato, e giusto davanti a me ho un classico “Topolino alle Olimpiadi” che la Disney vendette nelle edicole italiane nel settembre del 1964: Pippo e topolino rimangono stupefatti dalla modernità del Giappone, i loro ospiti gli mostrano impianti sportivi al limite della fantascienza.  Ma, insieme alla tecnologia, i giapponesi amano  moltissimo la rigorosa etichetta e il rispetto. Nel 1964, durante la cerimonia di apertura dei Giochi, la rappresentativa della Nuova Zelanda si esibì in inchini burleschi rivolti all'Imperatore Hiro Ito in tribuna, e così accadde che tutto il Giappone se ne offese da morire.  E calcolate che la fiaccola venne accesa da Yoshinori Sukai, nato a Hiroshima nel giorno dello sgancio della bomba atomica. Insomma, c'era poco da scherzare! Una delle cose da evitare era l'incorrere in atti contrari alla pubblica decenza, che in Giappone aveva l'asticella alzata molto di più che in Occidente. Emblematico fu il caso del nostro marciatore Abdon Pamich. Nativo di Fiume e appena venticinquenne – un “baby” nella dura disciplina della marcia –  Pamich aveva colto il bronzo nella 50 km a Roma '60, per cui si presentava come uno dei grandi favoriti per l'oro. Il suo allenatore, Pino Dordoni, altro mito della marcia azzurra, era sicuro che il suo pupillo ce l'avrebbe fatta. Tuttavia, i regolamenti severissimi approntati dagli organizzatori nipponici proibivano ai coach di seguire il loro atleta durante la prova. Dordoni, un piacentino furbissimo, scavallò l'ostacolo escogitando un trucco tanto semplice quanto efficace: pedinare Pamich salendo in velocità da un treno all'altro (la nippopuntalità cadeva a fagiolo...) aiutandosi nei tratti “vuoti” con vigorose pedalate in bicicletta. Lo stratagemma funzionò. A metà gara, Pino-angelo-custode era vicino a Abdon, lui tranquillo a fare il passo con un inglese a filo. Era Paul Nihil, londinese di Croydon, quartiere a sud fino a quel momento noto solo per l'ambientazione di una novella di Sherlock Holmes. Un brutto cliente, ma non bruttissimo. Pamich si sentiva sicuro, vicino al trionfo sognato per quattro anni, quando accadde l'imprevisto: un the troppo freddo, bevuto all'ultimo rifornimento volante, gli scombussolò il pancino. Lo stomaco dell'istriano era più che piatto, ma qualcosa di solido dentro c'era, ragion per cui gli venne urgentissimo il desiderio di andare al bagno. Come fare? La strada era costeggiata da spettatori giapponesi, comprese certe deliziose signore con l'ombrellino di seta per ripararsi dal sole a picco. Sorridevano, si inchinavano salutandolo con grazia tutta orientale: certo non poteva deluderle “scaricando” in pubblico tutto il suo dolore. Pamich, allora, cercò con gli occhi Dordoni per chiedere consiglio. Il significato era lampante: “Lo faccio ora?”. Il coach fece segno di sì con la testa. Abdon, con mossa fulminea, riparò dietro una siepe e si liberò l'anima. Fortunatamente, la telecamera issata sull'automobile non lo seguì nella sua fuga laterale, ma l'italiano sentì su di sé l'imbarazzo profondo, costernato, orrificato, degli attoniti spettatori che fino a un istante prima l'avevano tanto ammirato. Non ci pensò: l'importante era averlo fatto. Riguadagnò i quaranta metri persi dall'inglese e, felice e leggero, s'involò verso l'oro olimpico.

Il supposto Kohlemainen. Parigi 1924.Dalla 50 chilometri di marcia passiamo alla maratona, senza dubbio le due più faticose gare del programma “track and field”. Prove che rullano fuori degli stadi, a contatto con la gente che non paga il biglietto, e quindi popolari quanto mai. Sapete tutti come il primo nostro maratoneta fu il carpigiano Dorando Pietri, del quale più in là parleremo. Eppure, nelle prime maratone olimpiche, gli azzurri andarono sovente vicino alla vittoria, che poi sarebbe stata colta solo nel 1988 a Seul da Gelindo Bordin, col suo famoso gesto del bacio per terra. Il primo a sfiorarla, la fantastica vittoria olimpica nella maratona, fu Romeo Bertini. Questi era un bracciante di Gessate, minuscolo centro agricolo vicino Milano, che, caporalmaggiore dei bersaglieri durate la Guerra '15-18, ne era uscito piuttosto malconcio, stronato nella testa e ferito nel corpo al punto da far credere che la sua prodigiosa carriera di corridore di fondo fosse chiusa. Invece, riuscì a entrare nel gruppetto di azzurri che si qualificarono per i Giochi del 1924 a Parigi. E già qui abbiamo una curiosità: a quella gara parteciparono ben sei italiani, su un totale di 58 iscritti. Il che vuol dire che avevamo il 9,6 periodico di possibilità di vincere. Era il 13 luglio, una giornata calda al punto che si decise di farla iniziare alle cinque del pomeriggio. Le strade della ville lumiere erano stipate di folla per vedere i maratoneti. Ma, uno a uno, i nostri cedettero. Tutti meno Bertini che, superbamente allenato com'era (aveva trovato un impiego allo zoo di Milano e ogni giorno vi andava di corsa, da Gessate ai giardini di Porta Venezia, accompagnando il tram a cavalli che partiva sempre alla stessa ora), rimase col gruppo dei migliori. Tra questi c'era il finnico Johan “Hannes” Kohlemainen, vincitore nel 1920 ad Anversa, super favorito per il bis. Poco dopo la metà del percorso, Romeo vide un biondo partire e di riflesso pensò si trattasse di Kohlemainen. Invece, era Albin Stenroos, un altro finlandese, e che poi avrebbe vinto. Raccolte le residue energie, l'italiano finalmente partì all'attacco. Raggiunse presto un biondo, alto, magro e bianco di pelle come tutti i finnici. Era senza dubbio Kohlemainen. Rimase con lui per qualche chilometro, aspettando il rush finale. Se lo guardava di soppiatto, con eviedente ammirazione: “Che stile!”. Quello, però, forse stuzzicato dagli sguardi ripetuti del piccolotto bruno, aprì bocca per chiedere, in un francese finlandizzato all'osso: “Vous... Blasi?”. (Intendendo Umberto Blasi, che però nel frattempo s'era ritirato). Rispose subito Bertini: “No, mi sount Bertini, e lu l'è Kohlemainen, vero?”. “No” – ribatté quello –  “Je suis Halonen!”. Sorpresissimo, Romeo esplose: “Ah sì! Ti set minga el Kohlemainen e mi sto chi a perd temp con te. Speta che te saludi”. E se ne andò via verso l'argento, lasciando l'altro praticamente di stucco.

Football crazy. Atlanta 1996. Uno dei tornei olimpici di calcio più ricchi di episodi gustosi è stato quello che si è svolto ad Atlanta dal 20 luglio al 3 agosto 1996.  L'oro andò sorprendentemente alla squadra della Nigeria, col suo asso Nwankwo Kanu e molti altri elementi che poi furono presi dai club europei. Vi partecipò anche il Brasile di Ronaldo, Bebeto, Aldair, Roberto Carlos, Rivaldo e Dida, che deluse arrivando solo terzo. In fatto a stranezze, però, i brasiliani batterono tutti. Già prima di cominciare, circolò la notizia della “letterina della Centenaria”. Questa era Lucia Maria de Jesus, una delle donne più vecchie del pianeta con i suoi 109 anni. Tifosa persa dei verdeoro, Lucia aveva deciso di imparare a scrivere coll'unico fine di spedire una lettera al suo idolo Bebeto. Risultato: “Beijos, abraços e um bom augurio para a vitoria da Seleçao!”. Il secondo episodio, più estemporaneo, riguardò l'altra stella, il centravanti Ronaldo Luis Nazario de Lima, meglio conosciuto come “Ronaldo”. All'epoca appena diciannovenne, l'asso di Rio de Janeiro era stato appena comprato dal Barcellona, e le Olimpiadi potevano significare per lui il secondo successo importante dopo i Mondiali del 1994, vinti sempre in America. Realizzò in effetti cinque reti, e meglio fecero solo Hernan Crespo e il compagno Bebeto. Ma la prodezza vera la eseguì durante un match di qualificazione, col Brasile opposto all'Ungheria. Si stava al 58' di gioco, i brasiliani erano in vantaggio grazie a un suo gol. Ma ecco giungere il pareggio magiaro grazie al centrocampista Csaba Madar. Da qualche minuto, Ronaldo quasi non toccava più la palla. Come mai?  Il problema era che aveva bevuto troppo e gli “urgeva”. Il suo genio l'aiutò: approfittò della confusione seguita al gol dei rossi per appropriarsi del pallone, nascondere con esso i genitali e fare la pipì “live”, praticamente al centro del campo e di fronte a una platea di sessantamila spettatori. Fu molto bravo, ma qualcuno comunque se ne accorse. Dovette, così, confessare ai microfoni il misfatto: “Non ce la facevo più a trattenerla: quello era il momento giusto”. La terza pazzia ci porta al torneo femminile, dove le statunitensi erano le favorite e vinsero. La loro “portiera”, Briana Colette Scurry, una ragazzona di Minneapolis capace di incassare appena tre gol,  la notte della vittoria in finale contro le cinesi corse tutta nuda per le strade di Atlanta. Motivo: voleva tenere fede a una promessa che aveva buttato là in un'intervista concessa alla rivista Sports Illustrated. Nera nella notte scura, Briana fu invisibile, giacché nessuno le aveva creduto veramente.

Tedeschi tecno-pasticcioni. Monaco 1972.Abbiamo sempre pensato che in Germania le capacità organizzative e tecnologiche siano sempre al top. Ma forse si tratta di un cliché, di un pregiudizio che noi italiani coltiviamo. Due dettagli della Olimpiade di Monaco '72, pure gravata dalla vicenda dei terroristi di “Settembre Nero” malissimo gestita dalla polizia locale, fungono da probanti indizi in tal senso. In un'epoca ancora pionieristica per lo sviluppo dell'informatica, la Germania occidentale si poneva comunque tra le più preparate. L'americana IBM era entrata ai Giochi Olimpici già nel 1960 a Squaw Valley, i computer avevano dato il loro apporto a Roma '60, Tokio '64 e Messico 68, ma in quest'ultimo caso, la Olivetti, secondo un report di un analista tedesco, aveva realizzato una performance sotto gli standard. Il “Golym Sistem”, elaborato dalla Siemens per Monaco '72, doveva dunque rilanciare la qualità dell'informatizzazione degli eventi olimpici, dopo la cattiva prova offerta dagli italiani. Il Golym forniva sia l'hardware che il software necessario, così che  i giornalisti potevano disporre in tempo reale di tutte le “info” immaginabili sui Giochi.  C'era molta curiosità, ovviamente, intorno al Golym, che però, subito nei primi giorni, diede segni di instabilità mentale. Ad esempio, vendette due volte lo stesso stock di 600 biglietti; quindi stabilì in centimetri 111 l'altezza di un pugile iscritto al torneo dei pesi massimi. Per stuzzicarlo, un italiano sottopose all'elaboratore una domanda insidiosa: “Puoi darmi notizie sull'atleta Milone?”. Golym rispose con teutonica premura, snocciolando su un pezzo di carta i dati in suo possesso su un esperto velista napoletano, Giuseppe Milone detto “Picchio”, un bel campione del Circolo Italia di Santa Lucia che, col più giovane Roberto Mottola, faceva coppia nel “4.70”. Il giornalista, non contento, specificò: “No, volevo sapere di Milone di Crotone, il lottatore degli antichi Giochi”. Nessuna risposta da parte di Golym; e silenzio imbarazzato dei giornalisti tedeschi presenti, che fino a un momento prima avevano magnificato le doti del loro amico computer. L'altro caso, ben più grave, riguardò l'avvento del teodolite, un sistema di misurazione basato su un prisma ottico e sulle triangolazioni. Il teodolite, a giudizio dei tedeschi, avrebbe risolto il problema dei lanci nei concorsi nell'atletica leggera che, misurati da mani umane, in passato avevano dato adito a dubbi. Tutto filò abbastanza liscio fino a che, al quinto turno nella finale del giavellotto, l'atleta di casa, Klaus Wolfermann, con un 90,48 scavalcò il favoritissimo della vigilia, il sovietico Janis Lusis. Questi, che poi era un lituano, reagì subito al sesto lancio, l'ultimo, e la prospettiva sembrò dargli ragione. Infatti, tutto lo stadio mormorò deluso, convinto della vittoria del nemico. Ma ecco intervenire l'occhio del tedodolite. Dopo un lungo intervallo (molto sospetto, perché solitamente la misurazione era più veloce), il tabellone elettronico segnò un 90,46: giusto la misura inferiore possibile per regalare al tedesco occidentale l'oro olimpico. 

Come e perchè nacque il cronometraggio elettrico nel nuoto: il mistero. Roma 1960.In fatto di pasticci, e non cè da meravigliarsi, uno dei più grossi venne combinato proprio all'unica Olimpiade estiva che abbiamo ospitato. Stiamo parlando della vittoria negata al nuotatore Larson nella finale dei 100 metri stile libero. Di fronte c'erano questi due campioni: da una parte l'americano  Lance Larson, un colosso dalla faccia di attore,  nervoso come un torero, che si aggiustava continuamente i laccetti del costume; dall'altra l'australiano John Devitt, magro come Boris Karloff, medaglia d'argento a Melbourne '56, secondo tempo nelle batterie, dietro appunto a Larson. Il terzo incomodo era il brasiliano Manuel Dos Santos, ma i due sapevano che la partita si giocava soprattutto fra di loro. La gara allineò ai blocchi: Devitt, Larson, Dos Santos, Hunter (USA), Dobay (Ungheria), Pound (Canada), Burer (Sud Africa), Lindberg (Svezia).  Risultò emozionante fin dalle prime battute. Dos Santos virò in testa ai cinquanta, con Devittt e Larson secondi appaiati. Nella vasca di ritorno il brasiliano perse velocità, fu superato da Devitt che si portò dietro sulla scia Larson.  Differenti gli stili dei due: l'aussie con una bracciata lunga ed elegante, lo yankee tutto di forza. Agli ottanta, Larson eguagliò Devitt,  i due lottarono spalla a spalla nelle corsie 3 e 4.  Toccarono simultaneamente il bordo della vasca. L'australiano con precisione e nel pieno dello slancio. L'americano più disordinatamente e sotto il bordo. Larson diede netta l'impressione di avere vinto, e per la gioia improvvisò una vasca a delfino spruzzando gli altri nuotatori che si avvicinavano per congratularsi. Uscì all'aria col suo corpo rasatissimo e il caschetto di capelli biondi ossigenati. Venne fotografato come il vincitore della prova, mentre Devitt, accanto, esibiva una faccia funerea. Ma, a questo punto, un uomo si fece strada tra i due, guardò Devitt negli occhi e, con una mimica sobria, gli disse: “You are the winner!”. Il tipo era il giudice-capo, lo svedese Runstromer, ed aveva preso la sua decisione. Tutti rimasero stupefatti. I fotografi, muovendosi all'unisono come piranha,  rivolsero le loro attenzioni al nuovo eletto. Larson, platealmente shoccato, ebbe la sensazione che una coroncina d'alloro gli stesse scivolando via dalla fronte. Devitt gli aveva già dato la mano e riconosciuto con educazione la sua sconfitta!  Ed ora, quel tipo allampanato... La delegazione americana cominciò a protestare con grida concitate, senza riuscire ad ottenere alcun dialogo con Runstromer.  Questi si limitò ad alzare con la mano destra il libro blu del regolamento, ripetendo in inglese: È stata una mia decisione... It was my decision”. Ma, insomma, cos'era successo?

Come e perchè nacque il cronometraggio elettrico nel nuoto: la soluzione del mistero. Roma 1960.Tutto dipendeva dal classico 'buco' regolamentare. Il tempo di ogni concorrente era stato fissato da tre cronometristi. Per Larson, le lancette segnavano 55.0, 55.1 e 55.2. I tempi di Devitt erano concordanti sul 55.2. Si poteva credere che ciò bastasse, gli Omega parlavano chiaro. E qui dobbiamo aprire una parentesi esplicativa riguardo ai cronometri olimpici. La ditta Omega per la prima volta aveva montato nei principali impianti dell'Olimpiade tabelloni elettronici  per fornire dati agli spettatori. L'elettronica, però, non rientrava nelle decisioni da prendere per le competizioni in piscina; qui si rimaneva al lavoro a mano. I modelli “Swim-O-Matic-Timer” adottati per Roma '60 avevano fatto già vedere  in passato di essere all'altezza della situazione.  Essi misuravano al decimo di secondo; spettava ai cronometristi bloccare col dito il “semi-automatico” e quindi decidere, insieme ai giudici di vasca, una dozzina in tutto, sull'ordine di arrivo. Troppe teste, in definitiva, che neppure l'alta precisione di un orologio svizzero poteva mettere d'accordo. Così capitò che quella particolare sera, in quella particolare gara, fu compito  delle rotelle degli uomini e non degli ingranaggi degli orologi dire l'ultima parola. Rotelle scombinate, purtroppo. Il blue-book imponeva tre ufficiali addetti a stabilire chi fosse il primo arrivato e altrettanti per il secondo arrivato. Del primo gruppo di giudici, due avevano visto vincitore Devitt e uno Larson. Esattamente l'inverso avevano veduto le pupille  degli altri tre giudici, favorevoli all'americano. Risultato del conteggio: 3 a 3. Non si sapeva bene cosa fare e fu il giudice-capo a sciogliere il nodo gordiano. Runstromer concesse la vittoria a Devitt, pur avendo seguito la gara da una certa distanza, invitando tutti ad ignorare il responso dei cronometri.  L'americano Max Ritter, membro fondatore della FINA, inoltrò una protesta ufficiale che non venne accolta. Si cercò di far salire sul podio ex aequo i contendenti, ma inutilmente. Per vie burocratiche, il busillis cronometrico imbastì il suo romanzetto nei mesi successivi. Carte su carte, articoli su articoli,  fino a quando, nell'aprile del 1961, il CIO non s'accomodò in una salomonica soluzione: Devitt rimaneva oro olimpico col tempo di 55.2, Larson veniva dichiarato secondo col tempo di 55.1, nuovo primato olimpico. Il perdente poteva, dunque, correttamente affermare di avere nuotato più veloce del campione. Tutto è relativo, avrebbe commentato Albert Einstein. Cosa era cambiato per  giungere ad un simile escamotage da parte del CIO? Beh, dobbiamo dirlo... colpa delle macchine. Un'analisi alla moviola della CBS, fatta a Roma a poche ore dalla gara e quindi perfezionata, quattro giorni dopo, nei quartieri generali della Movietone News di New York, aveva dimostrato, in base al blocco di un fotogramma (24 “frames” equivalevano a un secondo), il tocco anticipato di 6 centesimi di Larson. Precisamente, nel filmato si vedeva che Larson toccava il bordo sette pollici sotto il pelo dell'acqua con la mano sinistra, e nello stesso istante Devitt stava a tre quarti di strada con l'ultima bracciata verso il bordo superiore. Nessun dubbio sulla vittoria dell'americano era più possibile. E questo lo si era saputo già dal primo settembre 1960. L'affair Larson/Devitt avviò una ricerca della ditta Omega che portò, nel 1967, all'introduzione del cronometraggio elettronico nelle gare di nuoto col sistema dell'automatic touch pad.

Carrozze di fuoco. Parigi 1924.Quando ascoltiamo una certa magica trafila di note argentate svolte al piano dal greco Vangelis, per una delle più mistiche colonne sonore scritte per il cinema, la mente ci vola subito alle immagini culminanti di “Momenti di gloria”, il film dei primi anni ottanta. L'ispirazione fu data dalla drammatica storia dello sprinter Eric Liddell, il suo dilemma interno che lo vide piegare il capo alla volontà divina, quasi come un novello Abramo, e poi venire ricompensato con un autentico miracolo sportivo. Lo stesso Vangelis confessò di avere buttato giù di getto le note, pensando all'uragano di sentimenti scatenato nell'animo di Liddell.  Il titolo originale del lungometraggio, Chariots of Fire, fa espresso riferimento alla vicenda del rapimento del profeta Elia, presente nella Bibbia nel Libro dei Re. Vi si racconta che un carro di fuoco, trainato da cavalli di fuoco, separò Elia dal suo discepolo Elisha, mentre un turbine di vento lo trasportava in cielo. Chi guidava il carro? Non si dice. Secondo la tradizione rabbinica, questo particolare capitolo biblico veniva considerato molto pericoloso da insegnare nel normale servizio in sinagoga, tanto che non era permesso se non a un alunno per volta di udirne l'esegesi. Gli ebrei lo chiamano “Merkabah”, il Carro. Nel Merkabah probabilmente si ritrovò Eric, studente di teologia a Edimburgo, quando seppe che la batteria dei cento metri piani, la prova olimpica per la quale si era preparato intensamente per lunghi mesi, cadeva di domenica. Poiché era un fervente presbiteriano, doveva dedicare il “giorno del Signore” al riposo e alla preghiera. Eric resistette a enormi pressioni dell'ambiente sportivo britannico, e non gareggiò. La finale fu vinta dal suo grande amico Harold Maurice Abrahams, studente a Cambridge. Harold, che era ebreo e non aveva avuto la sfortuna di imbattersi in un sabato di gare, gliela dedicò.   Eric partecipò così ai 200 metri, artigliando il bronzo. A quel punto, poiché voleva con tutto il suo cuore l'alloro olimpico, si iscrisse alla gara dei 400. Il giorno della finale non era tra i favoriti, passò una notte agitata e all'alba pregò. Narra la leggenda che, a pochi istanti dal via, proprio mentre stava per piegarsi sui  blocchi, l'americano Jackson Scholz, oro nei 200, gli si avvicinò. Disse che apprezzava la sua scelta, gli consegnò un pezzo di carta con un versetto da Samuele 2,30: «Quelli che mi onorano, Io li onorerò». Liddel se l'infilò in una scarpa, partì convinto e stracciò il record mondiale col tempo di 47”6. Nel 1925, sia Abraham che Liddell si ritirarono dall'agonismo. Il primo divenne un giornalista sportivo, il secondo un missionario e un pastore di anime. Eric trascorse molti anni in Cina e morì in un campo di prigionia in Giappone, rifutando di venire liberato in grazia della sua fama di atleta e dando, in cambio, la chance a una donna in cinta. Oggi potete rendere omaggio alla tomba di Eric Henry Liddell solo recandovi in Cina, al Mausoleo dei Martiri di Shijazhuang, uno dei pochissimi non-cinesi ivi sepolto.

George il buono. Messico 1968.Non sono poi molti i grandi protagonisti americani della boxe che si sono cimentati nell'arengo olimpico. Uno di questi è George Foreman. Mi è venuto in mente Foreman, subito dopo Liddell, perché anch'egli ebbe una folgorazione mistica notevole.  La sua fu una classica esperienza di “pre-morte”: vittima dell'ipertermia, udì la voce di Dio che gli ordinava di cambiare completamente vita e dedicarsi al bene. L'episodio avvenne il 17 marzo del 1977. Foreman, che aveva distrutto Frazier e Norton e aveva dato vita con Cassius Clay al “Rumble in the Jungle”, era appena uscito da una sconfitta con Neil Young. Fatto sta che vendette ogni suo avere e si mise i panni di predicatore per la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, a Houston nel Texas. Dopo dieci anni, purgatosi l'anima a sufficienza, tornò a calcare i ring, disputando vari match valevoli per il titolo mondiale. A chi gli chiedeva il perché del sorprendente rientro, rispondeva: “Camminavo per strada e nessuno mi riconosceva. Poi uno mi è venuto incontro e mi ha detto: Ehi, ma io so chi sei. Ho sorriso ed ho pensato: finalmente. E quello: Sei Refrigerator Perry. (Un difensore dei Chicago Bulls di football). Allora ho capito che così non poteva più andare avanti". Insomma, questo è George Edward Foreman. In quell'autunno del 1968, a Mexico City, in semifinale incontrò il nostro Giorgio Bambini, uno spezzino dalla faccia d'angelo. Il timore dell'azzurro fu tale che non fece altro se non mantenersi a distanza, evitando di scambiare colpi. Se ne accorsero all'angolo, e il tecnico della Nazionale, Natalino Rea, gli disse che non poteva continuare in quel modo, perché si stava coprendo di ridicolo. Allora Bambini accettò il “dialogo”, e al terzo round andò giù per un colpo che nessuno aveva visto. In finale, Foreman si batté con un sovietico lituano, Jonas Čepulis. La differenza tecnica e fisica era evidente, eppure il match si concluse ai punti. Interrogato dai giornalisti americani sul perché non avesse infranto l'avversario, Big George candidamente confessò: “La mia mamma stava guardando l'incontro alla televisione e lei non vuole che io faccia del male a qualcuno”.

The machine gun. Los Angeles 1932.Qui vi vado a parlare di Renzo Morigi, forse il meno moralmente valido di tutti i nostri olimpionici. Affermazione forte e non “politically correct”, se riferita a un oro olimpico. Ma vediamo se siete anche voi d'accordo con me. Nativo di Ravenna, Morigi partecipò guerra mondiale e quindi entrò nelle file del partito fascista. Una “camicia nera” molto popolare nella sua città, in lotta per il potere con Ettore Muti, l'uomo che aveva servito Gabriele D'Annunzio nell'impresa di Fiume. Un mattino, Muti fu oggetto di tre pistolettate da parte di un contadino, tale Lorenzo Massaroli. Quasi morto, la scampò dopo aver trascorso in ospedale vari giorni tra la vita e la morte.  Non si seppe mai chi avesse armato il braccio dell'anarchico, perché un formidabile colpo di pistola esploso da Morigi – si disse da 100 metri di distanza –  lo fulminò. Il fatto riappacificò i due rivali, Morigi continuò la sua carriera e acquisì la carica di “federale” di Ravenna. Il suo hobby era il tiro a segno con la pistola. Sparava ai lampioni la sera, spaccandoli con precisione assoluta. Una volta, fece acchiappare un povero diavolo che gli stava sugli zebedei e lo mise in croce al muro, passando un minuto buono a sparargli negli incavi delle braccia e delle gambe. Mussolini, venuto a sapere dei passatempi del suo conterraneo, l'ammonì di non insistere. Comunque sia, nell'agosto del 1932 Morigi arrivò a Los Angeles con questa fama assai particolare di pistolero spietato e violento, un killer vero. Anche la sua sagoma fisica, corpulento e rubizzo come un brigante romagnolo o un capo-mafia siciliano, confermava il giudizio.  Al poligono del Rifle Range a Long Beach,  il trentaseienne gerarca confermò i pronostici, aggiudicandosi la prova della pistola automatica. Nel turno di finale, disintegrò sei bersagli nello spazio d'un secondo e poco più. La stampa americana lo definì "The human machine gun",  e circolò la voce che un gangster fosse rimasto così impressionato dall'exploit da cercare d'assoldarlo nell'Anonima Omicidi. Vera o meno che fosse la cosa, Morigi ritornò in Italia da trionfatore.  Dal 1934 al 1939 fu un onorevole deputato. Caduto Mussolini, aderì alla Repubblica Sociale. Nei giorni caldissimi del secondo dopoguerra, nonostante la sua nomea di fascistone prepotente, venne lasciato in pace dai partigiani comunisti. E crediamo che l'altra sua fama, quella di “mitragliatrice umana”, abbia contribuito all'incongruo miracolo. Morì di infarto nel 1962.

“McKayla is not impressed”. Londra 2012.Vi dice niente il nome di Maroney Rose McKayla? Forse sì, perché agli ultimi Giochi londinesi la sua buffa espressione di dispetto, colta dai fotografi e dalle telecamere sul podio della gara del volteggio, fece il giro del pianeta, diventando un “meme” del web. Effettivamente, quel “musetto” (“hot impressed look”, scrissero i media) della piccola Maroney era troppo simpatico e cartoon-style per non innamorarsene. La ginnasta californiana di sangue irlandese si trasformò, d'incanto, in una popolare eroina, per cui si vennero a sapere molte cose della sua vita e della sua carriera di campionessa. A due anni, guardava gli episodi di “Tarzan” alla Tv e la mamma la sorprendeva a volteggiare in piroette per la stanza, quasi fosse la figlioletta dell'Uomo della Giungla. Fu quasi automatico indirizzarla alla ginnastica artistica. Ben presto, si vide che l'attrezzo a lei più congeniale era il vault. Nel 1911 vinse i campionati mondiali a squadre col “Fab Team” USA che, alla vigilia dei Giochi di Londra, si guadagnò la copertina di Sports Illustrated: prima assoluta per delle “gym girls”. Una volta in Inghilterra per giocarsi la carta olimpica, le cinque ragazze d'oro mutarono il nome in “Fierce Five”, rendendosi  improvvisamente conto che “Fab Five” sapeva troppo di basket. Maroney diede il suo fondamentale apporto alla vittoria nella prestigiosa prova a squadre, cartina di tornasole per testare la forza di una scuola di ginnastica artistica, eseguendo un perfetto volteggio dei suoi. Nella finale individuale della specialità, tuttavia, fallì il secondo salto (erano 33 salti consecutivi che azzeccava tutto: una bella jella sbagliare proprio alle Olimpiadi!) e terminò solo seconda. Di lì, la famosa espressione imbronciata, ironicamente lanciata sul web col titolo: “Mckayla is not impressed”. La californiana ne fu divertita. “Kinda funny” –  disse. Fu subito invitata da Dave Letterman al suo Late show, quindi alla trasmissione The Colbert Report e al Ballando con le Stelle americano. Persino il presidente Barack Obama volle conoscerla personalmente, ed ecco i due ripetere all'unisono la mossetta negli austeri ambienti della White House. “McKayla is not impressed”, secondo i dati di Google, è stata la foto più virale del 2012. A prima vista, a me dà l'impressione di una topolina che si ritrovata senza il pezzo di formaggio, soffiatole da un destino dispettoso. La mia sorellina Isabella fece una smorfietta simile, una volta che le buggerai i soldi dal suo bel porcellino di ceramica, incautamente protetto da un buco con una toppina di gomma nella pancia. Chi sarà stato? Mah!

L'arbitro che fece ripetere un rigore sei volte. Atene 2004.Un episodio tra i più comici del football avvenne il 13 agosto 2004 allo stadio di Patras. In corso c'era la partita di qualificazione tra la Tunisia e la Serbia-Montenegro, nazione post Jugoslavia che concludeva proprio in terra ellenica la sua terza e ultima apparizione olimpica. La squadra slava sulla carta non era male, avendo buoni giocatori come Andrea Delibasic, Milos Krasic e Simon Vukcevic, ma tra serbi e montenegrini non correva buon sangue, e il gioco latitava. Così incassò sei reti dall'Argentina, cinque dall'Australia e infine perse 3-2 con i tunisini, chiudendo a zero punti il girone. Tutto sarebbe stato dimenticato in fretta, se non fosse per la pazzesca sceneggiata messa in piedi dall'arbitro, tale mister Mohd Salleh Subkhiddin. Nato in Malaysia e internazionale dal 2000, questo signore, che per comodità chiameremo semplicemente “Sub” (che sta per “soggetto”), prese un po' troppo alla lettera il regolamento al punto riguardante la ripetizione dei rigori. Accadde, infatti, che a pochi minuti dalla fine, sull'uno pari, egli concesse un penalty a favore dei magrebini. Andò sul dischetto lo specialista Mohamed Jedidi e la buttò dentro. Vero, però, che cinque suoi compagni erano entrati in area prima del fischio, per cui Sub ordinò giustamente il replay. Che ci fu. Identico. La terza volta, i tunisini s'incavolarono abbastanza: solo uno di loro era entrato, forse, in area al momento in cui Jedidi calciava, e di qualche centimetro al massimo.  Ma non ci fu niente da fare: entravano sia i bianchi sia i rossi, e Sub stava più attento alle loro entrate da picadores nella plaza del toros che alla direzione della palla. La quarta volta, i tunisini si disposero tutti molto distanti dai limiti dell'area, in modo da non incorrere in errore. Ma, guardà un po', il portiere intercettò il tiro. Muovendosi però prima, a giudizio di Sub, che ordinò la ripetizione. La quinta volta, tutti stavano attentissimi a quello che facevano. Tunisini e serbi. Il portiere, Nikola Milojevic, respinse il tiro fiacco e centrale, il pallone rimbalzò sulla testa di Jedidi e s'infilò di nuovo nella rete. Sembrava la chiusura del sipario, ma, non si sa perché, a Sub non andò bene neppure questo tipo di epilogo. In un caos indescrivibile, dopo qualche attimo di battibecchi, Sub s'impossessò del pallone e lo rimise d'imperio sul dischetto di gesso. Il sesto rigore fu quello buono. In sostanza, si mossero solo il portiere e il rigorista, tutti gli altri fermi come statue di sale. Sub, soddisfatto e sgambettando con fare elegante, fischiò e indicò il centro del campo, mentre i giocatori, del tutto disorientati ormai, non sapevano cosa il destino avesse riservato loro. Per la cronaca,  Subkhiddin ha continuato ad arbitrare a livello internazionale ed è stato convocato anche ai Mondiali.

Giangio alle prime Olimpiadi. Atene 1896. Su 30 edizioni olimpiche, l’Italia ha preso parte a tutte meno che alla terza (St. Louis 1904) e alla prima. Infatti, ad Atene nessun rappresentante dell’allora Regno d’Italia compare nelle liste accettate come valide dagli storiografi. Tra i 245 uomini di 14 paesi che realizzarono il sogno decoubertiniano della rinascita olimpica, nessuno parlava l’idioma di Dante. Da alcune ricerche, sappiamo che 7 italiani si iscrissero ai Giochi del 1896 nelle discipline del ciclismo (3), tiro a segno (2), scherma (1) e atletica (1). E io sono sicuro che almeno uno gareggiò effettivamente: era un conte toscano e si chiamava Angelo Porciatti. Nativo di Arezzo ma commerciante in tessuti a Grosseto,  Porciatti fu il primo pioniere del ciclismo maremmano. Nel febbraio del 1894 istituì con pochi amici il Veloce Club Ciclistico, che iniziò a fare gite nelle cittadine vicine e ad organizzare gare utilizzando una  rudimentale pista fuori le mura.  Il conte Angelo, che gli amici chiamavano familiarmente “Giangio”, apparteneva all’élite benestante.  Egli poteva concedersi la stravaganza di fare dello “sport”. Nel 1895, dalle corse e passeggiate nei dintorni, Porciatti passò alla partecipazione a gare su pista nei ciclodromi aperti nelle maggiori città. Si stavano vivendo, infatti, gli anni di lancio del ciclismo agonistico, che iniziò con i “pistard” che rullavano sui velodromi in legno. Porciatti si distinse in gare di velocità a Roma, Bologna, Milano e Firenze, conquistando diverse medaglie. Il 29 febbraio del 1896 promosse una festa durante la quale annunciò l’avvenuta accettazione della sua iscrizione ai Giochi Olimpici. L’iscrizione era stata mandata per lettera a Parigi, presso il Barone de Coubertin, rue Saint Honoré 2295.  Il settimanale milanese Il Ciclista diede la notizia dell’iscrizione di Porciatti nel suo numero del 5 marzo, precisando che l’atleta si sarebbe presto recato a Roma per iniziare una serie di allenamenti nel velodromo al Salario. Il 10 di aprile la neonata La Gazzetta dello Sport, filiazione de Il Ciclista e de La Tripletta,  pubblicò una lista di quattro italiani partecipanti alle Olimpiadi, tra cui anche Porciatti nelle gare dei 2.000 e 10.000 metri su pista. I Giochi iniziarono il 6 di aprile. Per il ciclismo, il programma previde sei prove: la gara di inseguimento sul giro di pista (333 m.), la 22 km., la 10 km., la 100 km. e la 12 ore su pista. Chiudeva la kermesse a due ruote la “maratona” su strada di 87 km. L’8 aprile, per la terza giornata, aprì le sue porte il Velodromo.  Le cronache narrano che circa 20.000 persone assistettero alla 100 km, che registrò 19 concorrenti ma non Porciatti. L'italiano entrò in lizza il giorno 11. Riportiamo quanto scritto dalla rivista settimanale Il Ciclista nel numero del 16 aprile 1896: «Per la sesta giornata, l’attrattiva principale furono le corse ciclistiche di velocità al velodromo, a cui era iscritto anche il nostro corridore dilettante Porciatti di Grosseto. Esse furono vinte tutte dal corridore francese Masson». Si trattava dei 2.000, dei 10.000 e del giro di pista.  Il dubbio sull'effettiva partecipazione di Porciatti alle gare è risolto dal medaglione a lui dedicato, subito comparso su Il Ciclista del 23 aprile. Il medaglione, che presenta un ritratto a china dello sportivo, termina con le seguenti parole: «Egli si può dire, senza tema d’esagerare, il campione della Maremma, sicuri che se continuasse un serio allenamento potrebbe fra breve annoverarsi fra i migliori campioni italiani, riunendo in sé ogni buona qualità per riuscirvi. Prese parte in questi giorni alle corse ciclistiche di Atene, benché senza risultato». Il conte Porciatti “prese parte” dunque a una o a tutte e due le gare alle quali s'era iscritto, senza portarle a compimento. Quindi s’imbarcò sulla nave dal Pireo, non sappiamo se immediatamente dopo la fine dell’Olimpiade o ritagliandosi una vacanza, come pare più logico. La figura del “turista-atleta” fu tipica di quell'edizione.

Hyva Zatopek! Helsinki 1952.Alla metà degli anni cinquanta, esattamente nell'autunno del 1954, una piccola casa editrice politicamente orientata, la “Avanti!”, pubblicò un tascabile di 200 pagine su  Emil Zatopek.  Una bella biografia scritta nella Cecoslovacchia comunista da Frantisek Kozik, poeta e romanziere piuttosto conosciuto nel suo paese. Nell'introduzione, Zatopek stesso, il pluri-olimpionico definito dalla stampa internazionale “The Czech Lokomotiv”, svelava il segreto delle sue incredibili vittorie sulle medie e lunghe distanze: «Tutto il mio metodo di allenamento è basato su una serie di “sprints a ripetizione”, ciò che presenta il vantaggio di rendere possibile contemporaneamente l'allenamento alla velocità e alla resistenza. Così mi sono allenato in occasione della mia prima gara dei 1.500 metri e, nello stesso modo, anche per la maratona di Helsinki». Oggi, con la specializzazione esasperata che l'atletica leggera ha sviluppato, è impensabile vincere le prove dei 5.000 e 10.000 metri, e poi la maratona, in una singola Olimpiade; impresa che riuscì a Zatopek nel 1952. Il 17 luglio di quell'anno, l'uomo locomotiva stracciò tutti nei 10.000.   Il 24 si aggiudicò i 5.000, con una rimonta pazzesca nel giro finale che sconvolse lo stadio. Il 27 luglio trionfò nella maratona. Una maratona memorabile per il popolo finnico che la vide. Il britannico Jim Peters se ne andò subito, con Emil al fianco, ma a un passo troppo veloce. Allora il praghese lo pregò di rallentare, e il superbo suddito di Her Majesty the Queen rispose: “Pace too slow”. Emil ci pensò su un attimo: “Pace too slow... are you sure is too slow?” –  E l'altro, secco: “Yes”. Continuarono per un po' in silenzio, quindi Zatopek si sfilò dall'arrogante inglese e attese lo svedese che li seguiva, Gustaf Jansson. Questi era un rozzo contadino che parlava solo la sua lingua, per cui Emil, che quando gli capitava d'andare in coppia in maratona amava fare amicizia con chi aveva accanto, ci provò a fare tattica congiunta ma non ebbe grandi dialoghi col biondo. Allorché raggiunsero Peters, Emil disse: “Vieni con noi! Corriamo insieme!”. Ma quello, spossato, si mise da parte e lasciò passare. Al posto di rifornimento del 25 km c'erano bevande e cibo. Jansson afferrò un limone. Subito Emil l'avvertì cortesemente in inglese di non succhiarlo, ché gli avrebbe fatto male. Jansson non se ne diede per inteso e trangugiò avidamente il frutto giallo. Poco dopo, pativa i primi crampi allo stomaco. Emil guardò indietro e vide lo svedese sofferente e staccato di parecchio. Doveva aspettarlo? In altre occasioni l'aveva fatto, per puro spirito sportivo. Ma l'affaticamento di Jansson era troppo evidente, per cui se ne andò con la coscienza tranquilla verso lo stadio e gli ottantamila che l'attendevano per festeggiarlo. Questo era Emil la lokomotiva, e ditemi voi dove ne troviamo ora uno simile.  Hyva Zatopek! 

Il saluto del polacco. Mosca 1980. Il 1980 va ricordato come un annus mirabilis per la specialità del salto con l'asta. Ben tre record mondiali furono battuti a pochi mesi dall'apertura dei Giochi Olimpici. Aprì le danze il polacco Wladislaw Kozakiewicz in maggio, quindi lo imitarono i francesi Thierry Vigneron (un tipo con un caschetto di capelli biondi alla Nino D'Angelo, che quattro anni dopo vidi in azione al Gala di Roma) e Philippe Houvion. I polacchi avevano pure il campione olimpico in carica Tadeusz Sluzarsky, per cui la sfida tra le due scuole, la francese e la polacca, più il beniamino di casa, il russo Konstantin Volkov, a Mosca era assicurata. Sfortunatamente, la competizione olimpica venne rovinata dal nazionalismo becero del pubblico dello stadio Lenin, che da subito fischio gli astisti stranieri. I circa tremila spettatori polacchi presenti, ugualmente fischiarono il russo quando quello saltava. In un concerto di sibili, insulti ostrogoti e “boo” tetri e gutturali, si andò avanti per due ore buone. Alla fine, la spuntò Kozakiewicz. Nel momento stesso in cui si rialzava dal tappeto di gommapiuma dopo il balzo su per il cielo che gli aveva dato l'oro, il buon Ladislao pensò bene di ringraziare gli ospiti per tutta la cortesia fino a quel momento mostrata, esibendosi in un “bras d'honneur” (gesto dell'ombrello) che venne ripreso in diretta dalla Tv e visto in tutto i paesi del blocco comunista. Dopo di che, fissò il nuovo record del mondo a metri 5 e 78 e filò, giubilante, negli spogliatoi. Lì, insieme al tecnico e ai suoi compagni atleti, intonò a squarciagola l'inno “La Polonia non è sconfitta”, circondato da soldati russi che osservavano sprezzanti la scena. La foto del braccio d'onore e la notizia dell'incidente fecero il giro del globo, molto apprezzata la cosa in Polonia e, manco a dirlo, digerita malissimo dai russi. L'ambasciatore sovietico in Polonia chiese ufficialmente al locale comitato olimpico di togliere la medaglia d'oro all'atleta, in quanto “ha insultato gravemente l'URSS”. I polacchi fecero spallucce, anzi, irrisero proprio. La risposta fu alchemica nella sua burocratica falsità/verità, in puro stile soviet: “Avete equivocato, il gesto è stato causato da uno spasmo involontario dei muscoli dovuto principalmente allo sforzo”. Due mesi dopo, nasceva il movimento anti-comunista Solidarnosc. Nel 1985, Kozakiewicz riparò nella Germania dell'Ovest e, dopo la caduta del Muro di Berlino, andò a vivere stabilmente a Vilnius in Lituania, da dove la famiglia proveniva.

 Balli e schitarrate della pantera Jesse. Berlino 1936. I Giochi Olimpici in stile “nazista” (the NaziGames, oggi li chiamano gli storici dello sport) avrebbero un diluvio di storie degne di essere raccontate in forma di aneddoto; diverse delle quali centrate sull'atleta eponimo dell'Olimpiade: James Cleveland Owens. Vi lascio a wikipedia per tutti i dettagli dell'arcifamoso “Jesse”. L'uomo che irritò Adolf Hitler (che comunque lo salutò da lontano con la mano, a denti stretti) e ribaltò Josef Goebbels, due demoni dell'era moderna, semplicemente vincendo una emozionante gara di salto in lungo e poi abbracciando il suo rivale tedesco Lutz Long, biondo e “ariano” quanto lui era americano e “black”. Trionfatore anche nelle prove sprint, la sua popolarità in quei giorni magici fu tale che la folla cacciatrice di autografi l'aspettava al varco.  Per evitare lo stress, il  ragazzo dell'Alabama alla fine diede l'ok agli altri suoi team-mates di colore di firmare al posto suo, chè tanto i tedeschi non distinguevano Owens da Ralph Metcalfe o qualsiasi altro.  Una cosa che forse non sapete è che Jesse era un allegrone. Amava alla follia ballare, suonare vari strumenti e fare baldoria. Se ne accorse Michelangelo Borriello, uno degli azzurri impegnati nelle gare di tiro con la pistola. C'era questa simpatica usanza di annunciare l'ora del “rancio” al ristorante del villaggio con una marcetta degli atleti. Owens e i suoi team-mates ci andavano ballando il tip-tap. Borriello se lo fece insegnare e, il giorno dopo, anche il napoletano “tippettava” con gli americani. Quindi Jesse fece comunella col gruppo degli azzurri del pallone, che stavano per vincere il loro torneo all'Olimpyastadion contro l'Austria. L'aneddoto ce lo racconta Vittorio Pozzo, il mitico “commissario unico” dei due mondiali vinti: «In quei cinque giorni di attesa fra la semifinale e la finale, ad aiutarci fu Jesse Owens. Sì, proprio lui, il negro che aveva vinto o stava vincendo i 100 metri, i 200, il salto in lungo, la staffetta 4 per 100. Abitava nel villaggio olimpico in un'altra casetta, a due passi da noi. Veniva a visitarci, dopo cena, con una chitarra ed una fisarmonica. E suonava, e ballava la danza del ventre. Gli piaceva la nostra compagnia, perché diceva che gli italiani ridevano sempre, e così rumorosamente. Anni dopo venne in Italia, coi negri, gli Harlem Boys del cesto, e si ammalò. Poi ci ritrovammo in Australia, a Melbourne, quattro anni fa. Eravamo nello stesso albergo. Ed allora mi ammalai io, di itterizia. E mi venne a trovare in camera, e rideva, dicendo che, se se la prendeva anche lui, tanto non si sarebbe visto, col colore della sua pelle».

Livio il timido e “Miss Wilma”. Roma 1960.In tema di amicizie tra campioni afro-americani e italiani, vorrei dire qualcosa sulla storia di Livio Berruti e Wilma Rudolph. La ventenne stella di Clarksville, fortunatamente per lei, apparteneva a quella sezione di mondo che poteva esibire la propria femminilità senza bisogno di rubare cappellini nei grandi magazzini, come capitava alle sovietiche. Piaceva l'americana per la combinazione del suo fisico snello ed elegante,   la pelle color cioccolato al latte, la testa di un ovale perfetto, i capelli ondulati corvini tagliati corti alla “roaring twenties”, gli occhi neri dolcissimi e il sorriso smagliante. I giorni dell'Olimpiade romana furono per lei molto intensi, non solo per le nove corse alle quali complessivamente si sottopose, vincendo tre ori, ma perché tra un allenamento e l'altro non stava mai ferma, volendo recarsi ovunque a passeggio, nel Villaggio e fuori del Villaggio, a girare per i negozi, insieme all'amico Ray Norton o col pugile Wilbert McClure, e a ridere, scherzare e ballare, flirtare con tutti. Lo fece perfino col timido Berruti, il prodigioso velocista azzurro, ma nella sua maniera ingenua e colma di candore che era parte integrante di un carattere solare, generoso e aperto.  La ragazza era come entrata in uno stato di febbrile eccitazione che le impediva quasi di mangiare, tanto che il coach Ed Temple notò un dimagrimento lampo di tre chili.  Dovunque andasse, la gente la riconosceva. I romani la chiamavano per nome a voce alta (Aho, Vilma!), e lei era felice dell'attenzione,  posava volentieri per una foto: uno scatto con la “black gazelle”. La definizione stessa di “gazzella nera” fu un'invenzione tutta italiana, perché i media americani, attenti ad evitare la parola “black” che evocava automaticamente la parola “racism”,  preferivano chiamarla “the Wanderous Wilma”, la Meravigliosa Wilma,  oppure semplicemente “Miss Rudolph”. Certo è che, sollecitati dai paparazzi, lo studente universitario torinese e la ragazza del Tennessee si scambiarono piccoli regali, posando e sorridendo come fossero dei novelli innamorati. Li si vide andare in giro mano nella mano, cosa che per Miss Rudolph era normale, per via del suo carattere esuberante ed estroverso. Una cosa, però, mai nessuno ha scritto: Wilma fu davvero strafelice quando il suo “boyfriend” Livio batté i favoriti sprinter americani nella finale dei 200 metri. Al riguardo, ho la testimoniaza diretta di un amico, che recentemente mi ha svelato il seguente retroscena: “La presunta Love-Story tra il nostro Berruti e la Rudolph? Marco, non credo ci sia stato nulla più di un'amicizia estemporanea: Livio era troppo educato per osare anche solo un bacio sulla bocca. Tuttavia, posso dirti una verità segreta: il giorno della grande finale, transitavo a piedi per Corso Francia, la sopraelevata a picco sul villaggio olimpico. Ero andato ad assistere ai funerali di Mario Riva, il  presentatore televisivo deceduto per una banale caduta mentre stava svolgendo le prove di un programma.  All'improvviso, sento provenire dall'Olimpico un boato enorme, come un mugghìo di mille tori che hanno appena incornato mille toreri. Guardo giù e vedo un gruppetto di ragazze nere che gridano come aquile e saltano come pazze. Tra loro c'era la Rudolph, la più scatenata. Avevano seguito la gara su un televisore piazzato nell'androne ombroso di una delle casette-appartamento del villaggio degli atleti, e sembravano felicissime che la nostra freccia azzurra avesse spaccato in due  Ray Norton e Les Carney, in teoria i fratelli per i quali le dolci ragazze del sud avrebbero dovuto assolutamente tifare”.

Hassiba e i fondamentalisti islamici. Barcellona 1992. Costantina è una piccola città dell'Algeria che mi capitò di visitare nei primi anni settanta.  Antica colonia romana, è protetta da tre profonde gole. Rammento ancora l'emozione che provai (ero un bambino) nell'entrarvi, passando con l'auto dentro quei tunnel magnifici scavati nella roccia dalle legioni di Augusto, perfetti al punto che gli abitanti li usavano quotidianamente, in quanto nulla di meglio avrebbero potuto realizzare. A Costantina viveva a quel tempo, immagino avesse quattro o cinque anni,  una delle eroine al femminile dei Giochi: Hassiba Boulmerka. La vidi in azione al Gala di Roma del '91, netta vincitrice degli 800 metri. C'era, però, questo apparentemente stupido problema: che, per correre alla pari con le altre, Hassiba non poteva indossare il velo e gli abiti lunghi della tradizione, ma doveva per forza esibire la pelle delle braccia, delle spalle e, soprattutto, delle gambe. Nel 1992, mentre si preparava per l'impegno olimpico, in Algeria cominciò la guerra civile scatenata dal movimento degli integralisti islamici: un massacro orrendo quanto insensato che avrebbe fatto più di 250 mila morti. La Boulmerka si accorse presto d'essere diventata uno dei “target” preferiti della propaganda dei fanatici religiosi, e un brutto giorno, mentre assisteva alle preghiere del venerdì nell'area della moschea di Costantina riservata alle donne, udì l'imam locale dire agli uomini, con voce infiammata dalla collera, che lei non era una buona fedele di Maometto, perché mostrava in pubblico la pelle nuda, e quindi doveva essere considerata alla stregua di una “anti-islamica”. Seguirono minacce di morte dirette alla sua persona e ai membri della sua famiglia, per cui la Boulmerka si spostò a vivere e ad allenarsi a Berlino. Quell'anno, non corse una singola gara nel suo paese.  Non poté neppure più parlare con i familiari, perché i militanti islamici con una bomba distrussero l'ufficio postale di Costantina e tutte le linee telefoniche saltarono. Col cuore in ansia, partì per Barcellona proprio all'ultimo momento, protetta da un servizio di bodyguard che la seguivano dovunque andasse, perfino negli spogliatoi e alla toilette. Partecipò alla gara dei 1.500 metri e, come mezza Algeria sperava, vinse la finale, alzando il pugno al cielo subito dopo il traguardo. Un gesto di sfida, come rivelò nella conferenza stampa: “Ormai ho vinto, sono la prima donna algerina medaglia d'oro alle Olimpiadi, e potete anche uccidermi, che la cosa non cambierà perché ho fatto la Storia!”. Disse anche altre parole, intelligenti e severe, che andavano ad attaccare sul loro piano i suoi persecutori: “Non è vero che la nostra religione vieta lo sport. Io sono mussulmana, il Corano l’ho letto e non c’è nessun verso che inviti le donne a boicottare l’attività fisica”. Oggi Hassiba è una donna in affari di successo, vive tranquilla nel suo paese dove è considerata la più grande atleta di tutti i tempi.

Dreamtime per la spaziale Cathy. Sidney 2000.Ho nella mia camera da letto un quadro che incornicia un tessuto di stoffa disegnato a cera. Vi si vede al centro un canguro, e tutto intorno, distribuiti quasi come segni zodiacali, le immagini di altri animali che abitano l'Australia: struzzi, dinghi, koala, diavoli della Tasmania, quoll, lucertoloni di ogni genere, eccetera. Sopra tutti, campeggiano due cacciatori forniti di archi, lance e boomerang: serio motivo di preoccupazione per il canguro. Il titolo dell'opera è: Koongarra Dreaming. Un discreto numero di nativi aborigeni sono riusciti, dagli anni settanta in poi, ad integrarsi nel sistema sociale dei bianchi in qualità di assi dello sport. Dalla tennista Ivonne Goolagong, sette volte vincitrice del Gran Slam, al pugile campione dei mediomassimi Tony Mundine. E ne potremmo citare altri, in specie nel football australiano e nel rugby. Ma la campionessa più popolare è la sprinter Catherine Astrid Salome Freeman, il cui triplice nome sta per: “pura stella della pace”. Seconda ad Atlanta '96 nei 400 metri dietro la francese Marie José Perec,  la Freeman venne scelta dal comitato olimpico australiano come ultima tedofora per l'apertura dei Giochi di Sidney. Era una delle medaglie più probabili, ma soprattutto, in quanto aborigena, rappresentava l'unità e la storia moderna della nazione. Cathy accese così il braciere ed entrò nel suo speciale “dreamtime”, il tempo dei sogni, che nella cultura aborigena individua un momento della formazione del mondo interamente dominato dalle forze spirituali. Il pericoloso cacciatore con l'arco era, ovviamente, la Perec, che tuttavia, con un coupe de theatre dei suoi, si ritirò dalle competizioni senza neppure scendere in pista. La capricciosa diva e modella della Guadalupa, auto-esiliatasi dalla squadra francese, accampò presunte molestie subite dai fotoreporter che l'assediavano nell'hotel a Sidney. Sgombrato il campo dalle entità malefiche, la Freeman, inguainata in una tuta spaziale elaborata per lei dalla Nike, vinse facilmente i 400, passando alla storia come  il primo tedoforo capace di aggiudicarsi un oro nella stessa Olimpiade. Dopo la corsa nella gloria, che in base teorica riunificava un popolo, Cathy rimase a lungo seduta sulla pista, infine si rialzò, si slacciò il cappuccio della tuta e svolse il rituale giro dello stadio, fasciata delle bandiere australiana e aborigena. Potremmo definirlo il “tempo dei sogni” della formazione della nazione australiana, se non fosse che molto è ancora da fare in questa direzione.

Nuoto a ostacoli e libellule infrante. Parigi 1900. Non so se la bella ma tormentata Paris avrà l'Olimpiade del 2024, superando nelle preferenze Roma. Vero, però, che la prima volta nella ville lumiere fece disperare il barone De Coubertin.   Le gare, inserite all’interno delle manifestazioni sportive della Exposition Universelle, partirono il 14 maggio con la scherma e si conclusero il 18 ottobre col rugby; in tutto 16 discipline per circa 1.200 concorrenti. Non ci fu nessuna cerimonia, né d’apertura né di chiusura. Si mescolarono prove per “amateurs” (olimpiche) e per “professionals”. I premi furono rimessi con mesi di ritardo e non a tutti quelli che ne avrebbero avuto diritto. Solo anni dopo – quando il CIO si risolse a mettere ordine nel guazzabuglio incredibile di quei risultati, salvando 87 gare che sommariamente ricostruì –  molti scoprirono d’aver partecipato, da giovani, ai “Jeux Olympiques”. Le figure più barbine riguardarono il nuoto e la pallanuoto, discipline che ebbero a scenario la Senna. Un fiume, all'epoca, molto sporco e inquinato da detriti di ogni genere, frutto dell'industrializzazione e urbanizzazione pesante che la città aveva sofferto nell'Ottocento. Per la “natation”, furono messe in programma sette gare: 200, 1.000 e 4.000 metri stile libero, 200 dorso, 200 ostacoli, 60 metri sott'acqua e la staffetta 5x40. Cominciamo subito col dire che si registrarono 6 record mondiali, dovuti al piccolo dettaglio che la corrente a favore non venne presa in considerazione. Nella prova a ostacoli, vinta dall'australiano Fred Lane, i concorrenti furono chiamati a scalare un palo fissato in acqua (ma non unto di grasso, come nella “cuccagna”), quindi dovettero prodursi in uno slalom tra barche ancorate, ma comunque semoventi tra i flutti, e infine superarne altre passandogli sotto, come dovessero attaccare di sorpresa gli equipaggi. Nella prova di  “nage sous l'eau”, che fu appannaggio di un francese, tale De Vaudeville (probabilmente uno psudonimo, in parecchi si iscrissero con nomi inventati), si vinse col tempo di un minuto e 53 secondi. Crono ottenuto sommando al tempo reale i vantaggi e le penalità scaturite dall'esame di quanto a lungo s'era rimasti sott'acqua e quante volte s'era riemersi per una boccata d'aria. Nello sport ancora poco sviluppato del water-polo, poi, il caos fu totale. Le partite si svolsero in un tratto recintato del fiume. L'Inghilterra, composta interamente da ragazzi di Manchester, e la Francia, formata da elementi di due club denominati “Le Libellule di Parigi” e “I figli di Nettuno”, siaffrontarono seguendo ciascuna le proprie regole, coll'arbitro tedesco che applicava le proprie. I vincitori furono gli inglesi e, naturalmente, finì in rissa.

Nedo Nadi l'invincibile. Anversa 1920. Nedo Nadi, già campione a soli 18 anni nella prova di fioretto a Stoccolma 1912, fu il nostro portabandiera ai primi Giochi disputati dopo la conclusione della Grande Guerra. Moltissimi dei concorrenti avevano trascorso lunghi mesi in trincea, e molti ancora servivano sotto le armi. La scherma era tra gli sport più militareschi e quindi più attesi e apprezzati. Nadi, del Circolo Scherma Fides Livorno, aveva  passato quattro anni in Cavalleria, onorato di due medaglie al valore. Ad Anversa egli riuscì nell'impresa, mai più ripetuta da nessuno, di laurearsi olimpionico in tutte e tre le armi: fioretto, sciabola e spada. In effetti, si aggiudicò le cinque gare alle quali si iscrisse senza alcun problema e in tutta scioltezza. Nella finale di spada a squadre, ammonito dal giudice arbitro per l'eccessiva foga con cui aveva inferto un colpo, non solo non ebbe lamentele dal suo avversario, il belga Felix Goblet D'Alviella, ma questi si tolse la maschera e lo pregò d'insegnarglielo. Nadi acconsentì, si ricollocò la maschera a protezione del viso, con calma glaciale si mise in guardia e lo toccò dopo pochi istanti con quello stesso colpo. Sempre nel torneo di spada, la squadra italiana, col primo posto assicurato, scese in pedana contro gli Stati Uniti, rimasti fuori dal gioco delle medaglie. Spettò a Nadi concludere la serie di assalti contro il loro capitano, Arthur Lyon, un newyorchese di 44 anni assai più lento di riflessi rispetto a lui. Il campionissimo, aveva appena finito di piazzare l'ultima stoccata, che si sentì afferrare con decisione e sollevare al grido di “Hurrà, Hurrà!”. Era Lyon, che lo issava per portarlo in trionfo. Ma l'aneddoto più famoso è quello relativo all'incontro col re Alberto I° del Belgio.  Nella sua elegante uniforme militare, il sovrano, da sopra un palco, si inchinò all'indirizzo di Nadi per consegnargli la medaglia d'oro. Che poi era la terza consecutiva.  Riconoscendolo, assai sorpreso esclamò. “Ancora voi?!”. “Sì Maestà” – rispose pronto Nadi nel suo francese fluente  – “E col vostro permesso tornerò ancora”.

La passione di Dorando volume 1. Londra 1908.Molti storici concordano che sia stata la quarta edizione dei Giochi Olimpici, per la prima volta tenuta nella culla dello sport moderno, a dettare il cambio di marcia in fatto di popolarità. Fu la prima a richiamare la “meglio gioventù” sportiva e, soprattutto, la prima ad avere il suo eroe: Dorando Pietri. L'uomo che vinse e perse la maratona, come si scrisse. La maratona che proprio a Londra fissò il suo percorso standard di km 42,193, l'equivalente  delle 26 miglia e 385 iarde che intercorrevano tra il luogo della partenza, il Castello Reale di Windsor, e quello d'arrivo, il White City Stadium di Londra. La vicenda della maratona olimpica di Dorando è talmente nota che non sto qui a riassumerla. Piuttosto, mi piace sottolineare alcuni punti specialissimi che la contraddistinsero: 1) la gara rullò il 24 luglio in una giornata eccezionalmente afosa, e il principale rivale di Pietri, il canadese pellerossa Tom Longboat, un autentico professionista che da un mese si preparava in Inghilterra con due allenatori al seguito, si autoeliminò bevendo champagne a metà tragitto. Dettaglio che lo stesso Dorando rivelò a un reporter del Corriere della Sera, e che poi andò in pagina con un articolo a suo nome; 2) la crisi terribile che l'italiano patì negli ultimi chilometri, un collasso psico-fisico dalle proporzioni spaventose, molto simile, seppure più pesante negli effetti, a quello che colpì la svizzera Anderssen-Scheiss a Los Angeles '84, fu causato dall'ingestione di bevande a base di stimolanti, tra cui la stricnina. Lo constatò il medico che l'ebbe in cura, Michael J. Bulger, un irlandese che stava a capo dello staff sanitario predisposto per la maratona e che, pure, aveva aiutato Dorando in pista. Bulger nel redigere il suo rapporto riconobbe i sintomi dell'avvelenamento da noce vomica. Grazie a un cocktail di quel tipo, aveva vinto a St. Louis 1904 l'americano Thomas J. Hicks, anche lui crollato privo di sensi appena dopo il traguardo; 3) Pietri entrò nello stadio con numerosi minuti di vantaggio sul suo inseguitore, l'americano Johnnie Hayes. Stordito e assalito dai crampi, sbagliò il senso del percorso; avrebbe avuto il tempo di fermarsi e riprendersi, invece continuò, questa volta nella giusta direzione, e impiegò dieci minuti per compiere il mezzo giro di pista finale. Cadde cinque volte, l'ultima proprio davanti al palco reale, e l'aiutarono diversi ufficiali di gara, tra cui il megafonista e capo dell'organizzazione Jack Andrew, che lo sorresse negli ultimi metri: da solo, Pietri non ci sarebbe mai riuscito. Da notare che subito gli inglesi mandarono nello stadio le note della Marcia Reale, l'inno italiano, con l'intento di dare un crisma di ufficialità alla vittoria di Pietri. Questo perché gli inglesi erano in lotta con gli americani per la leadership nelle gare di atletica, per cui non volevano il trionfo di Hayes, giunto nel frattempo con 32 secondi di ritardo. L'ingresso nello stadio di Hayes aveva convinto Andrews ad acchiappare per le ascelle Pietri e fargli terminare di forza la gara.

La passione di Dorando volume 2. Londra 1908. Esattamente come nostro Signore Gesù Cristo, anche Dorando Pietri morì e poi risorse. Morì in quanto il reclamo del team USA gli tolse la palma della vittoria: una “morte atletica”, dunque. Che fu, tuttavia, molto vicina a tramutarsi in morte reale. Messo su una barella e portato al più vicino ospedale in stato di semi-incoscienza, Pietri rimase in condizioni critiche un paio d'ore buone. Fu tirato fuori dal baratro grazie a spugnature fredde e a medicinali, e la sera stessa se ne ritornò, solo soletto, nella sua cameretta in affitto nel miserabile quartiere di Soho. Non poteva ricordarsi di nulla, e tanto meno di un particolare curioso: mentre stava a terra, gli si erano avvicinati due impresari che gli avevano fatto apporre la firma su un pezzo di carta: un impegno a legarsi a un music-hall alla moda e comparire sul palcoscenico ogni sera. (Successivamente, allorché si rese conto che lo si voleva trattare come un fenomeno da baraccone, Dorando devolse l'intero compenso a favore di due ospedali). Il mattino dopo, tutti i giornali londinesi gridavano in prima pagina il suo nome, il piccolo italiano coraggioso che aveva replicato il leggendario episodio di Fidippide. Anche sir Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, scrisse per il Daily Mail un articolo eloquente. Pietri si recò allo stadio e subito venne riconosciuto e acclamato a gran voce dalla folla.  La regina Alexandra ordinò di farlo avvicinare al palco. Her Majesty era rimasta vivamente impressionata dal dramma shakespeariano andato in scena sotto i suoi occhi; in più, gli inglesi intendevano concedere il massimo risalto possibile alla figura di “Dorando”, sempre per sminuire la vittoria degli odiati americani.  Pietri andò sotto il Royal Stand e ricevette dalle mani della regina una coppa d'argento dorato in tutto uguale a quella destinata al vincitore; in segno d'amicizia, dentro vi stava ripiegata la bandiera dell'Union Jack. Consegnando il doppio trofeo, Alexandra disse gentilmente: “Spero non conserviate cattivi ricordi del nostro Paese”. Quella coppa magnifica venne poi regalata da Dorando a uno zio, e oggi è conservata nelle teche della Società Ginnastica Carpi.

 Vichinghi in ansia. Pechino 2008.L'ultimo evento di squadra ad essere completato alle Olimpiadi made in China fu il torneo di pallamano. In Italia, ovviamente, nessuno se ne accorse. Ma una nazione intera subì in maniera molto intensa l'impatto emozionale di quelle partite all'ultimo goal, che rullarono dal 10 al 24 agosto: era l'Islanda, paese di 300 mila anime che da sempre aveva nello “handball” lo sport nazionale. Così come è capitato ai recenti Europei di football, anche a quei Giochi gli azzurri islandesi si trovarono di fronte nella battaglia finale i francesi, dopo aver fatto fuori polacchi e spagnoli.  Altro dettaglio curioso, così come a Parigi anche a Pechino il loro capitano e cannoniere si chiamava Sigurdsson, cognome diffusissimo nella terra dei geyser. Gudjón Valur Sigurdsson, per la precisione.   A metà pomeriggio del 24 agosto 2008, cominciò al National Indoor Stadium la grande finale. Tutta l'Islanda si mise davanti al televisore. I giornali avevano riportato la notizia di un aumento esponenziale degli apparecchi Tv messi a riparare, e anche delle vendite degli ultimi modelli in HD. La febbre salì a livelli parossistici, assolutamente tutti ne furono coinvolti: uomini e donne, grandi e piccini, giovani e vecchi. Il presidente della Repubblica d'Islanda, Olafur Grimsson, e la first lady, l'israeliana Dorritt Moussajeff (editrice e designer di gioielli), a Pechino in visita ufficiale facevano salti mortali per non rischiare di perdere neppure una partita. Olafur giunse al punto di avvisare il Segretario Generale del Partito Comunista della Cina, il potentissimo  Hu Jintao, che  se la squadra avesse perso la  semifinale con la Spagna lui e la sua signora avrebbero lasciato anzitempo la cena, per correre allo stadio ed assistere al  match per l'aggiudicazione della medaglia di  bronzo. Jintao rispose con un cortese: “Allora spero sinceramente che rimaniate fino alla fine della cena”. La bella ed elegante Dorritt fece anche di più: fu vista darsi da fare insieme al  fisioterapista con un atleta azzurro che si sentì male prima della semifinale. Contro i fortissimi francesi, poi, gli islandesi persero 28 a 23, ma lo stesso furono accolti da trionfatori a Reykyavic. Proprio come gli eroi della mitica saga della letteratura norrena, la Heioarviga: la “Battaglia nella brughiera”.

Vichinghi astutissimi e vendicativi. Stoccolma 1912.Recentemente, mi è capitato di  appassionarmi a una fiction televisiva sui vichinghi. Ho così appreso – e davvero non me l'immaginavo – che quei pirati dei mari del nord la sapevano molto lunga. Pianificavano con attenzione le loro scorrerie estive nelle terre da depredare, e dietro quei capelli biondi da angeli e quegli occhi celesti da putti si nascondeva il massimo della crudeltà e dell'astuzia disponibili all'epoca nelle regioni iperboree. Nel 1912, allorché ospitarono nei mesi per loro più caldi (da maggio a luglio), la quinta edizione dei Giochi, imbrogliarono in diverse discipline, soprattutto in quelle – la lotta per esempio  –  dove volevano vincere a tutti i costi. Se andate a leggere le corrispondenze dei giornali italiani, è palese la meraviglia e il corruccio dei nostri atleti di trovarsi davanti un popolo di trucchisti a livello bizantino. Non per nulla, una delle divinità più ammirate laggù si chiama Loki, ingannatore di prima forza. Bene, se c'era una nazione che gli svedesi in casa loro volevano in qualche modo umiliare era la vecchia rivale Gran Bretagna, le “ex vittime” delle felici scorrerie d'un tempo. E la gara nella quale intendevano assolutamente battere gli inglesi era il “tug-of-war”, il tiro alla fune. La gara della lutte a la corde par équipes era stata inserita dai francesi nel 1900, vinta da una squadra mista di svedesi e danesi messa insieme lì per lì per fronteggiare un team di marinai statunitensi. Nel 1904, alla Fiera di St. Louis, gli americani se l'erano giocata da soli, e nel 1908, sempre inserita la disciplina nell'ambito dei concorsi atletici, tre solide e preparatissime squadre di poliziotti inglesi avevano dominato il campo, grazie anche al trucco di portare scarpe con listelli zigrinati e tacchetti di ferro; così, gli altri scivolavano, e i policemen no. Di fronte alle giuste lamentele degli avversari, gli inglesi avevano replicato insolenti che quelle calzature in apparenza speciali erano in realtà le stesse normalmente distribuite agli agenti di Scotland Yard in servizio. Vero è che gli svedesi se la legarono al dito: gabbati una volta passi, ma due volte proprio no! Potete non crederci, ma la sfida di tiro alla fune tra il team Sverige e il team Great Britain ai Giochi di Stoccolma fu uno degli eventi clou dell'intero programma.  Sfida unica, perché solo le due squadre in questione si iscrissero: i poliziotti della City of London, “defending champions”, opposti ai loro colleghi di Stoccolma.  Gli inglesi si ripresentarono sicuri di vincere, indossando le famigerate scarpe del 1908. Ma non avevano fatto i conti con Loki, che gli presentò un campo di gara costituito di sabbia marina. Senza nessun “grip”, i tuggers britannici scivolarono senza tregua, e i loro avversari vichinghi, quasi ghignando, li batterono con irrisoria facilità. Non ci fu il “terzo tempo” (tutti a bere la birra in locanda), ovviamente. 

L'ultimo volo dell'Angelo Azzurro. Messico 1968. Alcune settimane fa, ho assistito al saggio annuale della Società Ginnastica Romana, qui al Foro Italico. Vedere quei pulcini fare acrobazie con una spontaneità inimitabile è stata una gioia per il cuore e ossigeno per la mente. Così il pensiero mi va a Franco Menichelli, forse il più grande interprete della scuola ginnastica italiana, o per lo meno al pari di miti come Jury Chechi e Alberto Braglia. Menichelli, che è tuttora in ottima forma e nei giorni di Rio festeggierà i suoi 75 anni,  partecipò a tre Olimpiadi: Roma, Tokio, Città del Messico, collezionando una medaglia d'oro, una d'argento e tre di bronzo. Il suo exploit lo visse in Giappone. Nella specialità del corpo libero  fu capace di battere l'idolo di casa Yukio Endo, freschissimo vincitore nella prova individuale generale. Avrebbe strameritato di trionfare anche agli anelli, il suo esercizio preferito, ma le camarille delle giurie consegnarono a un mediocre giapponese, Takuij Hayata, la vittoria per 5 millesimi di punto. Al ritorno all'aeroporto di Fiumicino,  Menichelli fu portato in trionfo dai suoi “aficionados”, che inalberavano la prima pagina del Corriere dello Sport coll'appellativo coniato per lui: “l'Angelo Azzurro”. Passarono quattro anni e Franco vinse tutto quello che era possibile vincere per lui. Epperò, giusto alla vigilia dell'appuntamento di Mexico '68, si procurò un'infiammazione tendinea che lo rese praticamente zoppo. Non poteva eseguire il volteggio e disse ai compagni che alle Olimpiadi non se la sentiva di andare, anche perché in caso di ricaduta avrebbe lasciato la squadra con un uomo in meno nella gara generale. Ma gli altri azzurri lo convinsero a tentare. Il buon Franco, sebbene in cuor suo sentisse di stare commettendo un grosso un errore, partì per il Messico. Si alzò la mattina della semifinale del corpo libero sempre con quella brutta sensazione addosso, più forte che mai. “Io sento che oggi – disse al compagno Bruno Franceschetti – non porto a termine la gara”. Il veronese rimase molto sorpreso: “Sei impazzito? Ti senti poco bene?”. “Ti confesso – replicò Menichelli – che non vorrei neppure venire all'Auditorium. La caviglia mi fa male, il tendine mi rovinerà, vedrai...”. Poche ore dopo, eseguendo il salto finale dell'esercizio, il campione romano ebbe il tendine lacerato. Recentemente, così ha ricordato il momento del suo volo spezzato: “I medici non mi fecero nessuna iniezione prima della gara, perché così avrei sentito il dolore e sarei riuscito a salvare il tendine, proprio perché il rischio che mi si rompesse era alto. Andai in pedana cercando di spingere sulla gamba buona nel tentativo di acciuffare il punteggio necessario per accedere alla finale. Ma all'ultimo salto sentii il vuoto. Un vuoto assoluto per qualcosa che se n'era andato. E non parlo del dolore fisico che, nonostante intenso, era limitato. Sentii un vuoto dentro me che risuonava come una voce che mi diceva: Franco, la ginnastica è finita per te”.

Il Mameli nascosto. Londra 1948.Adolfo Consolini è stato uno degli atleti simbolo della rinascita sportiva italiana dopo la seconda guerra mondiale. Lo adorava il giovane Gianni Brera, il grande giornalista che all'epoca seguiva molto più l'atletica leggera del calcio.  Ai Giochi londinesi, allestiti in un clima di austerità al limite dello spartano (Consolini stava alloggiato in una baracca di legno attrezzata a ospedale militare e il suo letto era tanto corto che fu costretto ad allungarlo con una sedia e una valigia), c'era bisogno di tutto. I nostri azzurri lo sapevano e così, tre di loro, tra cui appunto il campione veneto di Costermano, prima di partire si procurarono tremila metri quadri di seta ottenuta da vecchi paracadute americani. Da una fabbrichetta di un conoscente di “Dolfo” fecero confezionare dei bei fazzoletti con la scritta: Olympic Games London 1948. Amici napoletani di Emilio Bulgarelli, il pallanuotista reggino, portarono un quantitativo di liquore Strega del Beneventano. I quattro scatoloni di fazzoletti e bottiglie furono camuffati in mezzo ai materiali della spedizione del CONI, onde passare indenni la dogana inglese. Fra un allenamento e l'altro, Consolini, Bulgarelli e il terzo della combriccola furbetta, il pallanuotista della Canottieri Olona Cesare Rubini, se ne andavano per negozi a piazzare la merce. Il successo dei fazzolettoni fu enorme, praticamente andarono a ruba. I tre alzarono qualcosa come due milioni di lire sonanti, cifra ingente per quei tempi grami. Ai soldi onestamente guadagnati, Dolfo, Cesare ed Emilio ci aggiunsero le medaglie d'oro vinte. I due pallanuotisti trionfarono col “Settebello”, il discobolo mise tutti in fila dietro il suo 17 metri abbondanti di lancio. Il principale rivale, tra l'altro, fu il suo compagno in azzurro Giuseppe Tosi, un omone piemontese di quasi due metri per 120 chili, ex pallavolista che poi la micidiale gravità, accumulata in bistecche e polenta, aveva piantato stabilmente a terra.  La cosa buffa fu che, nonostante il dominio dei nostri nella competizione del “discus throw” si fosse profilato netto fin dalle primissime battute, col fresco recordman del mondo, il californiano Fortune Gordien, chiaramente inferiore, si dovette attendere parecchio per la cerimonia di premiazione. Gli organizzatori, infatti, attrezzati senza la banda ma solo con un giradischi, avevano a disposizione le due vecchie marce, la “Reale” e la “Giovinezza”, e che esistesse un nuovo inno post-fascista neppure lo sapevano. Glielo fornì una mano anonima, forse gli stessi uomini del CONI. E così, nel leggendario Wembley Stadium, risuonarono le note a passo di carica che, col tempo, sarebbero diventate assai care agli sportivi: Fratelli d'Italia...

Unghie corte. Seul 1988. Alla partenza dello squadrone USA di nuoto, circolarono speculazioni, da parte delle riviste specializzate, sulla possibilità che Matt Biondi, il ragazzone bruno di Paolo Alto che da quattro anni dominava nelle prove sprint di stile libero, potesse aggiudicarsi 7 medaglie d'oro ed eguagliare il record di Mark Spitz stabilito a Monaco '72. Ma lo stesso Biondi non ci credeva: “Sono convinto che quella sia una impresa tanto leggendaria quanto irripetibile”. Invece, Matt divenne la star dei Giochi del nuoto, mettendosi al collo le 7 medaglie famose, tutte d'oro meno una. A suon di record del mondo, vinse i 50, i 100, i 200 e le due staffette a stile libero; e poi la 4x100 mista. Fallì però nei 100 farfalla, dov'era pure il favorito. Venne preceduto di un centesimo di secondo (53.00 contro 53.01) dal surinamese Anthony Nesty.  Questi era un ventenne alla sua prima esperienza olimpica, e tra l'altro il solo atleta del Suriname a quei Giochi. Anche Nesty stabilì i suoi bravi record: fu il primo nuotatore di colore ad aggiudicarsi una medaglia d'oro alle Olimpiadi, il primo del continente sudamericano e, conseguentemente, il primo del suo paese, quello che un tempo appariva sulle carte come la “Guyana Olandese”. Al contrario di quanto abbiamo raccontato riguardo al caso Larsson-Dewitt di Roma '60, con il cronometraggio elettronico di alta precisione sviluppato negli anni ottanta non si pose alcun dubbio sulla vittoria al centesimo del nuotatore del Suriname. Matt Biondi la prese con molta filosofia, condita di un pizzico di ironia sconfinante nel fatalismo. Ai giornalisti che gli chiedevano come e perché avesse perso con un outsider in una gara che lo vedeva sulla carta vincitore senza problemi, rispose: “Mah, non saprei. Ero in testa fino alle ultime bracciate. Avevo stravinto nella mia semifinale. Immagino che sia stata tutta colpa della toletta del mattino...”. “Spiegati meglio, Matt” – rimbeccò pronta una reporter che lui conosceva bene.  “Sai, ieri ho avuto la disgraziata idea di tagliarmi le unghie. Forse questo ha fatto tutta la differenza. Non vedo a cosa altro possano corrispondere poche frazioni di un centesimo di secondo, come mi è stato riferito dagli allenatori”. A Barcellona 1992, Biondi chiuse la carriera con un argento individuale nei 50 stile libero e due ori conquistati nelle staffette. Grazie a tre partecipazioni olimpiche consecutive, il suo medagliere complessivo toccò quota undici: otto ori, due argenti e un bronzo. Naturalmente, in Spagna gareggiò con le unghie piuttosto lunghettte, e non risulta che sia mai stato un “rosicatore” ansioso.

Tarzan alle Olimpiadi. Parigi 1924.Non so voi, ma io sono della generazione cresciuta avendo come eroe, tra gli altri, il mitico “Tarzan re della jungla”. E di Tarzan, nelle pellicole cinematografiche d'antan, ce n'era uno solo: Johnnie Weissmüller. Nato a Timisoara nell'attuale Romania, quando questa città faceva però parte dell'impero austro-ungarico, il piccolo Janos (questo il nome vero di “Tarzan”) era cresciuto in Pennsylvania e poi a Chicago, dove il babbo minatore era emigrato con la famiglia e aveva aperto un bar. Lasciati presto gli studi (che Tarzan fosse un analfabeta lo si capiva bene nei film), tracorse la sua adolescenza andando su e giù nell'aria e in orizzontale sull'acqua: aveva un lavoro da “ragazzo d'ascensore” al Plaza Hotel ed era entrato nello “swimming team” dell'Illinois Athletic Club. L'immenso Lago Michigan fu, in effetti, la sua prima vasca da bagno. Appena diciottenne, batté il record sui 100 stile libero di Duke Kahanamoku, il surfista di Honolulu oro a Stoccolma 1912. Poi, nella sontuosa piscina termoriscaldata all'aperto che i francesi avevano costruito per le Olimpiadi del '24, la Tourelles Bains,  Johnnie, alto, biondo, snello e bello di lineamenti che era una meraviglia, divenne la “star” assoluta. Vinse sia i 100 che i 400, a suon di record del mondo. Si cinse al collo la terza medaglia d'oro guidando i team-mates nella 4x200. E non finì lì, perché fece parte della squadra USA di waterpolo terza alle spalle di Francia e Belgio. Alle successive Olimpiadi ad Amsterdam, Weissmüller confermò la sua leadership nei 100 e agganciò il quinto oro con la staffetta. Quindi lasciò lo sport agonistico per fare il modello per costumi da bagno. Nel 1932 firmò con la Metro Goldwin Mayer il contratto per interpretare sullo schermo il protagonista dei romanzi di Edgar Rice Burroughs. Due curiosità mi sovvengono su “Tarzan” campione sportivo. La prima riguarda la sua dieta segreta, quella che lo mantenne in forma per vent'anni buoni, fino all'ultimo film girato nel 1948. Ebbene, ai Giochi di Amsterdam 1928 Weissmüller strinse amicizia con un atleta della rappresentativa di nuoto azzurra che si chiamava Emilio Polli. Questi era un gigante milanese più alto di lui, perché toccava i 193 centimetri. Era anche il rampollo di una delle più note aziende europee di carne in scatole e conserve di pomodoro, la “Fratelli Polli”, sorta nel 1872 e che ancora oggi va alla grande. Emilio s'interessava di studi sul regime alimentare conveniente a uno sportivo, con diete che sperimentava su se stesso per non debordare oltre i cento kg ed essere costretto a iscriversi alle gare dei capodogli. I consigli dell'italiano piacquero un frego al campionissimo americano, che li adottò e se ne avvantaggiò parecchio nel corso della sue carriera di divo del cinema. La seconda curiosità è realtiva al fatto che “Tarzan” fu il primo a filare in acqua con la testa bella dritta. Infatti, il suo stile all'inizio era orribile, buono solo per accoppiarsi con le anguille del Michigan: zigzagava come uno storione  ubriaco e perdeva così gran parte della sua pazzesca potenza. Bill Bachrach, il suo primo coach allo IAC, un astuto ebreo che aveva iniziato come istruttore all'YMCA, per togliergli il difetto escogitò uno stratagemma a dir poco geniale: pose il suo cappello sul bordo della piscina e costrinse l'allievo a nuotare a testa alta, guardando sempre il copricapo. Da qui il famoso stile “lineare” di Weissmüller, e anche quello di Tarzan. 

Crociati e “whops” del ring. Parigi 1924.Ragazzi, io amo molto la boxe, la cosiddetta “nobile arte”, per cui approfitto di stare a Parigi 1924 per snocciolarvi queste due storielle vere quanto gustose, cha fanno molto “Italian Style” e “Zaza Dance”, per capirci. Dico subito che si andò a quella Olimpiade con ben 16 pugili, ma al Velodromo d'Inverno non si vinse neppure una medaglietta di stagno. Nella categoria mediomassimi, al primo turno eliminatorio lo spezzino Amedeo Grillo se la vide col francese Georges Rossignon. L'azzurro scavalcò con un salto a pié pari le corde e si mise a zompettare sul quadrato. Quindi, raggiunto il suo angolo e prima di sedersi sul seggiolino, si fece il segno del buon cristiano. Fra i sorpresi di questa originale introduzione vi fu pure il suo avversario, che seguì attentamente i gesti del rivale, concentrato e impassibile alle grida d'incitamento del pubblico. Grillo spinse la sua devozione alle regole religiose fino al punto di impartirsi ripetutamente, con fumineità ma chiarezza, il segno della croce fra un'azione e l'altra del combattimento: un diretto destro, un segno della croce, un gancio sinistro, un segno della croce, un crochet a bersaglio, il segno della croce. Fino a che il francese non lo mandò al tappeto per il conto totale, sorprendolo con un gancio portato tra il Figliolo e lo Spirito Santo.  La seconda storia si centra su un grande campione poi anche tra i professionisti, Fidel La Barba, epperò vi dico subito che dovete masticare il vernacolo meneghino per intendere il sugo. Allora, andiamo in diretta, è il 16 luglio e Carlo Scotti, il gigante della nostra spedizione, rientra piangente negli spogliatoi, ché le ha appena beccate dal danese Petersen. Sulla panca c'è il peso mosca Rinaldo Castellenghi, di Milano come Scotti, che si benda con calma le mani e vede entrare il compagno in quello stato:   “Cusa t’è faa?” – gli chiede. Nessuna risposta. Solo delle lacrime scendono a rigoni dagli occhi di Scotti e si mescolano al sangue che sgorga dal naso e dalle labbra spaccate. Il piccolo Castellenghi non dice parola, si avvicina e, alzandosi sulla punta dei piedi, intinge la benda nel sangue che scende dalle ferite. Poi continua con nuova lena la sua operazione: “Adess te vendichi mi!”.  Dopo pochi minuti, il francese Goudry si prende la più dura lezione di pugilato della sua vita. Nella successiva eliminatoria, un quarto di finale però, Fidel La Barba, l'italo-americano, è dichiarato vincitore di Castellenghi. Fra l’ululare rabbioso del pubblico cosmopolita, il “whop” (gergo yankee dell'epoca che stava per “guaglione”: “Those fucking whops are at it again!”) si avvicina all’italiano in lacrime e, battendogli una mano sulla spalla, gli dice, in un misto di accenti del Bronx e della Calabria: “Bravo compatriotta”. L'allenatore Zanatti, de Milan pure lui, se lo guarda un attimo e sbotta: “Compatriota sì. Ma intanto ti te ghe sui stomigh quell’affare lì”. E il dito del trainer indica la bandierina a stelle e strisce che fregia la maglia bianca di La Barba. La nota deamicisiana della storia? Zanatti aveva preparato una maglia azzurra con lo scudo dei Savoia, da offrire al newyorkese qualora fosse stato battuto. 

Le giravolte del Barone, ovvero: tutte le differenze di un secolo. Barcellona 1992.Pierre de Coubertin, fondatore dei Giochi Olimpici moderni, probabilmente giravoltò parecchio nella tomba per quel che accadde alla XXV Olimpiade. Nel 1892, allorché gli era sugherellato nella testa l'embrione dell'idea di una rinascita delle Olimpiadi in chiave “fair play”, egli aveva detto chiaro e tondo che non sarebbe mai stato permesso alle donne di partecipare alle competizioni. Aveva pure aggiunto che i premi sarebbero stati solo rami d'olivo e medaglie d'argento e di bronzo, mai d'oro. E aveva insistito che le gare con le armi da fuoco non sarebbero mai entrate nei programmi olimpici; questo perché non potevano essere ragionevolmente considerate “sport”. Orbene, a Barcellona 1992 il primo campione olimpico in ordine di tempo fu una donna, la sud-coreana Cab-soon Yeo, vincitrice nella prova della carabina ad aria compressa. (Per lo meno, non esattamente una “arma da fuoco”).  Difensore strenuo del dilettantismo, il Barone francese continuò a giravoltarsi per una notizia che apparve sui giornali spagnoli. Un “lancio” cdal quale si evinceva che il Governo iberico andava ad offrire a ciascun atleta di casa laureato campione olimpico la cifra di un milione di dollari, distribuita, però, a partire dal compimento del cinquantesimo anno di età. (Supponiamo che molti degli ori spagnoli di quei Giochi stiano giusto in questi giorni cominciando a vedere il malloppo).  Ma la giravolta più veloce al Barone glie la fecero fare i cestisti americani. Infatti, la XXV Olimpiade, voluta in Spagna dal presidente del CIO Juan Antonio Samaranch, segnò l'avvento di professionisti al 101%: le superstar milionarie del basket statunitense. Il “Dream Team”, formato dai dodici migliori elementi del circuito NBA – gente come  Magic Johnson, Michael Jordan e Larry Bird, Charles Barkley, Patrick Ewing e Scottie Pippen –  vinse a mani basse il torneo, rifilando punteggi stratosferici ai  poveri “amateurs” che ebbero la sfortuna di imbattersi sulla loro strada. Per meglio stabilire le distanze, le stelle non alloggiarono neppure al villaggio. Interrogato al riguardo, Barkley, il “Sir Charles” dei Philadelphia 76ers, rispose: “Noi avremmo voluto stare al villaggio, ma non possiamo per colpa del magnetismo di quei tre: Magic Johnson, Jordan e Bird. Abbiamo Dio in squadra e stiamo dove Dio vuole”.

La love-story che unì il mondo (per poco). Melbourne 1956.La vicenda che più interessò i media a Melbourne fu la “liaison” intrecciatasi tra due medaglie d'oro: la discobola cecoslovacca Olga Fitokova e il martellista americano Harold Connolly.  I due si conobbero al villaggio, caddero vittima dal più classico dei “colpi di fulmine” e, diciotto giorni dopo la prima auto-presentazione, decisero che presto si sarebbero sposati. Hal, insegnante d'inglese in una High School del Massachusetts, durante i Giochi batté il sovietico Mikhail Krivonosov, gran favorito della gara. La sua performance fu straordinaria sulla base della sua anamnesi clinica, in quanto era nato malforme, col braccio sinistro rotto e un plesso brachiale lesionato. Per i primi otto ani della sua vita era stato costretto a portare un bracciale di sostegno e, quando finalmente i dottori glie l'avevano fatto togliere, l'aveva gettato in una fornace. La Fikotova, più fortunata,  era stata una giocatrice di basket e di hanball, ma poi aveva virato all'atletica leggera per concedere più tempo agli studi di medicina nell'università di Praga, la sua città. Voleva, infatti, diventare un chirurgo.  Fu fatale e conseguente che, proprio attorno al tema della chirurgia applicata alle malformazioni degli arti, si fossero articolati alcuni dei dialoghi della conoscenza reciproca. Per il fatto di appartenere a schieramenti politicamente opposti, impegnati nella “Cold War”, Hal e Olga incontrarono molti ostacoli sul cammino verso la felicità. Connolly, di osservanza cattolica, venne scomunicato e poi subito “reintegrato” (anche i preti si pentono...). Nel garbuglio, finirono coinvolti  il presidente della Cecoslovacchia, Antonin Zatopocky, il segretario di Stato americano, John Foster Dulles, e l'arcivescovo Richard Cushing. I giornali cecoslovacchi, su ordine diretto dei sovietici, all'inizio censurarono la love-story. Ma alla fine furono persuasi a parlarne dall'entusiasmo espresso dall'opinione pubblica mondiale. Comunque sia, siccome l'amore trionfa su tutto, Hal e Olga convolarono a giuste nozze quattro mesi dopo le Olimpiadi. Il matrimonio si celebrò a Praga, la prima firma al Municipio e quindi in due chiese diverse, per i riti cattolico e protestante. Gli olimpionici Emil Zatopek  e Dana Zatopkova funsero da testimoni. Si calcolarono in trentamila le persone assiepate fuori del Municipio per lanciare confetti e coriandoli. Harold Connolly partecipò in seguito ad altre tre Olimpiadi. Olga Connolly, una volta acquisita la nazionalità statunitense, ne fece addirittura quattro, ma senza più vincere medaglie.  Nel 1968 Olga pubblicò un libro sulla sua love-story: The Ring of Destiny. Uno dei figli della coppia divenne un buon giavellottista, mentre la femmina entrò nella nazionale USA di volley. Nel 1975, però, Olga e Hal divorziarono. Perché anche le fiamme olimpiche, alla lunga, si spengono.  

Il gol della tenda rossa. Amsterdam 1928.Scorro sotto le dita le pagine ingiallite ma perfette di un istant-book del 1928: Il Naufragio della Spedizione Nobile, di Francesco Behounek. L'ho recuperato dagli scaffali della mia biblioteca perché voglio parlarvi di un episodio incredibile quanto “italiano”, che mi stuzzica in questo giorno di attesa per la sfida tra gli azzurri e i tedeschi agli Europei. Le Olimpiadi di Amsterdam, le uniche fino ad oggi ospitate in Olanda, partirono il 17 maggio 1928 col torneo di calcio. Diversi dei partecipanti a quella sorta di Mondiale ante-litteram erano, in realtà, autentici professionisti, vedi i talentuosi “footballeurs” argentini e uruguagi, e anche i nostri in pratica lo erano. Infatti, riuscirono ad andare molto avanti, fino a conquistare la medaglia di bronzo: primo alloro internazionale nella storia della FIGC. Il 4 giugno, l'Italia di Adolfo Baloncieri e Fulvio Bernardini, Giampiero Combi, Angiolino Schiavio e Felice Levratto,  Magnozzi, Rosetta e Caligaris, se la vedeva nei quarti di finale contro le “furie rosse” spagnole. Partita che finì in goleada 7 a 1, e si vide anche un tiro di Levratto sfondare la rete iberica. L'attenzione del popolo italiano, però, era rivolta in modo spasmodico alle vicende del dirigibile “Italia” del generale Umberto Nobile, sperduto da una dozzina di giorni in una zona sconosciuta del Polo Nord. C'era, dunque, questo gruppo di uomini disperati, assediati dal gelo e dalla fame, raccolti attorno al trasmettitore “Ondina 33” nella speranza di mettersi in contatto col resto del mondo. Mondo in ansia per la loro sorte, in un'epoca in cui un'avventura esplorativa come quella dell'”Italia” era un po' come andare sulla luna. Il marconista Giuseppe Biagi, un bolognese di 31 anni, mandava l'SOS e premeva il pulsante senza tregua, ma nella cuffia incollata alle sue orecchie non arrivava risposta. Ad un tratto, Biagi zittì i compagni e si rannicchiò in ascolto. Gli altri lo fissavano frementi e improvvisamente speranzosi: che fosse quella la volta buona? “Vittoria! Vittoria!”: il grido fece sobbalzare tutti. Qualcuno congiunse le mani, emozionato: “Ci hanno sentiti?”“No, – rispose Biagi – l'Italia ha battuto la Spagna 7 a 1!”.  Le cronache non ci rivelano la reazione di Nobile e degli altri nove: probabile l'abbiano preso per il collo. Comunque sia, qualche giorno dopo un radioamatore russo captò gli SOS e tutto si risolse per il meglio: da carne per gli orsi bianchi a eroi in patria.  Poi, la figura di Biagi si perse nell'ombra. L'uomo tornò alla ribalta solo ai tempi dell'Olimpiade del 1960, allorché un reporter della RAI lo scovò per caso che lavorava a un distributore di benzina sulla via Ostiense a Roma. Biagi si spense nel 1965, dopo aver raccontato, chissà quante volte condita in chissà quante salse, la sua famosa storia.

Campioni rinchiusi nel lager: Attila Petschauer. Amsterdam 1928. Poiché sono sulle piste delle Olimpiadi olandesi, vorrei dire qualcosa riguardo ai tornei di scherma, che in quell'edizione videro protagonisti in pedana eccelsi interpreti. Dovete sapere che, da sempre, tre sono state le scuole schermistiche che hanno dominato in sede olimpica: l'italiana, la francese e la magiara. Ad Amsterdam, l'oro nella gara di sciabola a squadre fu appannaggio dell'Ungheria, capace di aggiudicarsi tutti e venti gli assalti. Tre dei componenti –  Attila Petschauer, Janos Garay e Sandor Gombos – erano di fede ebraica.  Nella prova individuale, l'oro venne assegnato dopo un match di spareggio (“barrage”, nella terminologia dell'epoca) tra Petschauer e il il conte Odon von Tersztyanszky, anch'egli ungherese.  Tre lustri dopo questi eventi felici, sia Petschauer che Garay, entrambi appartenenti all'alta borghesia budapestina, finirono nel tritacarne predisposto dalla Germania nazionalsocialista per eliminare tutti i “giudei” dalla faccia della terra; o almeno dalle terre cadute nel dominio dei soldati di Hitler.  Garay fu ucciso in Austria, nel campo di concentramento di Mauthausen-Gusen, nel maggio del 1945: una delle 155 mila vittime di quel luogo di abominio sorvegliato dalla SS-Totenkopfverbände, l'unità “Testedimorto”. Prima di lui, se ne era andato il più giovane e bello Petschauer, deportato già al volgere del 1942 nel lager di Davidovka, in Ucraina. Un'agonia inumana nei suoi dettagli, dovuta paradossalmente al “demerito” di essere stato un “giudeo olimpionico”, sorta di ossimoro alle orecchie dei nazisti. Petschauer fu riconosciuto nel mucchio dei nuovi arrivati dal tenente colonnello Kalman Cseh von Szent-Katolna, un suo connazionale che ad Amsterdam aveva fatto parte della squadra militare di equitazione, per altro senza giungere sul podio. Questi lo fece trattare peggio degli altri prigionieri, costringendolo alla tortura dell'acqua. Come venne poi ricordato da un testimone oculare sopravvissuto al lager, l'olimpionico di lotta libera (nel 1936 a Berlino!) Karoly Karpaty, il crudele Von Szent schiaffeggiò Petschauer e gli gridò in faccia, davanti a tutti: “Tu, vincitore di una medaglia olimpica nella scherma, facci vedere come sei bravo ad arrampicarti sugli alberi!”. Immediatamente, il poveretto venne spogliato nudo e obbligato dalle guardie a fare il verso e i movimenti di un gallo domestico. Quindi, lo si bagnò con l'acqua gelida e lo si lasciò all'aperto, legato ai polsi e appeso.  Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio 1943, Petschauer morì assiderato.  Questa vicenda ha dato spunto nel 1999 al commovente film Sunshine, della regista Rosemary Harris, la figura del campione interpretata da Ralph Fiennes.

Full metal jacket made in Viet-Nam. Sidney 2000. Non credo che, mentre si batteva per la medaglia d'oro nella finale della categoria 57 kg del tae-kwon-do, la vietnamita Ngan Tran Hyeu avesse in mente la foto del 1972 di Kim Phuk, la bambina simbolo della guerra del Vietnam: nuda, piangente e spellata dal napalm sulla strada per Saigon. Un'immagine che cambiò il mondo, nella misura in cui colpì dolorosamente un'intera generazione di giovani occidentali. Ngan perse con l'avversaria sudcoreana, e tuttavia conquistò la prima medaglia alle Olimpiadi per il suo poverissimo e disgraziato Paese. Ngan proveniva da un minuscolo villaggio di pescatori della costa centrale, Tuy Hoa, con la gente che abitava sulle palafitte com'è abitudine da millenni in quell'angolo del pianeta. Nessuno possedeva la Tv per vederla in azione ai Giochi, e comunque non sarebbe servito, perché il Governo non aveva i soldi per un coverage live o perfino per la registrata; idem per le trasmisioni radiofoniche.  Il fidanzato della Ngan e la sorella maggiore seppero, così, dell'impresa di Ngan da un'agenzia di stampa internazionale. Ovviamente, i giornalisti stranieri li andarono subito a scovare. Nguyen, il fidanzato, disse: “Sono felice per Ngan, ma non credo le telefonerò: anche se lo facessi, rimarrei senza parole”. Tran, la sorella più grande, dal suo negozietto di dolciumi che gestiva con gli altri componenti della famiglia, pure rivelò il suo sgomento: “Tutti qui siamo molto commossi. Aspettavamo con ansia di sapere qualcosa. Ma anche io, ora, non saprei che dirle”. Giunti a quel punto, qualcosa sentì di dover dire il nuovo Ministro degli Esteri vietnamita, Nguyen Dy Nien, che rilasciò un lapidario comunicato: “We want to say that we are with you”: Vogliamo dire che siamo con te.   Una curiosità: il nome proprio della Tran Hyeu, “Ngan”, tradotto in lingua  tiếng Việt, un idioma del gruppo Khmer, significa “metallo”.

Geesink all'idrogeno. Tokio 1964. Le prime Olimpiadi in Giappone gli storici dello sport le considerano anche le prime ad essere state interpretate scopertamente, dai partecipanti stessi, come una competizione dove l'unica cosa che contava era prendersi l'oro. Lo disse chiaro e tondo alla stampa Valery Brumel, il saltatore in lungo sovietico. Diversi episodi testimoniarono questo nuovo status olimpico. Ad esempio, prima della finale dei 100 stile libero, il nuotatore britannico Bobby McGregor disse:  “Nessuno si ricorda di te se arrivi secondo, terzo o quarto ai Giochi”. Infatti, McGregor finì secondo, alle spalle del grande Don Schollander, e fu presto dimenticato. Nel pugilato, un peso piuma spagnolo, Valentin Loren, alla fine del suo match, perso per squalifica, colpì con un ottimo gancio al mento l'arbitro ungherese Gyorgy Semer. Davanti ai microfoni, tranquillo, rivelò: “Non mi importa nulla se mi radiano a vita, tanto voglio fare il professionista!”. Nell'atletica leggera, la giavellottista Elvira Ozolina, “defending champion” per aver vinto a Roma, terminò appena fuori dal podio la gara. Per dimostrare la sua vergogna, andò subito dal parrucchiere giapponese del villaggio olimpico (tipetto temutissimo...) e si fece radere a zero la chioma di capelli castani. Insomma, lo spirito dei samurai aveva contagiato un bel po' di gente. Ma se c'era una disciplina nella quale i padroni di casa volevano assolutamente vincere, quella era la disciplina del judo, per la prima volta ammessa come sport ufficiale. Il loro campionissimo si chiamava Akio Kaminaga, uscito dal famoso Istituto Kodokan, tempio delle arti marziali. Studente di 27 anni all'Università di Meiji, Akio per qualificarsi ai Giochi aveva dovuto battere la concorrenza del suo rivale-amico Isao Inokuma, ma per farlo s'era procurato un problema ai legamenti di un ginocchio, che il suo staff aveva accuratamente nascosto all'opinione pubblica. Con stoicismo vero, Akio raggiunse la finale. Il 23 ottobre si trovò di fronte l'olandese Antonius Geesink, un ragazzone biondo di Utrecht alto due metri esatti. Quindicimila spettatori gremivano la Budokan Hall, e tutti attendevano la vittoria nella categoria più prestigiosa, la “open”: la ciliegina sulla torta dopo una sfilza di trionfi senza macchie.  A dir la verità, il bicampione del mondo Geesink era il favorito dei pronostici, ma Kaminaga aveva saputo sbalordire esibendo una tecnica raffinatissima. Fidando del suo maggior peso, però, l'europeo con un Kesa-Gatame immobilizzò l'asiatico al minuto 9 e 22. Non ci fu nulla da fare. Al momento in cui Akio si rialzò, stordito e barcollante, in millanta intorno a lui piangevano e singhiozzavano senza ritegno, in quel modo tipicamente nipponico di soffrire insieme per purificarsi col dolore. Nel resto della giornata, l'intera Tokio apparve una città fantasma:  come se un macigno immane avesse schiacciato i suoi quattro milioni di abitanti.   Un giornale olandese scrisse che, con Geesink, una Bomba H era stata sganciata sulla capitale del paese del Sol Levante.

Le Streghe d'Oriente. Tokio 1964.Forse non tutti sanno che il volleyball è entrato alle Olimpiadi solo nel 1964, e dietro pressione dei giapponesi. Con la squadra maschile essi sapevano che l'impresa sarebbe stata difficile da compiere, perché c'erano i sovietici fortissimi, che infatti dominarono il torneo. Ma, a livello femminile, il Team Japan era il favorito. Le giocatrici selezionate si sottoposero ad allenamenti durissimi per tre anni interi, isolate nel villaggio Kaizuka presso Osaka, agli ordini del coach Hirofumi Daimatsu. Costui, che non era la ragazzina dei Manga ma un demonio dagli occhi di bragia (il suo soprannome,“Oni”, significava appunto “spirito malvagio”), teneva sotto controllo le sue vittime da molto tempo. Quelle ubbidienti ragazze-operaie nella fabbrica tessile Nichibo, di cui lui era un impiegato nel settore amministrativo, le aveva portate al titolo iridato e poi, col traguardo dei Giochi che si avvicinava, le aveva convinte a rinunciare a metter su famiglia (training e pargoli essendo inconciliabili) e a continuare la lotta fino al torneo olimpico.  Dopo aver vinto i Mondiali a Mosca nel 1962, la stampa nipponica aveva trovato il titolo giusto per le proprie eroine: “Toyo no Majo”: “Streghe d'Oriente”. Le streghe s'alzavano sei giorni su sette alle 6 del mattino, lavoravano alla catena di produzione dalle 8 alle 15, si allenavano dalle 17 alle 24, la domenica dalle 12 alle 24, e quindi brave a nanna. Niente vita privata, solo ferrea routine, insulti, punizioni che includevano colpi inferti con una specie di frustino sia sulla testa che sui fianchi, esercizi ripetuti allo sfinimento, la sanità mentale garantita da un mese di vacanze all'anno. Nessuna delle streghe mollò la presa, e la loro capitana, la saggia Kasai, ricordava sempre a tutte che stavano facendo “la cosa giusta”. Daimatsu invece diceva: “La domenica le mie streghe sudano per dodici ore filate (ghigno). Questo perché la nostra preparazione per vincere è una sfida personale, accettata senza porre domande” (altro ghigno). Se  non ché, poiché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, capitò un imprevisto: giusto la notte prima della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, la squadra della Nord Corea defezionò e se ne ritornò a casa, lasciando il ranking del torneo limitato a cinque team. Da regolamento, ce ne volevano sei per non annullare la competizione. Disperato, Daimatsu sollevò la questione e il Governo del Giappone offerse un milione di yen alla Sud Corea per prendere il posto dei loro cugini comunisti, che per i soldi dei giapponesi non si vendevano certo. Accadde, così, che le “minuteswomen” sudcoreane parteciparono al torneo e persero le cinque partite in maniera disastrosa, zero set all'attivo. Le streghe, dal canto loro, non ebbero problemi. Persero solo un set con la Polonia, perché Daimatsu si accorse che il suo collega sovietico stava osservando le tattiche e, immediatamente, tolse le migliori dal campo. La partita Japan-URSS totalizzò oltre l'80% di audience alla televisione nipponica. La trentunenne capitana Masae Kasai venne invitata nella sua residenza ufficiale dal Primo Ministro Eisaku Sato, al quale confessò, a occhi bassi e quasi in lacrime, che erano ormai dieci anni che voleva sposarsi, ma i metodi tremendi di Daimatsu le avevano impedito di conoscere e frequentare un uomo. Impietosito, Sato le presentò Kazuo Nakamura, uno scultore nippo-canadese suo amico, col quale la vergine Masae convolò felicemente a nozze. Quanto al demonio Daimatsu, egli lasciò l'attività di coach e pubblicò nel 1966 un libro che raccontava le sue imprese nel volley. Poi aprì un'agenzia pubblicitaria. Quindi si diede alla politica e morì d'infarto nel 1978. Solo alcune delle streghe furono viste al suo funerale.

Groundhog Day per Aldo Montano. Atene 2004.Dicono che avesse appena due anni quando, un giorno del 1980, babbo Mario Aldo lo condusse per la prima volta in palestra, al Circolo Scherma Fides di Livorno. Intorno a lui, lame lucenti che balenavano e ticchettavano di piccoli tintinnii d'argento, in un silenzio fatto di passi felpati e rotto solo da rare grida non sempre all'insegna del decoro linguistico. Le alternative disponibili per il piccolo Aldino erano due: o l'adesione totale all'amore di famiglia, oppure il rifiuto altrettanto totale e la fuga precipitosa dalle pedane. Magari verso un campetto da pallone. Ma Aldo Montano ci  impiegò poco a scegliere di vivere la sua vita nel culto della sciabola e della tradizione. E tutto questo aveva dentro di sé, in quegli istanti diabolici sulla pedana olimpica, indietro di due stoccate nella finale con l'ungherese Nemcsik. Siccome la classe non è acqua, e il babbo Mario Aldo, detto “o Mauzzino” per la somiglianza col leader della rivoluzione culturale cinese, quella vittoria la pretendeva dal figliolo, Aldo piazzò le sue zorrate: zac e controzac: due stoccate di eccezionale eleganza sul bianco di Nemcsik, tali da lasciare un segno d'oro.  E questo a dispetto del crampo al polpaccio, del sudore sul guanto e dei problemi al passante: un movimento unico diviso in due tempi diversi, frutto del corredo genetico e dei miglioramenti ottenuti negli ultimi tre anni all'Acqua Acetosa sotto la guida del maestro Christian Bauer. Il venticinquenne neo-olimpionico  ebbe subito molte cose da dire, e nessuna pensata prima: “Ma cosa ho fatto? Non ci credo. L'ho preso io! Questo oro l'ho preso io, mio nonno s'era fermato all'argento. Vorrei vivere questo giorno per 300 milioni di anni!”. Fortunatamente per il simpatico e ciarliero Aldo, il “Giorno della Marmotta” per lui non scattò. Tutti lo videro esultare sul gradino più alto, nella sinistra il tricolore e nella destra il mazzo di fiori e il vessillo granata del Livorno Calcio, la sua squadra del cuore. E anche il presidente Azeglio Ciampi, presente ad Atene per tifare azzurro, da buon livornese approvò la scelta.

“Game Over” abbatte il gigante della Cina. Pechino 2008.L'estate scorsa, preparando il libro che doveva celebrare i 100 anni della Federazione Pugilistica Italiana, ebbi modo di passare un'ora e mezza con Roberto Cammarelle, un “vis-à-vis” nella stanza del Presidente nel corso del quale mi raccontò in pratica tutta la sua carriera di campione. La mia impressione fu netta: “Game Over!” (il soprannome che s'era dato da solo, per via della passione per i video-games coltivata fin da ragazzino) non solo era un fuoriclasse della disciplina della boxe, ma si presentava anche come una persona di granitici principi morali. Un tipo “solido” sul ring e nella testa. Naturalmente, gli chiesi della medaglia d'oro vinta nel 2008. E questo fu il suo racconto:  “Caro Marco, quel giorno, a Pechino, ad attendermi c’era Zhang Zilei, grande quanto la Muraglia della sua nazione. Aveva passato il turno di semfinale senza combattere, e le giuria durante tutto il torneo avevano manifestato benevolenza verso i pugili locali. La finale dei + 91 kg era l’ultima gara in programma, un degno modo, secondo i cinesi ma anche secondo me, per chiudere l’Olimpiade. Ad essere sinceri, una sola cosa manteneva incerto il risultato, e quella cosa ero io. Io che ero più forte e lo sapevo. Una volta dentro al Palazzetto dello Sport, l'atmosfera era quella che mi aspettavo:  tutti tifavano per il mio avversario meno la mia squadra, che gridava il mio nome. Come poteva andare a finire? Il dubbio ti arriva. Credi nei segni del Destino? Il Destino bussò un colpo a mio favore. Mentre mi stavo preparando a salire nell'arena, le porte dei nostri spogliatoi si aprirono all’unisono, ed ecco che davanti a me c'era il cinesone: lungo lungo, pallido pallido, i capelli neri come il carbone. Un attimo, e agii d'istinto: lo fissai e gli dissi:  'I win!'. Fu l’inizio della sua disfatta. Sul quadrato, nel bailamme della folla urlante che pretendeva la vittoria, le cose andarono ancora peggio per lui. Ero troppo veloce, preciso e mobile, non riusciva a prendermi, al contrario di me che lo colpivo facile. Impostai il match da attaccante, tenevo il centro e lo stanavo. Non potevo fare diversamente. Non potevo accontentarmi di vincere: per essere certo dell'oro, dovevo stravincere. La stravittoria mi ci voleva. Dalla prima ripresa, il ritmo fu subito alto. Raccolsi in un lampo molti punti di vantaggio, acquistai fiducia. Di contro, il mio avversario si smosciava a poco a poco, come un palloncino in un pomeriggio di troppo sole. Durante la terza ripresa, Zhang barcollò vicino a me. Era esausto. Non si reggeva in piedi. Avrei potuto, come nei film di Bud Spencer che mi godevo da bambino, toccarlo gentilmente sulla fronte con la punta del guantone, e lui sarebbe andato giù.  Ma non lo feci e invece lo ressi, lo tenni dritto. Non volevo la sua umiliazione davanti a quattro miliardi di occhi di cinesi. Volevo vincere ai punti e mostrare la mia superiorità tecnica. Alla fine del terzo round, all’angolo mi incitarono a mantenermi vigile, mancavano solo due minuti al traguardo. Cominciammo quell'ultima ripresa, l'ultimo atto di una Olimpiade.  Ci guardammo, girammo un po’ intorno come due gatti, poi Zhang partì ed io lo incrociai con un uno-due micidiale, di quelli da rivedere al rallentatore. Insomma, finalmente lo fulmino e lui cade steso a terra. Un capolavoro di rapidità e precisione. In cuor mio, so che ho vinto. L’arbitro, però, lo fa rialzare e lo conta, ma lo sguardo del gigante è perso nel vuoto. Basta, è finita. Game over! Il giorno 24 agosto 2008 divento campione olimpico dei supermassimi”.

Hitleriadi. Berlino 1936.Il führer della Germania nazionalsocialista fu primattore alle Olimpiadi che aveva voluto a tutti i costi far disputare a casa sua.  Possiamo solo immaginarci quel che avrebbe combinato Benito Mussolini se avesse avuto anche lui un simile proscenio a disposizione. Hitler cercò di sfruttarlo al meglio, ma non sempre le sue performances furono adeguate agli eventi. All'Olympiastadion, salutò personalmente molti dei vincitori. E anche le vincitrici. Un caso particolare fu l'incontro con la medaglia d'oro dei 100 metri: Helen Herring Stephens. Appena terminata la gara, il führer dal suo palco diede ordini affinché gliela portassero nel box privato, una costruzione in vetro lussuosamente arredata, perché voleva congratularsi con la neo-olimpionica. La Stephens, ragazzona del Missouri che superava il metro e ottanta, e quindi abbastanza torreggiante sul suo nuovo ammiratore, accettò e si trovò a fronteggiare una seconda sfida, più insidiosa di quella propostale da Stella Walsh (l'americana di origini polacche che, in realtà, era un uomo...) in pista pochi minuti prima. Il buon Adolfo, con gli occhi scintillanti per le metanfetamine che quotidianamente prendeva, le saltò quasi addosso, almeno a credere a quel che rivelò poi la stessa Stephens: “Hitler arriva e mi fa il saluto nazista. Io rispondo con una bella stretta di mano alla maniera del Missouri. Immediatamente, Hitler punta alla mia vena giugulare. S'impossessa del mio sedere  e comincia a strizzarlo, a pizzicarlo e ad abbracciarmi, e alla fine dice: Sei proprio un tipo Ariano: dovresti correre per la Germania!   Dopo di che, mi dà un'altra bella ripassata e smanettata, e mi chiede se mi va di  trascorrere con lui un week-end nella villa a Berschtesgaden. Io declino l'invito...”. Un altro momento in cui si vide un Adolf  sopra le righe fu quando capitò un incidente nella macchina protocollare dei Giochi.  Il fatto accadde nel padiglione delle gare di lotta libera e greco-romana. Hitler voleva fare un gesto tutto politico di “amicizia” verso la Francia, e c'era questo lottatore bretone da premiare. Ma aveva fretta quel pomeriggio, motivo per cui, al fine di compiacerlo, i responsabili del protocollo decisero d'invertire l'ordine delle cerimonie. Così, in un primo momento sul pennone salì  la bandiera estone. Se ne accorsero, ma ci vollero dieci minuti prima che qualcuno ci raccapezzasse qualcosa. Infatti, mentre il gran capo premiava con la medaglia d'oro il francese Emile Poilvé, sul pennone più alto salì la bandiera dell'Egitto e la banda attaccò l'inno turco. Il pubblico espresse la sua  soddisfazione per il fuori-programma, con salve di risa e commenti spiritosi. Il  führer, invece, fu colto da uno dei suoi paurosi accessi d'ira. Se ne andò letteralmente fuori dai gangheri col suo codazzo di accompagnatori.  In qualche modo, l'episodio non porterà molta fortuna ai francesi, che saranno costretti ad attendere più di 70 anni per rivedere un loro atleta vincere nella lotta: il greco-romanista Steeve Guenot a Pechino 2008.

Le Olimpiadi dei coni gelato. St Louis 1904. Nel 1901 il CIO incaricò la città di Chicago di organizzare la terza edizione dei Jeux Olympiques. Ma intervenne il presidente americano, Theodore Roosevelt, a dirottare i Giochi a St Louis, dove si stava per aprire la Louisiana Purchase Exposition a celebrazione del centenario dell'entrata di quello stato negli USA. Così come a Parigi quattro anni prima, anche le Olimpiadi di St Louis finirono per diventare una delle tante attrazioni, e neanche la maggiore, di una fiera campionaria ad ampio respiro. Appena tredici paesi presero parte. Molte competizioni registrarono solo statunitensi tra gli iscritti, gli impianti lasciarono a desiderare (nei tuffi ci fu il caso limite dei concorrenti costretti a costruirsi il trampolino, nel nuoto la passerella era mobile al punto da far precipitare in acqua i nuotatori) e la media del pubblico fu di duemila spettatori. L'atletica leggera venne monopolizzata dagli atleti yankee, che si aggiudicarono 23 delle 24 prove, con l'eccezione nel lancio del peso del canadese Etienne Desmarteau.  Nella ginnastica, il secondo sport per numero di medaglie assegnate, la squadra di casa risultò composta da oriundi tedeschi. Uno di essi, George Eyser, membro del club Concordia Turnverein, vinse l'oro nelle prove “progression en suspension manuelle” (arrampicata su una fune) e “barres paralleles”; più tre argenti nel “saut au cheval”, “cheval d'arçon”, “concours composé” e un bronzo alla barra fissa. E tutto questo con una gamba di legno, la sinistra, amputata da ragazzo dopo che un treno l'aveva travolto per uno stupido gioco di coraggio.  Nella boxe, lo statunitense Oliver Leonard Kirk esordì sconfiggendo nella finale dei piuma il connazionale George Finnegan; due settimane dopo, avendo nel frattempo perso cinque chili, entrò in lizza nella categoria inferiore, quella dei gallo, dove pure vinse l'oro.  Tra le novità, si videro due giochi sconosciuti in Europa: il lacrosse e il roque. Il primo era una sorta di hockey su prato con retini al posto dei bastoni, molto in voga tra i pellerossa del nord, e infatti il team del Canada vinse facile. Il secondo era la variante transoceanica del croquet francese, che alle Olimpiadi del 1900 aveva visto un solo spettatore pagante – un gentleman inglese che aveva viaggiato da Parigi a Nizza per assistere al turno eliminatorio. Le cronache non ci dicono quanti comprarono il biglietto per il torneo individuale di roque. Probabilmente parecchi, in quanto il roque era molto popolare tanto da venire chiamato “lo sport del nuovo secolo”. Comunque sia, il raro libro in lingua francese al quale mi sto abbeverando per queste note dice che la gara fu appannaggio di Charles Jacobus, un sessantaquattrenne che aveva praticamente buttato giù le regole stesse del gioco, e soprattutto era uno dei membri del comitato organizzatore dell'Olimpiade. Per finire, una curiosità extra: a molti neo-olimpionici capitò di festeggiare la vittoria gustando la novità più gustosa della Louisiana Purchase: il cono gelato. La storia è carinissima e vera al 100%: un giorno, a Charles E. Menches, uno degli  oltre cinquanta venditori di “ice cream”, accadde di terminare la scorta di “penny licks”, piccoli contenitori di vetro, mentre la gente faceva la fila davanti al suo banco; se ne accorse il vicino, mister Ernest Hamwi, che stava vendendo i suoi “zalabia” (sorta di waffles, Hamwi era nato in Siria) con scarso profitto. Hamwi incartò il gelato negli zalabia e nacque così  l'ice-cream cone. Che altro dire? Non è incredibile? Grazie Siria. Personalmente, non scorderò mai la bontà del gelato di mandorle di Aleppo e spero proprio che le tue sventure finiscano presto.

Lo sfondareti e la meraviglia nera. Parigi 1924. Dal punto di vista aneddotico, non credo ci sia stato un torneo di football più ricco di quello che rullò a Parigi nella tarda primavera del 1924. Lo vinse l'Uruguay, che all'epoca poteva temere qualcosa solo dai cugini argentini e dai “maestri” inglesi, che però non si abbassavano a mandare il loro team alle Olimpiadi. Noi italiani, pure, stavamo rapidamente crescendo in tecnica, e in quanto a grinta ci facevamo già rispettare. Il 29 maggio incontrammo il Lussemburgo, gara valida per l'accesso ai quarti di finale. All'ala avevamo Virgilio Felice Levratto, un ligure traccagnotto figlio d'un calzolaio che militava nel Vado ed era in possesso di una castagna mancina spaventosa. Nel secondo tempo, in vantaggio 2-0, Levratto tirò una botta a mezza altezza che centrò al mento il portiere Etienne Bausch. Il poveretto venne letteralmente sbalzato verso il cielo dalla potenza del colpo, e ricadde a terra quasi inerte. Immagino che solo nel calcio molto fantasioso di Captain Tsubasa  accadano cose del genere, ma in quell'occasione fu vero.  “U l'ho matou!”, gridò Levratto con le mani sulla faccia: sapeva l'effetto dei suoi tiri che sfondavano le reti e sfregiavano la gente. Il biondo portiere, però, dopo un paio di minuti di narcolessia si rialzò, sebbene  a fatica e con la bocca colma di sangue. La sua lingua si era tagliata e toccò al massaggiatore italiano rimetterlo in piedi con le classiche “spugnate” e una sniffata d'aceto. Bausch, di nuovo in sé, chiese al coach Vittorio Pozzo, che parlava bene la lingua francese, chi fosse stato l'autore del micidiale tiro. Pozzo indicò il responsabile: Levratto. “Ah, bien...”,  annuì quello. Poco dopo, ecco l'ala azzurra ricomparirgli davanti e caricare la gamba per liberare la cannonata. Ma questa volta Bausch non stette lì ad aspettare impavido: con un balzo laterale lasciò la porta incustodita e si riparò. Levratto, stupito al massimo grado, scoppiò a ridere e non riuscì neppure a fare gol. Il secondo “miracolo” (dopo quello di Bausch di salvare la pelle, intendo...) lo realizzò il miglior giocatore della sqaudra campione olimpica dell'Uruguay: José Leandro Andrade.  Soprannominato “la maravilla negra”, questi di ruolo era un difensore, ma un difensore capace di gesti tecnici e atletici superlativi.  Durante una partita, lo si vide incollarsi la palla sulla testa e, come una foca, corrrere per trenta metri fino al limite dell'area avversaria. Tra l'altro, i dribbling di Andrade e dei suoi altrettanto bravi compagni di nazionale disegnavano sul campo una serie di otto: le “veroniche”. I giornalisti francesi, un pomeriggio dopo un 7a 1 alla Jugoslavia, li andarono a trovare con l'obbiettivo di farsi rivelare il segreto di quella scienza footballistica mai vista in Europa: magie  che lasciavano a bocca aperta. Andrade, attraverso l'interprete, spiegò  la formula, molto semplice in verità, un trucchetto che lui stesso aveva inventato: i giocatori della “Celeste” quando si allenavano si rifornivano di palloni ma anche di galline. Le lasciavano libere per il campo, quindi cercavano di acchiapparle a mani nude. Le “esse” imprevedibili che i pennuti disegnavano nella loro fuga erano le stesse poi realizzate dai calciatori durante la partita. I reporter francesi abboccarono, più tonti delle galline, e la cosa venne riportata pari pari.

La guerra delle scarpe. Tokio 1964.Gli anni sessanta hanno segnato la progressiva erosione del codice olimpico del “dilettantismo”. A lavorarci con lena furono le due più importanti case tedesche produttrici di calzature sportive: la Puma e la Adidas. Nate nella Germania mezza disastrata degli anni venti grazie a un babbo calzolaio in Bavaria e a due fratelli imprenditori, Adolf e Rudolf Dassler, dopo l'incredibile successo ottenuto alle Olimpiadi berlinesi fornendo specialissime scarpette da sprint a Jesse Owens, i due nel dopoguerra s'erano presi male di brutto, e ognuno aveva fondato la propria ditta. A Tokio, gli agenti rappresentati delle ditte nemiche, Horst Dassler per la Adidas e l'olimpionico Armin Hary per la Puma, ingaggiarono la loro personale guerra per convincere gli atleti da medaglia d'oro a scegliere i loro modelli.  Hary mise a segno un bel colpo col maratoneta Abebe Bikila, proprio l'etiope che a Roma '60 aveva corso a piedi nudi perché le Adidas al negozio del villaggio non gli andavano bene. Ma Horst Dassler fece anche di meglio, vincendo il braccio di ferro per accaparrarsi Robert Lee Hayes, la nuova stella statunitense della velocità pura. Il furbo Bob inscenò un giochetto per cui alla fine riuscì a scucire quasi 9 mila dollari a Dassler. Vinse la finale dei 100 metri indossando le scarpe bianche con le tre strisce. Poi, sul podio della 4x100, tutti poterono vedere come la divisione della posta s'era andata nel frattempo delinenando: due sprinter americani avevano le Adidas (Hayes e Strebbing) e i restanti due le Puma (Drayton e Asworth). Hayes, un mostro di potenza con i suoi 86 kg di peso forma distribuiti in 183 centimetri, correva in maniera sgraziata e i giornalisti americani scrivevano che lo faceva “come un piccione”. Qualcun altro, prezzolato sicuramente, affermava fosse colpa delle scarpe. Dopo le Olimpiadi, counque, Hayes divenne professionista di football americano col ruolo di “wide receiver” nella popolarissima squadra dei Dalls Cowboys.  Non partecipò in tal modo al secondo round tra Puma e Adidas che si svolse ai Giochi di Mexico '68, quando furono molti di più i “likely gold” ricevere  pacchi con, infilati nelle scarpe all'altezza della punta, bei rotoli di biglietti per totali che variavano dai 100 ai 10.000 $.  Tutto in nero, ovviamente, mentre i soloni del CIO si esibivano nelle classiche mossette delle San zaru, le tre scimmie saggie della tradizione indù: non vedo, non sento, non parlo. Scolpito nel marmo, in proposito, rimase il commento di un reporter di New York: “Ti potrebbe venire da pensare che ci siano un sacco di atleti feriti al villaggio, ma non è così: è probabile che zoppichino per via dei soldi impilati nelle loro scarpe...”. Battuta poi ripresa da Ken Follett nel suo romanzo On Wings of Eagles.   

Le O-oh-ooh-Oooh... limpiadi. Londra 2012.“L'importante è venire”, recitava il ritornello originale, caduto subito sotto la mannaia censoria della Democrazia Cristiana,  di una canzone di successo di Mina di qualche decennio fa. Lo sanno bene anche gli atleti che, da ogni angolo del globo terracqueo, convergono ogni quattro anni negli allegri villaggi olimpici. Un'occasione più unica che rara per sondare a fondo il significato dello “spirito sportivo” che pervade, come una febbre terzana ricorrente, tutti i villagisti. Ho sotto gli occhi la foto di una squadra di pugilato azzurra a Messico '68. A fianco dei nostri sorridono, sgambatissime al cioccolato, atlete cubane da sogno: capisco bene perché alla fine quei pugili non vinsero niente. Forse voi non immaginate che i primi ad affrontare il problema del sesso olimpico in maniera adeguata sono stati i cinesi, che a Pechino 2008 saggiamente distribuirono 100.000 profilattici gratuiti. Poi, i britannici hanno fatto di più: nell'estate del 2012 la Durex confezionò e mise a disposizione una media di 15 condom per atleta, per un totale di 150.000 pezzi. Quanto basta ad allestire per davvero la prima edizione delle “Sex Olympics”.  Quattro i colori scelti: rosa, rosso, verde e giallo. Il che ha fatto pensare ai semafori stradali: fermati un attimo, procedi con cautela, via libera. (Il rosa per le relazioni gay, ovvio).  A giochi in corso, ci si accorse che le stime della Durex erano state troppo prudenti. I 150 mila soldatini di gomma sparirono già al volgere della prima settimana di battaglie. I ragazzi lo facevano sull'erba all'aperto, se la fregola li acchiappava e se non c'era un posto dove andare. Si notarono anche altre cosette: molti si aiutavano con robusti spinelli e infilavano surrettiziamente del gin nelle bottigliette d'acqua minerale, girando con quelle al villaggio, la bocca atteggiata a un sorriso perenne. Si vociferò di salti della cavallina pazzeschi di alcuni dei campioni più dotati da Madre Natura. Si favoleggiò di ripetuti “wild-parties” all'insegna di un motto araldico che nonno Pierre non avrebbe mai avallato per  le sue puritane e misogene Olimpiadi: “Non importa il colore della tua pelle e dei tuoi pensieri, non importa quali siano i tuoi desideri, il catering del villaggio ti può soddisfare in tutto, procurandoti i migliori esemplari fisici sulla Terra”. Sempre a Londra 2012, prima di entrare in gara, il nuotatore statunitense Ryan Lochte avvertì chi gli voleva bene: “L'ultima volta a Pechino avevo una girlfriend, ed è stato un grosso errore da parte mia. Ora sono single e voglio proprio divertirmi”. Ma il bello del bello si vedrà a Rio 2016. Siccome i dati prevedono un 75% dei concorrenti impegnati a far sesso durante le due settimane di gare, gli organizzatori brasiliani hanno annunciato una produzione di 450.000 condom, due terzi dei quali classici e l'ultimo terzo destinato alle ragazze. Saranno anche regalati 175.000 confezioni di lubrificanti intimi. A Sidney 2000, i profilattici furono 45.000, e oggi siamo a una cifra dieci volte maggiore. Non sono un matematico, ma arguisco che, in un'eventuale edizione Roma 2024, i  soldati schierati ammonteranno a un milione. E allora chi lo sentirà papa Francesco?

 Pantere nere e iene di ogni colore. Messico 1968. Una delle foto più famose dello scorso secolo è quella che ritrae i velocisti Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri piani, col pugno guantato levato in alto e  il capo chino mentre nello stadio vanno le note dell'inno USA. I due, appartenenti al movimento Black Power, intendevano così protestare per la politica razzista nel loro paese, che pochi mesi prima l'Olimpiade aveva portato all'assassinio di Martin Luther King. Un dettaglio incuriosisce: perché Tommie e John, al momento dell'esecuzione di Stars & Stripes, alzarono l'uno il braccio destro e l'altro il braccio sinistro: John era forse mancino? O esisteva un significato recondito dietro quel particolare, magari una simbologia simile a quella dei piedi scalzi per ricordare il valore della povertà e dei pantaloni rivoltati all'insù per mostrare le calze nere da Black Panthers? No, la verità a volte è di una banalità estrema: quando Denise, la moglie di “Tommie the Jet”,  aveva acquistato i guanti ai grandi magazzini messicani, non aveva pensato che potessero servirne due paia. Siccome i guanti erano suoi e l'idea era stata sua, Tommie indossò il guanto destro e all'amico lasciò il sinistro. Una variante, meno sicura a mio parere, afferma che le due paia di guanti c'erano, ma Carlos dimenticò i suoi. L'indagine dei dettagli della foto, come in una scena di un film di Stanley Kubrick, non finisce qui. Tommie ha al collo una collanina  di pietre, ciascuna delle quali simbolizza un nero linciato nella sua lotta per i diritti civili. Entrambi espongono sulle tute una spilla del gruppo “Olympic Project for Human Rights”. E ne avevano data uno anche all'australiano Peter Norman, che solidarizzò con i due “afro” per il coraggio mostrato nel difendere le loro convinzioni. (In seguito, Norman venne ripreso dal Comitato Olimpico Australiano per il suo gesto). Il giorno dopo il fattaccio, l'USOC, cioé il Comitato Olimpico americano, su invito del CIO espulse Smith e Carlos dal team USA. Si scrisse che furono anche cacciati dal villaggio, ma la cosa è impossibile  perché i due non vi risiedevano, avendo preferito alloggiare in un appartamento downtown in comune con le rispettive mogli. Altri report posticci parlarono di un'espulsione seduta stante dei campioni ribelli, coi loro passaporti invalidati dal governo locale. Cosa non vera anche questa: gli atleti che partecipano a una Olimpiade non hanno bisogno di niente per rimanere, solo di uno speciale “passaporto olimpico”. Infatti, Carlos non partì e fu visto gioire allo stadio per la vittoria negli 800 della sua amica Madeline Manning. Vero, invece, che allorché Smith e Carlos tornarono negli States, essi furono oggetto di minacce di morte e di una persecuzione vigliacca sia dei media sia  degli agenti della Federal Bureau of Investigation, che  li tennero sotto costante osservazione. Persecuzione che finì col rovinargli l'esistenza e far scivolare verso il fallimento i rispettivi matrimoni: Denise Smith subì un tracollo psichico e la Kim Carlos tentò il suicidio. Tommie Smith, nonostante col suo 19 e 83 (il record poi battuto da Mennea) fosse diventato il primo uomo a scendere sotto la barriera dei 20 secondi, dovette rinunciare a proseguire coll'atletica leggera. Si guadagnò il pane militando per tre stagioni nei Cincinnati Bengals. John Carlos, che era del quartiere newyorchese di Harlem  e aveva antenati cubani, giocò anche lui al football da professionista, nella Canadian League. Lui, però, risalì la china coll'USOC, entrando nell'organizzazione dei Giochi di Los Angeles 1984. Fra i tanti “crucifige” non mancò il pasto della iena: Gabriel Borokov, l'allenatore dei velocisti sovietici, in Messico commentò la vicenda scrollando il capo come un Pilato moderno: “Da noi simili cose non accadono. Non mischiamo sport e politica”. Della serie: da che pulpito viene la predica.

L'uomo che corse e vinse da solo. Londra 1908. Pochi eventi nella storia delle Olimpiadi sono stati più controversi del “walkover” che consegnò la vittoria a Wyndham Halswelle nei 400 metri piani a Londra 1908. Elsewelle era un tenente di un reggimento che aveva combattuto la guerra anglo-boera all'inizio del secolo. Suo padre era uno scultore piuttosto noto e il nonno materno, Nathaniel J. Gordon, un generale scozzese. Aveva studiato nei migliori collegi e poi abbracciato la carriera militare, nell'ambito della quale aveva coltivato la corsa veloce. Considerati i suoi tempi sui 300 metri, si presentò da favorito in uno dei “contest” più attesi del programma atletico al White City Stadium: le 440 iarde. Già in semifinale, Halswelle stabilì il nuovo record olimpico col tempo di 48”4. Ma nella finale si trovò a competere da solo contro tre americani. Profittando del fatto che, all'epoca, non c'erano corsie nei 400 metri, questi ultimi elaborarono una strategia intesa ad ostacolare il britannico. Nelle regole vigenti negli USA era lecito spintonarsi brutalmente. Gli inglesi lo sapevano bene, e per questo motivo avevano stazionato un giudice ogni 20 iarde, in modo che il controllo sul comportamento degli americani fosse completo. La gara partì con William Robbins a fare il passo al centro della pista. Alla prima curva arrivò, come da accordi, il sorpasso di John Carpenter, della Cornell University, che si portò dietro in scia Halswelle. In quarta posizione rimaneva, pronto a intervenire, John Taylor. Alla seconda curva, Halswelle accelerò per lasciarsi alle spalle Carpenter, ma questi allargò l'alettone e, di forza, spinse fuori traiettoria l'avversario. Immediatamente, intervenne il giudice più vicino e strillò “foul!” e “no race!”, intendendo con questo dire che la gara andava considerata terminata. Carpenter non riuscì neppure a toccare col petto la fettuccia di lana, perché il giudice-capo la strappò per primo. Taylor venne fisicamente bloccato da un altro giudice. Robbins giunse al Finish subito dopo il suo compagno di squadra. Si accesero violente discussioni tra la giuria e i componenti dei team britannico e statunitense. Furono analizzate alla lente d'ingrandimento tutte le impronte marcate dai corridori sulla cenere della pista. Le diatribe durarono una buona mezzora, prima che il campo venisse sgomberato per cotinuare col programma. Carpenter fu squalificato e si decise che la gara sarebbe stata ripetuta di lì a due giorni, questa volta con corsie delimitate da cordini. I due americani superstiti, Taylor e Robbins, non si presentarono. Si vide, così, un uomo solo partire nella finale delle 440 iarde, vincente col tempo ufficiale di 50 secondi netti. Il walkover che permise a Halswelle di assicurarsi la medaglia d'oro nei 400 metri a Londra 1908 rimane a tutt'oggi l'unico nella storia dell'atletica leggera. Disgustato dalla “vittoria di Pirro”, Halswelle si ritirò quello stesso anno. Morì eroicamente, nel 1915, in una battaglia sul fronte francese.

La “Schiess rule”. Los Angeles 1984.I Giochi di Los Angeles si ricordano per il boicottaggio ritorsivo dell'Unione Sovietica e dei suoi paesi satelliti, per la scena surreale del volo sospeso del “Rocketman” William Suitor nella cerimonia di apertura, e soprattutto per il gran da fare che ci fu attorno al laboratorio anti-dopig (ad un certo punto, scomparvero nove test di atleti di primo piano trovati positivi agli steroidi anabolizzanti, onde evitare le controanalisi). Direi una delle edizioni più “drogate” della storia,  mettendoci anche il trucco del “sangue ricco” tenuto in frigo e reimmesso nella circolazione sanguigna degli atleti alla vigilia delle gare. (Il finlandese Martti Vainio e il nostro Alberto Cova premiati con l'oro). Nell'atletica leggera ci fu il boom di Carl Lewis, uno dei pochi campioni “naturali” in lizza. Ma la scena che catalizzò l'attenzione fu quella dell'arrivo della maratona femminile. Si trattava della prima edizione olimpica, e ci si era decisi al gran passo dopo una ricerca che aveva appurato come già nel 1896 due donne greche avessero manifestato l'intenzione di iscriversi alla gara,  impedite in ciò dagli organizzatori. Ora i tempi erano decisamente maturi per l'esperimento, e d'altronde già da parecchi anni le più importanti maratone registravano la partecipazione femminile. La prova fu appannaggio della statunitense Jean Benoit, con un crono appena sotto le due ore e 25 minuti: per dire, a Spiridon Louis la signora avrebbe dato mezzora buona di distacco. La vittoria della Benoit fu senza suspence. Le emozioni le accese l'arrivo di Gabriele Andersen-Schiess, una svizzera di 39 anni che lavorava come istruttrice di sci nell'Idaho. Venti minuti dopo la Benoit, la Schiess emerse dal tunnel ed entrò sulla pista rossa del Coliseum in uno stato di evidente disidratazione per il caldo sofferto: barcollante, piegata in avanti, il braccio sinistro sul fianco, la gamba destra quasi rigida. Sei minuti durò la sua agonia, passo dopo passo, con le telecamere puntate e l'ansia che attanagliava tutti. Avrebbe tagliato il traguardo, come la sua forza di volontà richiedeva? O sarebbe crollata prima? E la domanda più terribile: stava forse per tirare le cuoia in diretta televisiva? Al contrario di quanto era avvenuto con Dorando Pietri, nessun ufficiale di gara la aiutò. La Schiess portò a compimento la maratona, vinse la sua sfida.  E recuperò abbastanza bene dallo stress che l'aveva condotta al limite del collasso, con una temperatura corporea misurata all'arrivo di 41 gradi. Due ore dopo, era a posto. In conseguenza delle polemiche su quei sei minuti fuori controllo, la IAAF approvò la “Schiess” rule”, una norma che  consentiva agli atleti di ricevere un esame medico in gara senza incorrere nella squalifica.

Colpo di sole alla metanfetamina. Roma 1960. Il termine doping deriva dalla parola olandese dop. Apparve per la prima volta in un dizionario inglese del 1889 per descrivere una mistura di oppio usata nelle corse dei cavalli. Direttamente o indirettamente, sul campo o a distanza di tempo, il doping ha causato molte morti alle Olimpiadi. Una anche nella diciassettesima edizione. Nel 1960 la settimana tra il 25 e il 31 agosto registrò le temperature più alte dell'anno a Roma, comprese tra i 34 e i 38 gradi all'ombra. La prova ciclistica su strada a squadre, per consentire agli italiani di vincere la prima  medaglia d'oro in assoluto dell'Olimpiade, venne fissata per il 26 agosto, con partenza scaglionata dalle ore 9: tre giri di un tracciato ricavato sulla superstrada Cristoforo Colombo per un totale di 100 km. Calcolando un tempo, per i primi arrivati, di due ore  e un quarto o due ore e venti al massimo, si sapeva che i corridori sarebbero transitati sotto l'ultimo traguardo in un orario compreso tra le undici  e mezza e mezzogiorno, nel pieno della calura. Questa fu la prima causa della morte del danese Knud Jensen: il cieco nazionalismo e l'incoscienza di chi aveva programmato l'orario della gara, che sarebbe stato logico posporre alle 17 o alle 18. Con la sua squadra a caccia del bronzo, Jensen si sentì male a tre quarti di gara  e cadde pesantemente ai bordi della strada, tra le erbacce. L'ambulanza raggiunse in pochi minuti la zona del traguardo, dalle parti del Velodromo, ma invece di proseguire a tutta birra verso l'ospedale Sant'Eugenio, Jensen fu depositato in una tenda militare della Croce Rossa. Là rimase da mezzogiorno meno un quarto alle una e quaranta circa, due lunghe ore in un angusto locale con una temperatura interna prossima ai 50 gradi.  Centoventi minuti che, in pratica, determinarono l'aggravamento e il triste destino del ventitreenne muratore di Aarhus. Jensen morì all'ospedale e solo qualche giorno dopo il medico della squadra danese ammise che i ragazzi avevano assunto pillole di Roniacol, un farmaco svizzero a base di metanfetamina, pyrid carbinol e tartrato di nicotile, venduto nelle famacie e capace di mandare via il sangue dal cuore e forzarlo nelle gambe,  ma altamente sconsigliato col caldo. Il rapporto ufficiale delle Olimpiadi, tuttavia, parlò semplicemente di “colpo di sole”.

La gamba che dorme. Mosca 1980. Durante tutto il corso delle Olimpiadi moscovite si registrarono ripetute lamentele di imbrogli dei sovietici, non appena si presentava loro l'opportunità. Ci furono accuse specifiche di favoritismo delle giurie per i padroni di casa nelle discipline dei tuffi, della ginnastica artistica e nei concorsi dell'atletica leggera. Nella gara del lancio del martello, dove i sovietici si aggiudicarono tutti e tre i gradini del podio, le immagini video mostrarono chiaramente che Yuriy Syedich aveva commesso un fallo di piede al suo quarto lancio, che però si tramutò lo stesso in un “world record”. Si diffuse una voce che durante la competizione del giavellotto i sovietici avessero aperto i cancelli dello stadio ogni volta che era spettato agli atleti comunisti di lanciare. Voce priva di logica, a nostro parere, ché dal punto di vista dell'aerodinamica la creazione di correnti multiple avrebbe disturbato più che allungato la gittata dei giavellotti. Forse l'esempio più clamoroso di favoritismo smaccato occorse nella gara del salto triplo, dove i sovietici finirono al primo e secondo posto con l'estone Jaak Udmae e il russo Viktor Saneyev. Il detentore del record del mondo, il brasiliano Joao Oliveira, e l'australiano Ian Campbell furono caricati di un fallo chiamato “sleeping leg” per ben nove volte su un totale di dodici tentativi: in pratica, non li fecero quasi saltare! Tra l'altro, uno dei salti annullati a Campbell pareva davvero meritare l'oro. Campbell atterrò a una misura che egli subito valutò attorno ai 17 metri e mezzo, nuovo record olimpico. Alzò le braccia in aria, felice, ma dopo pochi istanti le portò al volto, disperato per la bandierina rossa prontamente alzata “a comando” dal giudice appostato all'altezza della zona dello stacco. Gli “aussies” protestarono e il segno della supposta “strisciata” sulla sabbia rimase un mistero, perché Campbell stesso non la vide. Un giudice si avvicinò subito al punto e pasticciò sulla sabbia. Una “gamba che dorme” è un tipo di punizione che  si attiva quando il piede libero del saltatore sfiora il terreno durante la fase di volo. Ma è un fallo che raramente viene rilevato, e scoprirne nove nella stessa competizione ha per lo meno del bizzarro. Un po' come se un arbitro di calcio desse nove rigori per “fallo di mano” alla stessa squadra.   Infatti, l'azione “sleeping dog” oggi non è più compresa dai regolamenti. Un recente studio scientifico ha appurato la validità del salto record di Campbell, e calcolato la misura che gli avrebbe dato l'oro. Nel computo, va messo anche un accordo intervenuto tra gli organizzatori e la Adidas, che sponsorizzava gli atleti sovietici. Secondo un libro-indagine pubblicato dal giornalista Roy Masters, quella vittoria olimpica nel salto triplo “doveva” essere marcata Adidas. Una delle colpe di Campbell era, dunque, quella di non avere le tre striscette.

Steroidamente tua. Tokio 1964.Ho ancora davanti agli occhi le immagini della corsa, tutta di forza e senza alcuna parvenza di grazia, di Jarmila Kratochvilova allorché stabilì, ai Mondiali del 1983, un record sugli 800 metri che resiste ancora oggi. La cecoslovacca aveva vinto l'argento a Mosca 1980 e il “boycott” dei sovietici ai Giochi di Los Angeles le impedì di arrivare all'oro con la frode. Perché ci sono pochi dubbi che la Jarmila fosse un prodotto abnorme, stra-evidente nel “fenotipo”, dell'ingerimento prolungato di steroidi anabolizzanti per incrementare la muscolatura.  Se vi prendete la pena di andare a scovare sul web un recente video in lingua cecoslovacca della  Kratochvilova, vi accorgerete che la poverina a cinquant'anni ha la mascella spostata come l'aveva Totò. Solo che al grande comico napoletano la mascella glie l'aveva spostata un crochet di un maestro di pugilato quand'era ragazzo, mentre per la campionessa ceca si tratta di un ricordino lasciatole dall'abuso di HGH: Human Growth Hormone. E tuttavia, la Jarmila è chiaramente una femmina. Diverso il caso delle “atlete-uomini”, che già a Roma '60 si videro in azione soprattutto nei concorsi dell'atletica leggera. Mi ha detto una volta  un'azzurra che molte ragazze russe, romene, bulgare e fritto misto non le potevi vedere fare la doccia; inoltre, recavano sulle guance segni bluastri che facevano pensare a rasature frequenti. Nel 1964 a Tokio, gli americani si dolsero parecchio per le tre medaglie d'oro artigliate dalle “Tamara Press sisters”, due gigantesse romene portentose che erano state tra le più rasate a Roma '60. Ma molto più  sorprendente fu la vittoria ottenuta dalla Polonia nella staffetta 4x100, davanti alle favoritissime gazzelle nere USA.  Tra le quattro stolide polacche la più forte apparve Eva Klobukowska, una ventottenne di Varsavia che, a vederla in faccia nell'istante in cui tagliava il traguardo, si poteva pensare male. Eppure, Eva passò un “esame visivo” effettuato dai medici nipponici prima della gara. Nel 1965 la Klobukowska s'impossessò del record del mondo, e la sua fama s'allargò a dismisura.  Ma nel 1967 non superò uno dei primi esami cromosomici per accertare il sesso. In sostanza, il suo corredo genetico contava un cromosoma in più, per cui venne catalogata nel sesso forte. Eva diventò così la prima atleta ad essere bandita dalle competizioni sportive per non aver passato quel nuovo test.  Anni dopo, corse voce che fosse rimasta in cinta e avesse dato alla luce un figlio. Un miracolo della scienza anche questo.

Un olimpionico per bidello. Stoccolma 1912. Se oggi andate a Modena e passate davanti allo stadio dove gioca la squadra di calcio dei “canarini”, vedrete che esso è intitolato ad “Alberto Braglia”. Apro un bel librone edito nel 1970 dalla Società di ginnastica e scherma del Panaro per festeggiare i suoi cento anni, e scopro la riproduzione di un manifesto affisso nel luglio del 1912 dal locale Municipio: CITTADINI! Oggi alle ore 17  giungerà a Modena il nostro concittadino ALBERTO BRAGLIA, reduce dalle gare delle Olimpiadi di Stoccolma nelle quali fu proclamato ancora una volta Campione del Mondo. In Svezia, le gare prevedevano esercizi ai quattro grandi attrezzi: anelli, parallele, sbarra, cavallo con maniglie, più la prova a squadre. Braglia, che di mestiere faceva il panettiere (ogni notte s'alzava alle quattro per impastare le focacce) e già s'era aggiudicato il concorso individuale nel 1908 a Londra, si ripeté a Stoccolma, portando  l'Italia al trionfo nel concorso a squadre. L'eccezionalità delle esecuzioni dell'olimpionico fu tale da indurre i giurati a esprimere il valore del suo lavoro sulle schede, oltre che col regolamentare punteggio, anche con frasi laudative del tipo: perfetto!, meraviglioso!, insuperabile!, eccelso!, sublime!, scritte nelle varie lingue. Perfino il Re e il Principe Ereditario di Svezia vollero complimentarsi. All'epoca, capitava solo in casi come questi che un umile popolano avesse in sorte di stringere la mano a un sovrano: le Olimpiadi ne avevano il potere. Ma torniamo al momento fantasmagorico dell'arrivo di Braglia alla stazione di Modena. Ecco l'eroe scendere dal predellino del treno in una nuvola di vapore bollente: la banda suona, la gente lo acclama, i compagni di palestra scandiscono a voce alta le sillabe del suo nome. Alberto sale sulla carrozza a cavalli preparata per lui e percorre in trionfo le strade cittadine. “Sei grande!” – gli gridano gli amici della Panaro in divisa di gala – “Che cosa domanderai al re questa volta?”. (Un passo indietro: nel 1908 re Vittorio Emanuele aveva concesso un regalo a piacere al neo-olimpionico, ma Braglia, invece di pensare a sé stesso aveva chiesto la grazia per un parente incarcerato). Alberto ci pensa e risponde: “Chiederò... un posto sicuro. Un posto di bidello!”. E fu così che gli alunni della Scuola di Belle Arti di Modena ebbero come bidello un tricampione olimpico.

La velocista bionica. Seul 1988.  A pochi mesi dai Giochi coreani, gli ambienti internazionali del track and field rimasero a bocca aperta per il crono con cui la losangelina Florence Griffith vinse i 100 metri ai Trials: 10 e 49: ancora oggi imbattuto! A Seul, la pantera afro-americana arrivò con quella medaglia fulgentissima sul petto (muscoloso come tutto il resto), e l'unico dubbio sul fatto che avrebbe spazzolato via la posta intera dal tavolo era se gli organizzatori avrebbero accettato i suoi body fosforescenti e supersexy, spesso con una gamba scosciata e l'altra no, i  cappucci attillati che a volte nascondevano la chioma ferina, e quelle pazzesche unghie di cinque centimetri laccate di rosso, di giallo, di fucsia o di violetto. Sembrava proprio che la ragazza, per altro di umilissime origini, volesse in qualche modo far dimenticare l'ipertrofia del suo corpo da amazzone con civetterie che gridavano al mondo: sono una donna! Probabile, anzi a mio parere certo, che la Florence già s'imbottisse di ormoni della crescita. Tuttavia, i medici che la tenevano sotto controllo erano riusciti a non farla mai risultare positiva ai test, per cui il suo supposto dopaggio fu dibattuto allora  come lo è oggi, a quasi vent'anni dalla sua morte prematura. A Seul, la Griffith fu letteralemente spaziale: un'aliena. Stabilì un 10 e 54 nella finale dei 100 metri. Nei 200 stracciò per due volte il primato mondiale, correndo con tempi assai prossimi a quelli degli uomini. Alcuni scienziati della DDR, la Germania comunista che ormai aveva un solo anno di misfatti da compiere davanti a sé, conclusero che l'americana nella finale aveva realizzato dai 10 ai 90 metri lo stesso tempo del brasiliano Robson Da Silva, terzo classificato nella gara maschile; in pratica, la Griffith correva forte quanto un uomo! E infatti, la sua principale rivale, la delusissima Evelyn Ashford, commentò: “Per batterla ci vuole un uomo, ed io ancora non me la sento di diventarlo...” (la seconda parte della frase sussurrata soltanto alle amiche).  Quel record incredibile di “Flo-Jo” sui 100 metri piani, 10 secondi e mezzo scarsi, è stato avvicinato appena un poco (10”65) da Marion Lois Jones, di Los Angeles anche lei, che però è stata riconosciuta dopata e ha finito per restituire le cinque medaglie vinte a Sidney. Le cinque della Griffith, invece, secondo i prospetti ufficiali del CIO sono tutte valide.

In viaggio con papà. Barcellona 1992.Una delle scene più drammatiche e belle delle Olimpiadi catalane fu quella che catturò l'attenzione nella prima semifinale dei 400 metri uomini. Tra i dieci concorrenti al via c'era il britannico Derek Redmond, che aveva sofferto del distacco di un tendine di Achille nel 1988, evento che l'aveva costretto a rinunciare ai Giochi di Seul. Ma ora, quattro anni dopo, la “freccia nera di Bletchley” stava andando più forte che mai. Dopo qualche secondo dallo sparo dello starter, Redmond apparve come un probabile qualificato alla finale, tanto procedeva sicuro con la sua falcata sciolta, efficace ed elegante. Giunto a metà gara, sentì nella gamba già infortunata, la destra, quello che poi descrisse come un “pop”:  si trattava di uno strappo al bicipite femorale, doloroso quanto letale. Trascinandosi in modo penoso e soffocando a stento i singhiozzi, Derek vide allontanarsi come treni gli avversari e seppe, in un modo definitivo e brutale, che il suo sogno di una finale olimpica s'era concluso. Rifiutò, però, l'invito dei giudici di gara ad abbandonare la pista, e continuò la sua performance saltellando. Immediatamente, Jim Redmond, il padre di Derek, scavalcò le transenne della zona del pubblico e corse incontro al figlio. Quando Redmond Junior disse a Redmond Senior che voleva assolutamente concludere la gara, questi annuì: “La finiremo insieme!”. Abbracciati, padre e figlio lentamente percorsero il rettilineo finale che portava alla linea del traguardo. La superarono. Lo stadio esplose in scroscianti applausi e in un ruggito di soddisfazione. “It is a most touching moment” – commentarono i telecronisti della BBC. Questo incidente è in effetti diventato uno dei momenti da ricordare nella storia più che centenaria delle Olimpiadi, oggetto di uno dei video CIO "Celebrate Humanity". Le immagini sono state pure utilizzate in una pubblicità della Visa, come esempio di “Olympic Spirit” e, nel 2008, in uno degli spot "Courage" della Nike.

Tempo della mia maratona: 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi. Stoccolma 1912. In tema di “finire la gara”, nulla ci pare paragonabile a quanto fatto dal giapponese Shizo Kanakuri. Studente a Tokio, la sua università organizzò una colletta per mandarlo nella lontana Europa, a disputare la maratona olimpica. Shizo aveva qualche chance di andare sul podio, ma al trentesimo chilometro si fermò per accettare un succo di frutta offerto da uno spettatore. Questi fece di più: lo invitò a sostare un attimo a casa sua, per ristorarsi all'ombra. Shizo si accomodò su una poltrona e subito cadde in un sonno letargico. Il suo risveglio fu sicuramente solcato da dragoni cinesi che lo fiammeggiavano, o da Shogun che lo impalavano, perché realizzò all'istante di averla fatta grossa, di aver tradito la fiducia risposta in lui dal preside della facoltà e dai colleghi di università. Decise, lì per lì, di squagliarsela e di rientrare nel suo paese di nascosto, sotto falso nome. Gli organizzatori della corsa, non avendo più notizie, lo inserirono tra le persone scomparse. Passò così un mezzo secolo. Ma un giorno, nel 1966, a un giornalista svedese l'acchiappò la curiosità di scoprire che fine avesse fatto Shizo Kanakuri. Che la polizia in Svezia ancora lo cercava. Il reporter prese l'aereo per il Giappone e, dopo una ricerca neanche troppo difficile, scovò il vecchio nella sua città natale di Tamana. Shizo vuotò tranquillamente il sacco: rivelò la vera storia del maratoneta fantasma. (Più di un villico aveva poi raccontato di aver visto, nelle notti in cui l'aconito fiorisce, un piccolo asiatico dagli occhi rossi correre nella foresta con la bava alla bocca, lamentandosi e latrando come un lupo). La vicenda incredibile venne riportata dai giornali di tutto il mondo e, l'anno dopo, in occasione di alcune celebrazioni indette per ricordare i Giochi del 1912, il governo svedese invitò Kanakuri a terminare la corsa rimasta in sospeso. Cosa che il figlio del Sol Levante prontamente fece, dimostrando una forma da medaglia d'oro.

Galoppate in famiglia. Atene 2004.Leggo un trafiletto dalla pagina 23 del Corriere dello Sport-Stadio del 16 agosto 2004: EQUITAZIONE – MOGLIE E MARITO CONTRO. L'australiano Andrew Hoy non dovrà limitarsi a battere normali avversari per ottenere nel completo il quarto titolo olimpico consecutivo a squadre. Dovrà infatti sconfiggere sua moglie Bettina, che fa parte della squadra della Germania. La gara del “completo”, per il super-campione del Nuovo Galles del Sud, un Hall-of-Fame d'Australia con un record di vittorie lungo un chilometro, fu molto deludente: non arrivò neanche sul podio e nella prova individuale giunse cinquantasettesimo. Molto meglio, invece, andò alla sua consorte, Bettina Overesch, già bronzo a Los Angeles 1984 nel Three Day Team Event, e che proprio Andrew aveva convinto a rimettersi in sella per i Giochi di Atene. Spronata dal frustino del marito, Bettina partì alla grande e, dopo due prove, il dressage e il cross-country, s'installò in seconda posizione nell'individuale. Un cavaliere francese, Nicolas Touzaint, e l'equipe della Francia tenevano dietro la Germania nelle classifiche individuale e a squadre. Nella terza e decisiva prova a ostacoli, però, Bettina, in qualità di final jumper del suo team, tirò fuori dal cilindro un percorso che per lei era perfetto, senza far cadere nessun ostacolo, senza incorrere in alcuna infrazione, ma con un piccolo impiccio: 14 secondi di penalizzazione per avere oltrepassato il tempo massimo consentito. E questo perché era partita due volte! La prima per sbaglio, per uno scarto del cavallo, la seconda dopo aver compiuto un breve giro onde far scattare di nuovo il crono dello starting. L'eccezionale galoppata dell'amazzone tedesca valeva l'oro, senza quegli ingiusti secondi di penalizzazione scaturiti dalla convinzione di Bettina di stare dentro il tempo-limite, così come erroneamente le suggeriva il timer elettronico ai lati della pista. La Germania elevò protesta e questa venne accolta, col risultato che a Bettina Hoy andava il “double gold” individuale e a squadre. Andrew le corse incontro e la abbracciò commosso, perché ora erano una coppia olimpionica come poche altre se ne erano viste nella storia dei Giochi. Leggendari. Tuttavia, americani, britannici e francesi si appellarono alla Corte di Arbitraggio degli Sport, contestando le decisioni assunte dalla International Equestrian Federation. La Corte diede loro ragione: la Germania fu retrocessa in quarta posizione e la medaglia di legno toccò alla povera Bettina anche nella gara individuale. Olimpiade in bianco, dunque, per  gli Hoy. Ai quali rimase la gloria d'essere stati gli unici coniugi ad  aver gareggiato l'uno contro l'altro in una competizione olimpica.

La ragazza venuta dal Brasile. Atlanta 1996.Negli anni novanta, il Brasile cominciò a diventare una potenza nel judo. Ad Atlanta si presentò nella categoria al limite dei 78 kg con una ventenne dello Stato di Paraiba, Edinanci Fernandez Da Silva, che non andò oltre il settimo posto. La storia di Edinanci, però, era di quelle veramente particolari, tanto da essere vagamente scabrosa: nata ermafrodita, la judoka aveva trovato spazio nella nazionale verde-oro tra le molte polemiche istigate da chi Ella/Egli aveva atterrato sulle pedane, magari utilizzando la mossa “tuguruma”, una tecnica tutta di forza che nessuna judoka prima di lei aveva osato proporre. Così le ragazze sul tatami, non sempre bellissime ma comunque femmine al cento per cento, si lamentavano di trovarsi davanti, con Edinanci, qualcosa di troppo simile a un maschio. Alla vigilia di Atlanta, Edinanci si sottopose a un'operazione chirurgica che la trasformò in donna a tutti gli effetti, pur non modificando un gran ché della sua apparenza da camallo del porto di Genova. Nel 1997 giunse terza ai Mondiali di Parigi, e nel suo paese divenne così famosa da creare crocchi di gente ai grandi magazzini, e lei a regalare autografi col disegno di un viso di donna stilizzato e la cifra “-78”. Dopo Atlanta, Edinanci ha partecipato alle edizioni di Sidney 2000, Atene 2004 (dove la bloccò la nostra Lucia Morico, poi bronzo: “Il match più difficile” – confessò la marchigiana), Pechino 2008 e Londra 2012. Quindi è entrata in Marina per una ferma di un paio d'anni, senza più judo. Se andate a dare un'occhiata alla “Desciclopedia” in lingua portoghese, troverete la seguente nota, meno veritiera dei miei aneddoti ma comunque interessante, che vi traduco facile giacché ho passato parte della mia avventurosa gioventù in Mozambico: Edinanci quando garoto, além de pobre e feio pra caralho, tinha labirintite, o que levou-o para o esporte, o judô. Como Edinanci tinha o cabelo cumprido e duro (em referência ao seu ídolo Bob Marley), nem procuraram saber se ele tinha pica e colocaram-no na equipe feminina, o que o deixou muito feliz”. Edinanci, quand'era un ragazzo, a parte che ci aveva un pisello piccolo e brutto, si buscò la labirintite, il che lo indirizzò verso lo sport, il judo. Poiché portava i capelli lunghi e a treccioline (come il suo idolo Bob Marley), nessuno si preoccupò di appurare se egli tenesse sotto la picca e lo collocarono nella squadra femminile, cosa che lo lasciò molto felice.

Il miglior amico dei cinesi. Pechino 2008.  Questo aneddoto in realtà si compone di due parti. La prima riguarda Atene 2004, dove l'americano Matt Emmons, un ventiquattrenne del New Jersey campione del mondo in carica, si rende protagonista di un episodio raro ma non unico nel tiro con la pistola o col fucile. Dopo aver vinto l'oro nella gara dello “small-bore rifle, prone”, cioé la carabina a terra da 50 metri, sta conducendo con ampio margine la “tre posizioni” all'ultimo turno di tiri. La chiude con un centro pieno, un “10”, e alza tranquillo il braccio per rendere nota la sua moderata soddisfazione. Ma sul tabellone compare un punteggio illogico: zero. Allarmato, Matt grida: “I shot!”: ho sparato. Vero, ha sparato, ma ha colpito il bersaglio sbagliato: quello accanto! L'oro va al cinese Jia Zhanbo, Emmons diventa subito il tontolone del villaggio, piovono sulla sua email messaggi di solidarietà, qualcuno ironico. La sera dopo, a un party, sente una leggero tocco sulla spalla accompagnato da un: “Sei stato grande!”. Si volta per vedere in faccia il tizio, che però ha il viso d'angelo di Katrina Kurkova, tiratrice tra le migliori della nazionale ceca. “Sei stato grande perché sei arrivato tra i primi nonostante uno zero: sei un vero fenomeno!”. Katerina parla sul serio, e sul serio fa anche Matt, che intreccia una relazione con lei. Tre anni dopo, si sposano e vanno a vivere in Colorado. Salto di scena: Pechino 2008. Katerina vince subito la prima gara del tiro a segno: il fucile ad aria compressa da 10 metri.  Quindi sia lei che il marito si aggiudicano l'argento nella carabina “tre posizioni”. A questo punto, per confezionare la torta completa manca l'oro di Matt nella sua specialità preferita: la carabina da 50 metri. L'americano prende il comando e lo tiene fino all'ultimo dei quattro round, ha un vantaggio sul secondo di 3,3 punti, il che significa che con una sessione di tiri appena decente potrà gettare nel dimenticatoio la delusione di Atene. Ma ecco che accade l'impensabile: manca completamente lo shot di chiusura. Quersta volta non centra il bersaglio sbagliato, ma ottiene un punteggio bassissimo di 4,4, equivalente, al suo livello, a un tiratore a volo che non riesca a sfiorare un palloncino di elio lanciato a venti metri. Solo una forte emozione può aver causato un black-out del genere, può avergli fatto esercitare la pressione minima necessaria per far scattare il grilletto nel momento errato della respirazione  E così Emmott consegna ancora la sua medaglia d'oro a un cinese, Qiu Jian.  La vicenda fa il giro di tutti i giornali. Matt Emmons viene ufficialmente insignito dell'onorevole titolo di: “Best Chinese Friend”.

A-a-u-u-uh! Roma 1960. Penso sia arrivata l'ora d'inserire uno sport tipicamente “olimpico”, nel senso che solo alle Olimpiadi sale alla ribalta: lo weightlifting. A Roma, potete non crederci, non furono pochi gli appassionati che seguirono le gare di pesistica. C'erano validi azzurri in lizza e c'era da vedere un campione vero: Yury Petrovich Vlasov. Yury  era un ucraino di 24 anni, portabandiera dell'URSS alla sfilata d'apertura. Un biondo con gli occhiali da miope, 185 cm per un peso oscillante tra i 125 e i 136 kg. Categoria massimi, ovvio, perché il ragazzo tirava su con facilità 50 chili con un solo braccio.  Era un allievo della Zhukovsky Air Force Academy, cioé studiava per laurearsi ingegnere aeronautico.  Negli over 90 kg la lotta per l'oro era ristretta a lui e a due statunitensi, il mulatto Bradford e il bianco-latteo Schemanski. Se consideriamo che pure questi era di origine russa occidentale, allora possiamo dire con Lombroso che si trattava della sfida di due caucasici ad un rappresentante della commistione avvenuta tra neri d'Africa ed europei in tre secoli di problematica convivenza sui territori nord-americani. Rievochiamo la leggendaria gara, chiusasi alle tre di notte, con le parole di Valeri Steinbach, l'inviato dell'agenzia sovietica Tass: “Il 10 settembre tutti i giornali romani della sera scrissero a lettere cubitali: 'Al Palazzetto dello Sport una battaglia di giganti'. Si attendeva un'accesa rivalità tra Juriy e gli americani James Bradford e Norbert Schemansky. Nel primo esercizio Vlasov e Bradford ottennero prestazioni uguali, 180 kg. Schemansky nella distensione ottenne un risultato inferiore di 10 kg.  Nel secondo esercizio – strappo – tutti e tre i favoriti sollevarono 150 kg., ma poi Vlasov li superò di 5 kg. Nel terzo esercizio, dopo che Bradford raggiunse 182,5 kg e se ne andò dalla palestra, Vlasov rimase solo. Tutti i partecipanti avevano già terminato la gara ma Vlasov proseguì. Per lui rimaneva ancora un rivale da battere. Era Paul Anderson, non lui in persona, ma i suoi record. Il record del mondo ufficiale nei tre esercizi, che apparteneva all'americano, era pari a 512,5 kg, ma durante una gara interna nel Texas Anderson aveva sollevato, nei tre esercizi classici, 533 kg. Tutti i giornali statunitensi avevano dichiarato che l'uomo più forte del Texas avrebbe potuto tranquillamente fare i soldi nello sport professionistico. Nei prossimi cento anni, avevano detto, nessuno sarebbe riuscito a superare le sue prestazioni. Fu a questo rivale che Vlasov lanciò la sua sfida. Per prima cosa, nello slancio sollevò 185 kg, realizzando un nuovo record mondiale nelle tre alzate: 520 kg. Quindi chiese che al manubrio si aggiungessero 10 kg. Fissò il peso e nacque così un nuovo record mondiale di 530 kg! Ma Vlasov aveva in serbo un terzo tentativo e chiese ai giudici di preparargli una sbarra di 202,5 kg. Nella sala ci fu una grande agitazione! Uno scroscio di applausi, grida di entusiasmo, gente sconosciuta che si abbracciava e si baciava. Quando l'atleta sovietico si presentò in palestra, la sala si acquietò di colpo. 'Senza fretta raccolgo le forze – racconta Vlasov. –  Mi strofino con gran cura il collo e il petto con magnesia perché il pesante manubrio non scivoli giù. Tutt'attorno regna un gran silenzio. Un silenzio così profondo che mi sembra che persino nella decima fila si può sentire il battito ansioso del mio cuore e come i miei polmoni aspirano l'aria calda, afosa. Sotto i miei piedi scricchiola forte, quasi rendendomi sordo, la colofonia. Ed in questo momento tutto si sposta lontano, lontano da me. Ora tutto il mondo si è ridotto per me alle dimensioni del manubrio che sta immobile sulla pedana. Su... l'attrezzo, sospeso per un istante nell'aria, si posa sul mio petto. Un altro sforzo... mi alzo, traballando un poco sotto il peso del record. Passano alcuni secondi. Via! Il peso si stacca dal petto, sul quale poggiava, e comincia il suo moto ascendente. Tutto ciò si svolge in centesimi di secondo. Automaticamente, senza il controllo della coscienza, le mani fanno da supporto e sostengono il peso. Tutto d'un tratto, da lontano, mi investe un vociferare sempre più forte: A-a-u-u-uh!'”. Vlasov venne portato in trionfo dai romani, che scandirono il suo nome. Il nome di uno Spartacus venuto dal freddo. Mentre tutto questo accadeva, al Gorki Park di Mosca quindicimila persone assistevano sotto una pioggia battente alla sfida degli uomini più forti del mondo. Un evento che si ripeteva uguale, con lievi diminuzioni nelle ore dei pasti,  dalla prima giornata di gare, ogni volta con migliaia di uomini e donne che aspettavano fuori della piazza in attesa di riuscire ad entrare. Televisioni in bianco e nero, strategicamente posizionate al riparo dell'acqua e del sole,  trasmettevano le immagini dei seri e modesti campioni dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che battevano a Roma gli spacconi americani.

Il caso Zola Budd/Mary Decker.Los Angeles 1984.Una delle controversie più forti di quei Giochi coinvolse due delle atlete nel centro del mirino: le mezzofondiste Zola Budd, sudafricana, e Mary Decker, statunitense. La Budd aveva solo 18 anni ed era piccolina, con la particolarità di correre a piedi nudi. Poiché il Sud Africa era bandito dalle Olimpiadi, cinque mesi prima la Budd aveva acquisito la cittadinanza britannica. Questo dettaglio non era stato bene ai “citizens” del Regno Unito, così che la povera Zola si trovò ad essere l'oggetto di fastidiose lettere della gente indispettita per dover ospitare una “sporca razzista”. La Budd con l'Apartheid (che ho visto in loco nei primi anni '80: c'erano perfino i negozi per neri dsitinti dai negozi per bianchi...)  non c'entrava un fico: semplicemente era un campagnola introversa e colpita da vicende familiari che si sfogava a correre. La Decker, spilungona del New Jersey, aveva un'esperienza di undici anni di agonismo spasmodico, credeva in sé stessa ed era brava nelle pubbliche relazioni. La definivano “la findanzata d'America” e la si accreditava per l'oro sia nei 1.500 che nei 3.000 metri. A Mosca non aveva potuto andare, ora toccava a lei. Grande attesa, quindi, al Coliseum Stadium per la sfida tra la piccola e selvaggia Zola e la bella Mary, chiamata all'impresa davanti al suo pubblico. Anche se la vera favorita della gara, in assenza delle sovietiche, era la biondissima romena Maricica Pulca.   L'attesa era tale che una spettatrice yankee  si rese protagonista di un singolare episodio. Saputo che una delle serie di qualificazione dei 3.000 femminili era stata annullata, e credendo di capire che la corsa non sarebbe stata disputata, telefonò a uno degli organizzatori dicendogli: “Mi auguro comunque che, nonostante la cancellazione della prova, la medaglia d’oro venga assegnata a Mary Decker!”. La fede della tifosa venne delusa: la Decker incappò in una caduta durante la finalissima e perse la possibilità di vincere l’oro. L’americana inciampò maldestramente nelle caviglie della sudafricana, che ne ebbe un danno minimo. Mentre la Decker si spostava ai bordi della pista, maledicente il suo amaro destino, la Budd continuò ad attaccare, ma la vista della Decker piangente finì per scoraggiarla (molto peggio di Cristiano Ronaldo agli Europei) la scoraggiò. Nel giro finale fu superata facilmente da sei avversarie, tra cui la Pulca, che vinse l'oro. Nel tunnel che portava agli spogliatoi, si ebbe il triste epilogo della vicenda. La Budd si avvicinò alla Decker e le disse, sinceramente dispiaciuta per l'esito infausto: “I’m sorry. I’m sorry. I’m sorry”. “Non importa. –  rispose acida l'americana  Non voglio parlare con te!”. Mentre la Budd scoppiava a piangere (la Decker era stata il suo idolo fino a quel giorno), la svizzera Cornelia Burki accorse in sua difesa: “Non è stata colpa di Zola, Mary!”. “Sì, lo è stato. Lo so. Lo so, mi hai rovinato la vita!”, tagliò corto la Decker. Ma i giudici, dopo aver squalificata la Budd in un primo momento, analizzando con più attenzione il videotape convennero che non aveva colpe. La polemica infuriò per mesi, la Decker non perdonò mai il supposto sgambetto, addossando alla giovane sudafricana tutte le responsabilità del suo fallimento.

Due storielle con allocchi. Barcellona 1992.Negli otto eventi in programma del rowing, l'agguerrita squadra azzurra si dovette accontentare di due podi: il bronzo nel “quadruple sculls” conquistato da Alessandro Corona, Gianluca Farina, Rossano Gattarossa e Filippo Soffici (pronipote del poeta futurista Ardengo Soffici), e soprattutto l'argento agganciato da Giuseppe Di Capua, Carmine e Giuseppe Abbagnale nel “pair cox”: l'ultimo graffio della carriera ultrasonica dei campionissimi di Castellammare di Stabia. La voce stentorea del telecronista RAI, “bisteccone” Giampiero Galeazzi, ex canottiere pure lui, orgasmò milioni di italiani nella descrizione al cardiopalma del rush finale, ma questa volta nulla fu possibile fare per contrastare lo strapotere della barca inglese. Non era certo il caso dei nostri “fratelloni”, ma a quei Giochi molti “rowers” stavano sul chi vive per la questione del doping. I controlli erano continui, l'isteria galleggiava nell'aria. A Carlos Font, timoniere dodicenne dell'”otto” spagnolo, i compagni giocarono un classico scherzo buono per gli allocchi. Volendo il mocciosetto rosicchiare una tavoletta di cioccolato, gli dissero, allarmatissimi: “Sei matto? Non sai che il cioccolato contiene una sostanza proibita? Ci farai squalificare tutti per abuso chimico!”. Il ragazzino sbiancò in volto e corse dal medico sportivo, che gli rivelò la verità sul suo “doping”. La seconda storia concerne il più grande atleta che gli inglesi abbiano mai avuto alle Olimpiadi: Sir Steven Geoffrey Redgrave. A trent'anni, Steve, figlio d'un sommergibilista della seconda guerra mondiale, teneva già nel cassetto due medaglie d'oro vinte a Los Angeles 1984 nel “coxed four” e a Seul 1988 nel “coxless pair”. Era un capovoga portentoso e carismatico, e anche a Barcellona dimostrò d'essere il migliore, andando a vincere in coppia con Matthew Pincent la finale del “due senza”.  Nell'occasione, la cerimonia di premiazione, veloce e semplice com'è tradizione nel canottaggio olimpico, lo fece sorridere anche per un altro motivo: Tay Wilson, il membro neozelandese del CIO, un “sir” del Commonwealth anche lui, nel consegnare la medaglia di bronzo agli sloveni se ne uscì con un: “Complimenti! Voi siete stati un formidabile equipaggio per la Romania”. I due, che capivano poco l'inglese, rimasero interdetti e, per rispetto verso il signore attempato che avevano di fronte, non eccepirono nulla. I due tedeschi medaglia d'argento, pure, rimasero diligentemente e teutonicamente impassibili. Non Redgrave e Pinsent, che scoppiarono a ridere, provocando un accesso di rossore sulle guance del settantenne Tenant Edward Wilson. (Per la cronaca, esiste nella letteratura americana un racconto di Mark Twain, Pudd'nhead Wilson, Wilson lo zuccone, che quasi di sicuro affiorò per analogia nei pensieri dei due inglesi).  Su Redgrave, posso aggiungere che continuò la scia di successi ad Atlanta '96 e a Sidney 2000,  diventando l'unico canottiere nella storia a vincere cinque ori in altrettante edizioni olimpiche. Merito che gli ha consegnato l'ultima torcia a Londra 2012.

Sfida infernale nella vasca di sangue. Seul 1988. Di stirpe samoana-svedese ma adottato da piccolino da una famiglia greca emigrata a San Diego, Greg Louganis è considerato, insieme al nostro Klaus Dibiasi, uno dei più grandi tuffatori di tutti i tempi. Il campione californiano dal 1980 al 1984 perse una sola gara: la Coppa Fina ‘81 dal trampolino dei tre metri. Non partecipò ai Giochi Olimpici di Mosca causa il boicottaggio, ma si rifece centrando a Los Angeles il “double”: piattaforma e trampolino. Il suo temperamento artistico lo portava a concentrarsi usando la musica. Il giorno stesso della gara, Louganis sceglieva un brano e lo ascoltava ossessivamente fino ad un attimo prima di scendere in piscina. La gara, poi, era sempre improntata sul ritmo della musica scelta. A Seul fu contrastato dalla scuola cinese, che all'epoca era emergente. Vinse bene dalla piattaforma, ma nel trampolino da tre metri incappò in un incidente in qualifica abbastanza assurdo per uno come lui: urtò la sommità del capo sul bordo, arrossando la vasca come se uno squalo tigre fosse rimasto in agguato sul fondo. Lo medicarono alla svelta con quattro cerotti e una garza, chiuse terzo. Nella gara di finale fu tallonato allo spasimo dal cinese Xiong Ni. Il decimo tuffo un triplo e mezzo raggruppato rovesciato chiamato dagli addetti ai lavori “tuffo della morte”, in quanto nella storia aveva portato davanti al Creatore due sfortunati  lo eseguì in maniera perfetta, con una leggera sbavatura nell'entrata. Vinse l'oro con un totale di 638.61 contro 637.47 del suo avversario. Xiong che, pure lui, nel corso della gara aveva sporcato del suo sangue la vasca, uscendone con un timpano lesionato. Sei anni dopo questi eventi, Louganis fece il suo bravo “coming out” (ma nell'ambiente tutti sapevano della sua omosessualità, e c'era stato perfino il caso di un nuotatore che s'era rifiutato di allenarsi con lui) e partecipò alla prima edizione dei Gay Games. Nel 1995, durante il popolare talk show condotto da Oprah Winfrey, rivelò di essere stato sieropositivo all'HIV fin da prima di Seul. E che il suo manager l'aveva ricattato per appropriarsi di almeno una parte dei tanti dollari che gli piovevano addosso dagli sponsor. Ad oggi, nessun atleta ha dichiarato di aver contratto il virus a seguito della famosa “vasca di sangue” coreana.  Recentemente, Greg è convolato a nozze con un avvocato.

Uno su cinquanta. Seul 1988. Per uno scandalo di poco mancato (immaginate cosa sarebbe successo se Louganis avesse dichiarato la sua sieropositività subito dopo il ferimento...), uno scandalo che invece esplose come una bomba TNT in un fumetto di Alan Ford. Stiamo parlando del celeberrimo “caso Ben Johnson”. L'uso spregiudicato degli steroidi anabolizzanti, evidente nell'ipertrofia muscolare di moltissimi atleti in diversi sport, uscì brutalmente allo scoperto allorché lo sprinter canadese di sangue giamaicano, vincitore dei 100 metri piani e quindi etichettato come “the world's fastest human”, venne dichiarato positivo all'antidoping. Soprattutto, Ben aveva in circolo lo stanozololo, un derivato sintetico del testosterone caratterizzato da minori effetti androgeni e da un'efficacia cinque volte superiore. Una droga sofisticata che qualunque test del sangue avrebbe subito individuato. Charlie Francis, il suo coach, disse alla stampa che l'80% dei partecipanti alle gare di track and field possedeva un profilo endocrino compromesso, e che altri venti atleti erano stati trovati positivi a Seul, ma la loro posizione cancellata per motivi politici: il suo Ben aveva pagato per tutti, catalizzando l'attenzione dei media e distogliendola dal resto.   Un anno dopo, in un processo in Canada, Francis testimoniò che almeno otto tra i paesi più forti usavano la chimica per potenziare muscolarmente i loro assi: USA, Canada, URSS, Cuba, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, le due Germanie. Presentò un grafico dal quale si evidenziava la coincidenza tra l'uso delle droghe e i record straordinari fissati nell'ultimo quinquennio. Durante il dibattito, confermarono le sue tesi due personaggi illustri: l'ex olimpionico nel lancio del martello Harold Connolly e il chairman della commissione medica del CIO, il principe belga Alessandro de Merode, il quale rivelò che in cinquanta non avevano superato i test a Seul. Una curiosità: Pietro Menna mi ha personalmente detto che un giorno, mentre si trovava nel suo studio legale nelle Puglie, ricevette una telefonata da Ben Johnson. Il canadese lo pregava di assisterlo nelle sue battaglie per avere indietro la medaglia d'oro olimpica, i suoi record mondiali e, in sostanza, pulire quanto era stato macchiato a Seul. Il barlettano cortesemente rifiutò, pure se: “Ben mi era simpatico...”.   

Matematica nel pallone.Londra 1908.Nel torneo di calcio, disputato allo stadio di Wembley e al quale parteciparono cinque nazioni, la Danimarca si piazzò seconda alle spalle dei padroni di casa. Tra l'altro, i danesi batterono due volte la Francia, che si era presentata con due squadre diverse. La Francia “A” la sommersero sotto un diluvio di reti, 17 a 1, dieci delle quali messe a segno dal loro migliore elemento: Sophus Nielsen. Ma la vera curiosità sta nel fatto che fra i tredici ragazzi del team, quasi tutti universitari, figurava anche Harald Bohr, che poi sarebbe diventato un  illustre matematico, mettendo le basi al campo delle “funzioni quasi periodiche”. Harald giostrava in attacco nell'Akademik Boldklub di Copenhagen, e nel match vinto 9 a 0 contro la Francia “B” nei quarti di finale realizzò due reti. Tre anni prima, nella stessa squadra universitaria aveva giocato il fratello maggiore Niels, il futuro scopritore del modello atomico, uno dei super fisici del XX secolo. Niels giocava nel ruolo di portiere, ma un giorno, durante un incontro tra il Boldklub e la squadra tedesca del Mittweda, centro in Sassonia di un'importante università, restò assolutamente immobile e indifferente ad un tiro scagliato da lunga gittata. La palla s'infilò nella rete, per la stupefazione dello stesso tiratore. Il goalkeeper sembrava perso tra le nuvole, in un mondo tutto suo; solo lo strepito della gente intorno lo scosse. Il capitano allora gli chiese spiegazioni e Niels, candidamente, confessò di essersi distratto pensando a una certa soluzione matematica: qualcosa che riguardava il “modello dei labirinti”.  Nel 1922, Niels Bohr ricevette il Premio Nobel per le sue scoperte nel campo della meccanica quantistica. Rimase sempre un appassionato di football, e tra i suoi crucci c'era quello di non essere andato anche lui alle Olimpiadi, magari come portiere di riserva, a godersi l'avventura assieme al fratellino.

Due re sul trono.Roma 1960.L'Olimpiade velica più affollata della storia, molto bene organizzata secondo i criteri predisposti dall'operazione “O sole mio”, registrò nel Golfo di Napoli la vittoria di un futuro re, e proprio nell'ultima giornata di gare. Mercoledì 7 settembre, alle 12 e 25 i tre cannoni spararono a salve e le vele bianche solcarono ancora una volta le acque. Mare forza uno e vento da ovest-sud-ovest con velocità variabile dai 2 ai 7 metri: la classica situazione del Golfo. Nella categoria  “Dragoni”, l'argentino Salas, leader della classifica, fu subito squalificato dalla giuria internazionale  per avere bloccato la partenza. Una decisione cervellotica che spianò la strada al principe Costantino, che andava così a ottenere la prima medaglia d'oro dopo 52 anni di digiuno della sua piccola ma orgogliosa nazione. L'erede al trono di Grecia si era allenato sei ore al giorno per quell'appuntamento, ma la sua ricompensa fu doppia perchè la mamma gli regalò per la vittoria uno yacht. Inoltre, ma questo forse non fu proprio un regalo, nella doccia del suo hotel di lusso ricevette l'abbraccio caloroso del miliardario Aristotele Onassis, completamente vestito. L'armatore, grande amico del principe, si era talmente entusiasmato e riscaldato per il trionfo da non trovare di meglio che sbollentarsi all'istante raggiuungendo il principe sotto lo scroscio d'acqua. La sera stessa, l'Olimpiade dei velisti, tutta speciale perché svolta in un'atmosfera tra il mondano e lo sportivo, chiuse il sipario su una scena da teatro elisabettiano. Sul trono, preparato al porticciolo di Molosiglio, stavano in effetti assisi, con eguale pompa e magnificenza, due re: uno alto ed elegante, discendente da un'antica dinastia, il ventenne Costantino; l'altro occhialuto e col viso da elfo, il trentaduenne Paul Bert Elvstrom, lo svedese alla sua quarta vittoria consecutiva nelle categorie Firefly e Finn. Ma la corona di quest'ultimo brillava di luce più fulgida. Dalle fortemente irregolari condizioni atmosferiche di Torquay sulla Manica nel 1948, alle carezze e agli schiaffi improvvisi del Golfo caro alla dea Partenope, nulla era veramente cambiato per lui. Nettuno gli si era ogni volta inchinato, reverente. La Finn era una  barca acrobatica che richiedeva una certa prestanza fisica. Per sviluppare e rinforzare i muscoli dorsali, Elvstroem da ragazzo aveva inventato un metodo curioso: aveva munito la sua vasca da bagno di apposite cinghie, quindi sedeva sul bordo imbragandosi e si sporgeva all’indietro restando così per ore, leggendo il giornale per vincere la noia di un esercizio indispensabile ma non certo divertente. Naturalmente, quando in regata vedevi uno che restava fuori bordo più degli altri non potevano esserci dubbi: era Elvstroem, e la sua barca filava sempre più veloce.

La vittoria di Allah nella Mecca dei Giochi.Roma 1960. L'Olimpiade dal volto umano mi offre la chance di introdurre uno sport che fino a questo istante ho eluso, pur essendo uno dei più antichi in campo olimpico: il field hockey. Disciplima inglesissima, al punto che, nell'estate del 1941 in pieno furore anti-britannico, il nostro CONI, all'epoca molto fascistello, indisse un concorso per trovare un sostituto alla parola “hockey”. Ci fu chi propose "polo a piedi" ("polappié", direbbero in Toscana), ma poi, con le sorti della guerra che precipitavano, non se ne fece più nulla. Comunque, nel 1960 a Roma la storia del “polappié” era dimenticata, il torneo fu bellissimo e vide arrivare alla finale le due squadre migliori: il Pakistan e l'India. Gli indiani erano padroni assoluti del bastone, al quale facevano compiere le più impensate evoluzioni. Essi impostavano il gioco come i sudamericani il calcio: tutto estro, fantasia, velocità, rapidità e precisione dei passaggi. Tiravano mazzate formidabili per potenza: lo schiocco del giocatore indiano che colpiva la piccola sfera di gomma di sei centimetri di diametro era un toc! inconfondibile che si sentiva a distanza.  Per cui l'appellativo di “maghi” non risultava usurpato. Sul ground, mettevano in mostra così tante finezze da ingannare anche l'avversario più esperto. Solo apparivano un poco datati sul piano tattico, cosa che li rendeva  avvicinabili dai pakistani, con caratteristiche simili ma più rudi nella fisicità e smaliziati nella tattica difensiva: un po' come l'Italia del calcio rispetto al Brasile. Alle 15 e 30 precise la sfida, arbitrata da un australiano e da un belga nel catino del Velodromo, iniziò sotto un cielo limpido. Gli indiani con la maglia a inquarti giallo-azzurri, i pakistani con la camiciola verde selva che avevano indossato nella finale di Melbourne persa 1-0, la stessa identica, ritirata fuori lisa e logora dalla naftalina: si voleva la vendetta, era chiaro. I campioni in campo si conoscevano tutti perfettamente, sapevano a memoria vizi e difetti di ogni avversario, per cui il match si dipanò su un piano di tattica guardinga. Sarebbe andata avanti così per un bel pezzo, se non ché,  dopo undici minuti stucchevoli, la mezzala sinistra pakistana Ahmad Naseer ricevette un passaggio dall'ala destra Alam Noor, entrò rapidissimo nel semi-arco dell'area e, con un tiro secco e fiondante in diagonale, buttò la pallina nella rete degli avversari. Il portiere Laxman piegò le ginocchia come un burattino dai fili improvvisamente staccati. Gli indiani tentarono una reazione, ma i pakistani furono bravi a bloccare tutte le offensive nella zona centrale del campo. L'ala Bhola Raghbir, il più talentuoso hockeista al mondo e che giocava a piedi nudi, cercò invano di puntare la rete dei verdi. Il Pakistan vinse 1-0, così ponendo un termine al lungo regno olimpico dell'India. Nelle maggiori città indiane – Delhi e Lahore, Calcutta, Bambay e Rawalpindi –  le folle di uomini e donne accalcate fuori delle sedi dei giornali per udire le notizie ticchettate dalle telescriventi si afflosciarono in un tenebroso sospiro di sconfitta. Al contrario, a Karachi, maree di uomini che avevano atteso in religioso silenzio scoppiarono in esclamazioni di gioia irrefrenabile e improvvisarono nelle strade un bhangra, la danza locale. Egualmente, a Roma, una volta tornati al Villaggio i componenti della rappresentativa pakistana deliziarono gli ospiti con un bhangra festoso, tra i flash delle macchine fotografiche dei giapponesi e degli americani.  Il loro grido di vittoria  –  Ut-Suta-ta! Ut-Suta-ta Pak-i-stan! –  risuonò per ore, lambendo a ondate i marmi candidi e apparentemente indifferenti del  “Cuppolone”, tra preghiere e ringraziamenti ad Allah che aveva permesso un cotanto glorioso destino. Molti anni dopo, Abdul Hamid, il trentatreenne capitano del team, così ricordò quei momenti: “Io mantengo una fede implicita nella fratellanza dell'umanità intera. A Roma sentii il calore dei cuori nei franchi sorrisi scambiati con i competitori provenienti da ogni luogo del mondo, il gusto dei sentimenti positivi e delle amichevoli strette di mano. Il linguaggio universale dei gesti e dei sorrisi al Villaggio era adottato e compreso da tutti. Le nostre menti furono così purificate alla Mecca dei Giochi.”  

Teofilo il puro.Monaco 1972. Una decina di anni fa ebbi modo di conoscere Teofilo Stevenson, il più forte pugile dilettante della storia. Le cifre ce lo dicono: il cubano seppe vincere tre ori nella categoria dei massimi alle Olimpiadi 1972, 1976 e 1980; cui vanno aggiunti i tre titoli mondiali vinti tra il 1974 e il 1986. Clamorosa fu la prima conquista a Monaco di Baviera. Superfavorito del torneo era Duane Bobick, un ragazzone del Minnesota cresciuto a bistecche e palestra, marinaio della US Navy e che già aveva sconfitto Stevenson ai Giochi Panamericani l'anno prima. Ma, nel frattempo, Teo era cresciuto. Era cresciuto tatticamente lavorando con l'aiuto del suo collaudatissimo staff (Teo era stato scoperto da un allenatore ucraino, Andrei Tchervonenko, e poi rifinito  da altri sovietici e da un tedesco orientale, Kurt Rosentritt, preso infine in consegna dal caposcuola della boxe cubana, il professor Alcides Sagarra). Teo aveva studiato bene l'avversario e ora sapeva il suo punto debole in difesa. L'incontro rullò via equilibrato nei primi due round; al terzo, un “overhand right”, un destro nascosto, dell'asso caraibico, sorprese “la Speranza Bianca” americana, che dovette rifugiarsi alle corde e lì venne tempestato fino a quando l'arbitro non decretò il knock out tecnico: un evento che nel pugilato amatoriale non si fa attendere molto, perché non si vuole la rovina fisica dei contendenti. In semifinale, Stevenson mandò giù un tedesco occidentale laureando in architettura, Peter Hussing. In finale gli toccava Ion Alexe, un romeno che aveva cumulato tre vittorie per 5-0.  Ma tanta fu la fifa, che quello accampò un immaginario infortunio e non si presentò sul ring: unico caso di walk-over nella storia dei +81 kg alle Olimpiadi. Quattro anni dopo, a Montreal, fu più coraggioso di Alexe il connazionale Mircea Simon. Anche lì il cubano s'era fatto strada a suon di ko, ma il romeno l'affrontò e dovette abbandonare quando stava quasi per chiudere in piedi. Trovandosi nella “terra dei capitalisti”, Teofilo ricevette subito una proposta ufficiale per lasciare l'abito di “amateur” e passare al professionismo. E con un debutto da brividi: la sfida al campione del mondo in carica Mohammed Alì. Nonostante la borsa stratosferica, Stevenson rifiutò, adducendo una motivazione senz'altro dettatagli dalla fedeltà ai principi in base ai quali era stato allevato: “Cosa valgono due milioni di dollari quando ho l'affetto di otto milioni di cubani?”. Tornando all'incipit, e cioè al momento in cui potei stringergli la mano, la cosa avvenne nella sede della Federazione Pugilistica, in occasione di una tournée della squadra junior cubana che vedeva tra gli accompagnatori anche lui, capo della sua Federazione. Mi colpì il suo sguardo leggermente perso, trasognato, tipico di chi s'alza al mattino e fa la prima colazione con i superalcolici. Un dirigente della FPI mi confidò, in segreto, che in albergo la bottiglia di rum in camera non era un optional. E da molto tempo. Sapere questo umanizzò il mito e me lo rese ancora più simpatico. Gli regalai con gioia il mio libro su una società di boxe, e Teo lo accolse nelle sue manone un po' gonfie e lo scorse qualche secondo con vera attenzione (per quanto gli era concesso dai fumi etilici), positivamente impressionato dalla disposizione seriale delle immagini, conforme allo stile di pensiero marxista-leninista. (In effetti, me l'aveva impaginato un professore comunista...). Assentì compito e ringraziò: “Lo donerò alla Biblioteca Nazionale all'Avana”.  Non replicai nulla, evidentemente per uno come lui era logico così: il Popolo e la Rivoluzione prima di tutto. Stevenson lo paragonarono spesso a Cassius Caly, e certo quel match non assolto va considerato tra gli “impossibilia” dello sport. Sarebbe stato il vero “Rocky 3”, lo scontro pugilistico del secolo. Rispondendo a un giornalista di lingua spagnola, Alì aveva preparato il battage senza peli sulla lingua, secondo il suo stile:  "Es un buen amateur, un peleador de tres asaltos... pero si le ofrecieron $2 millones y no los tomó, entonces es un tonto de maldición". E non credo ci sia bisogno di alcuna traduzione.

Laszlo Papp, il pugile battuto dalla ragion di Stato. Melbourne 1956. Teofilo Stevenson non è stato l'unico atleta ad aggiudicarsi tre ori olimpici consecutivi nella boxe. Anche un altro asso del mondo comunista, l'ungherese, Laszlo Papp, l'ha fatto. A Londra 1948 come peso medio, e poi nel 1952 e nel 1956 tra i “light middleweight”.  Curiosa la vicenda della sua partecipazione ai Giochi di Melbourne. Il 4 novembre 1956, quando i carri armati sovietici irruppero in Ungheria per sedare la rivolta popolare a Budapest, un bel numero degli atleti erano già partiti per l'Australia. Non tutti però, ché un paio, il nuotatore Geza Kadas e il decatleta A. B. Hegedus, optarono per rimanere a combattere sulle barricate, finendo uccisi dai soldati russi. Tra coloro che partirono il nome più illustre era quello di Papp, che venne ospitato al Villaggio olimpico nei quartieri dei britannici. Come i suoi connazionali, ricevette vestiti, cibo , “pocket money” e perfino la tenuta sportiva per allenarsi e partecipare al torneo. Questo perché gli ungheresi avevano lasciato Budapest talmente di prescia da non avere il tempo neppure di fare bene le valigie.  In finale, Laszlo batté il portoricano di passaporto statunitense José Torres. Quindi iniziò la carriera da professionista, combattendo a Vienna. Aveva 31 anni suonati.  Andò avanti nel carosello della boxe professionale per nove anni senza perdere un solo match.  Ma nel 1963, quando era bello e pronto per volare a New York a contendere il titolo di world champion a Joey Giardello, un ragazzo di Brooklin il cui nome alla nascita era Mike Tilelli, il governo ungherese gli negò il visto d'espatrio. Laszlo obbedì per non dover dire addio a tutto quello che aveva realizzato di buono nella sua vita. Si impiegò al Ministero dei Trasporti,  fungendo anche da coach della nazionale magiara di boxe. Questo fino al 1976, quando venne licenziato per gli scarsi risultati ottenuti. Nel 1989, alla caduta del Muro di Berlino, Papp confessò per la prima volta ai giornalisti tutta la sua amarezza di comunista fedele: “Me lo meritavo ampiamente, ma le gelosie e le invidie di molti dirigenti di Stato, a cui dispiaceva che potessi guadagnare tutti quei soldi americani, mi bloccarono. Fu una vera cattiveria!” 

Il mondo sottosopra. Melbourne 1956. Sapete che, appena quattro secoli fa, in molti pensavano che agli Antipodi la gente vivesse con la testa rivoltà all'ingiù, in senso opposto rispetto agli abitanti dell'emisfero boreale. Non ci credete? Ancora oggi esiste una mappa del globo terracqueo, la “McArthur” (l'ho veduta con le mie fosche pupille vent'anni fa), che disegna i continenti all'incontrario: l'Australia sta “upward” e tutti gli altri capovolti. L'Olimpiade, per altro disputata in autunno, ebbe vari aspetti da frittata girata. Ve ne illustro tre. Per cominciare, la cerimonia di chiusura per la prima volta vide tutti gli atleti mischiati, e non in fila dietro le rispettive bandiere. La cosa avvenne per caso: furono gli stessi atleti a rompere le file nazionali e a mischiarsi fra di loro per stringersi le mani, scambiare due chiacchiere, danzare e cantare: una risposta spontanea alla “Guerra Fredda” che metteva paura a tutti.  In secondo luogo, tedeschi occidentali e tedeschi orientali furono obbligati a partecipare come una rappresentativa unica; dettaglio che li fece litigare su tutto, alla fine accordandosi per sfilare dietro una bandiera giallo-rosso-nera con i cinque cerchi olimpici e a rispettare come inno comune l'Inno alla Gioia di Schiller. Ma l'episodio più buffo, veramente da “mondo all'incontrario”, avvenne nello stadio del cricket, prestato agli Olympic Games dopo molte polemiche dei crickettisti. Lo starter della maratona, Mister Austin James Upsidown, alle 15 e 15 del primo dicembre, con una temperatura di 30 gradi centigradi e il sole pieno, diede il via alla corsa. I 46 concorrenti, quasi tutti con un berrettino o un fazzoletto bianco annodato in testa, partirono tranquilli sulla pista del Cricket Ground, percorsero una cinquantina metri e... un secondo sparo li bloccò. Cosa diavolo era successo? Mr. A.J.U., un tipo in giubba rossa innegabilmente con la faccia da canguro,  aveva rilevato una “false start”. I giudici si mossero, implacabili nel far rispettare il regolamento. Tutti e 46 i maratoneti dovettero tornare indietro e riallinearsi come cavalli alla mossa del Palio di Siena, tra spinte e sbuffate. Il tedioso protocollo venne ripetuto per intero e, questa volta, dopo il “crack” della pistoletta col filo, tutto filò liscio. Questo è l'unico caso di “falsa partenza” in una maratona olimpica. Solo laggù poteva succedere. 

Il gendarme depistatore. Parigi 1900.E, a proposito di maratone olimpiche incasinate, poche stanno alla pari con quella corsa a Parigi il 19 luglio del 1900. Essa si disputò con una temperatura di 39 gradi, all'interno di un circuito di circa 40 chilometri con partenza e arrivo al Bois de Boulogne, il bosco periferico dove il Racing Club aveva i suoi campi sportivi. Presero il via in tredici di cinque nazionalità diverse e solo otto di loro finirono la prova. Che fu vinta da Michel Theatò, un garzone di una “boulangerie” (fornaio) di 22 anni. David Wallechinsky, il giornalista americano che pubblica con cadenza quadriennale un'aggiornata storia delle Olimpiadi estive, ha scritto che: “i dettagli di questa gara si sfibrano nel mito”. Vero. Perché ne successero di tutti i colori a quella sorta di “tour de Paris” di corsa. Theatò prese la testa fin dai primi metri. Approfittando della sua  conoscenza delle vie di Parigi, imboccò varie scorciatoie che gli permisero di avvantaggiarsi sugli altri. (Ed era proprio questo il motivo per cui era partito forte: non voleva che lo seguissero). Vittima della strategia di Theatò furono i tre inglesi in lizza e lo svedese Ernst Fast che, forse per tener fede al suo nome, partì a tutta birra.  Ma subito, appena usciti dal Bois, un poliziotto gli indicò la direzione sbagliata, il diciannovenne vichingo abboccò e perse completamente di vista Theatò. Ne approfittò il francese Emile Champion. Anche lui cercò di onorare il suo nome, ma arrivò solo secondo e quindi decise di mutare l'identificativo sul passaporto in “Vichampion”. Scherzi a parte, il podio fu dunque il seguente: primo un francese falso (in realtà un lussemburghese: il primo olimpionico del Principato nella storia delle Olimpiadi), secondo un francese vero, terzo un tontolone svedese. Quarto giunse uno ancora più tonto: l'americano Arthur Newton.   Nativo di Upton nel Massachusetts, appena diciassettenne, Newton si era già classificato al quarto posto nei 2.500 siepi. Chiuse la sua maratona nel tempo di 4 ore, 4' e 4”, piombando sul traguardo quasi cinque minuti dopo Theatò. Non avendo scorto nessuno davanti a lui durante la gara condotta in solitario (tutti mezzo imboscati, come detto...),  il ragazzo alzò le braccia al cielo e attese fiducioso d'essere proclamato vincitore. Non capiva il francese. Finalmente, un'anima turpe lo destò dal sogno.  Il suo staff intentò causa al CIO, accusando gli organizzatori francesi di aver perpetrato “tricks” ai danni degli statunitensi. I giornali locali risposero inventandosi la leggenda che il gendarme depistatore il giorno dopo la gara s'era suicidato. Almeno a questa balla, gli yankees però non credettero.

Il Giro di Rogoredo del Carletto. Atene 1896. In tema di maratone, e in omaggio al detto che non c'è due senza tre, ecco un personaggio che le Olimpiadi non l'ha fatte, epperò ci ha provato: Carlo Airoldi. Traggo l'aneddoto pari pari dal libro Il romanzo delle Olimpiadi di Alfredo Pigna, il conduttore delle “Domeniche Sportive” della mia infanzia. Bravissimo e colto giornalista dell'epoca dei giornalisti sportivi bravi e colti. Il protagonista era un milanese che viaggiò a piedi, per risparmiare i soldi che non aveva, perché era uno del popolo, e che avrebbe senz'altro vinto la prima maratona olimpica, a mani base proprio, se solo avesse spifferato una modesta bugiola.  Ecco come la racconta l'Alfredo:  «Arrivò ad Atene in perfetta forma. Mancavano pochi giorni all'inaugurazione dei Giochi. Ebbe tutto il tempo per farsi risuolare le scarpe e per concedersi un po' di riposo. Andò al “comitato” e fece iscrivere il suo nome fra quelli che avrebbero partecipato alla maratona. Ed era felice. Alla mattina del “via” fu il primo ad arrivare sul posto dell'appuntamento anche perché aveva dormito sotto un portico lì vicino. Uno alla volta arrivarono tutti gli altri. Greci, americani, inglesi, francesi, Si battevano le mani sulle spalle e sorridevano. Altro non potevano fare perché tanto non si capivano neppure a dirsi “ciao”. Ma erano tutti felici e il più felice di tutti era l'Airoldi. “Pronti?”. Ecco il grande momento. La splendida avventura stava per cominciare. “Pronti?”. Ma lo starter non si decideva a dare il “via!”». Arrivarono, allora, i signori della “giuria” e parlottarono un po' fra loro. C'era tra quei tipi anche un distinto gentleman con una sciarpa tricolore a bandoliera. “Ecco l'italiano!” pensò felice e commosso Carletto Airoldi. Era il primo italiano che rivedeva dopo un sacco di giorni. Ma anche l'altro l'aveva visto e gli si avvicinò. “È lei Carlo Airoldi, da Milano?” chiese il signore. “Sono io!” disse il Carletto. “Risponda alle mie domande” –  disse il signore. Aveva una faccia severa e un'espressione un po' disgustata. “È vero che lei ha partecipato al doppio giro di Rogoredo di questa primavera?”. “È vero” –  disse il Carletto Airoldi – e l'ho vinto- aggiunse poi abbassando gli occhi e arrossendo. “L'ho vinto epr distacco il doppio giro di Rogoredo”. “Lasci andare – disse il signore con aria seccata. –  E risponda: è vero che le hanno pagato quindici lire per aver partecipato a quella corsa?”. “Verissimo – disse l'Airoldi con un certo orgoglio. - Sa, nella zona, vengo considerato... e allora... mi podevi no andà... e alura...”. “Si vergogni – disse il signore. –  Lei, un professionista, ha il coraggio di venire qui a battersi con dei dilettanti pure. Se si fosse scoperto dopo, lei avrebbe insozzato la nostra bandiera: se ne rende conto?”. Ma lei è m... - 'matto' voleva dire l'Airoldi, ma non lo disse. –  … lei è male informato – borbottò – io.... “Non faccia scandali ora – disse il signore con la sciarpa. –  Vada via! Capito? Vada via!”. E Carletto Airoldi andò via. Gli altri partirono, ma lui non vide e non sentì niente. Seppe dopo che aveva vinto Spiridione Louis, il greco. In quel momento non vide e non sentì niente. Andò ad accucciarsi sotto il portico e cominciò a piangere». Fin qui l'aneddoto. Ma una ricerca pubblicata una dozzina d'anni fa ha fatto emergere un'altra storia, leggrmente diversa. Airoldi era un operaio di una fabbrica di cioccolata che aveva partecipato a diverse corse sulle lunghe distanze, tra cui una Milano-Barcellona a tappe. Coprì il tragitto da Milano ad Atene in 28 giorni, alla media di 70 km al giorno. Tutto a piedi, con una partecipazione alle spese del giornale milanese  La Bicicletta, cui spediva brevi resoconti per posta. Il rigetto della sua iscrizione avvenne al Palazzo Reale ad opera del Principe Costantino,  presidente del Comitato Organizzatore; e giusto a causa del premio in denaro ricevuto per la Milano-Barcellona. Non mancarono le pressioni italiane, sotto forma di molti telegrammi di protesta per l'esclusione, ma prevalse la volontà dei greci di non far entrare in lizza un atleta molto pericoloso per loro. Il giorno della gara, Airoldi provò a correre lo stesso, un giudice lo fermò prima del traguardo e così finì che trascorse la notte in gattabuia. Sfidò poi Spyridon a un duello  con posta in palio ma, ovviamente, le maratone non è che si fanno un giorno sì e uno no: ai greci rimase il trionfo e all'italiano lo scorno. Non chiedetemi dove ha preso tutti i suoi dettagli il maestro Pigna: forse la sua storia, raccontata alla vigilia dei Giochi di Tokio del 1964 in uno stile piano adatto ai ragazzini delle scuole medie, è la storia vera.

Vendetta tremenda vendetta. Città del Messico 1968.La voce di Paolo Rosi provocò il classico “balzo del giaguaro” sulla poltrona a quei non molti maschi italiani che se n'erano rimasti fino alle due di notte davanti alla Tv a seguire le gare di atletica leggera. «Record, record, record, record mondiale... Giuseppe Gentile è il nuovo recordman mondiale e olimpico del salto triplo: 17 e 10. Una misura da fantascienza. Il precedente primato è stato distrutto, polverizzato. Adesso, amici ascoltatori, non è follia sperare in una medaglia d'oro anche nel salto triplo!». Ora, dovete sapere – e velo dico io che me la ricordo bene – che la voce di Paolo Rosi, senza dubbio il migliore telecronista sportivo in lingua italiana di tutti i tempi, aveva due diversi modi di essere concitata: di partecipazione spontanea, da vero sportivo (e lui proveniva dal rugby, un nazionale) allorché si trovava al cospetto di un exploit eccezionale di un atleta di una qualsiasi nazione; mentre l'altro modo, sottilmente orgasmico, tradiva una rabbiosa e quasi incontenibile soddisfazione intima,  corrispondente alla rivalsa (eccolo qua!) di tutti gli italiani, dal valico del Brennero all'isola di Pantelleria,  quando un azzurro faceva l'impresa.  Il tono “disfida di Barletta” fu, appunto, quello usato da Paolo Rosi per annunciare ai suoi connazionali lontani, che l'ascoltavano da oltre oceano e vedevano tremolanti immagini in bianco e nero rimandate dallo spazio dai satelliti, il favoloso salto di un azzurro alla ricerca del podio olimpico. Gentile, in effetti, il giorno dopo in finale non si ripetè, il suo record fu superato da un sovietico e da un brasiliano, Sanayev e Prudencio, per cui si “accontentò” del terzo posto. Tornato in Italia, il ragazzo, un venticinquenne romano bruno, tipo serio, simpatizzante di sinistra in barba al fatto d'essere pronipote diretto di un celeberrimo filosofo di destra, fu invitato da Alfredo Pigna al telegiornale delle 13 e 30. Il giornalista gli chiese subito: “Che cosa fa, nella vita, oltre a dilettarsi di atletica leggera?”. “Studio, mi mancano pochi esami per la laurea in legge”. “Farà l'avvocato, dunque?”. “No, non credo che lascerò mai il mondo dell'atletica. Dopo la laurea continuerò a frequentare la scuola del CONI all'Acqua Acetosa, dalla quale si esce allenatori o dirigenti sportivi. Io ho scelto questa seconda specializzazione”. “Ma così guadagnerà 120.000 al mese, sono questi gli stipendi del CONI, almeno per chi comincia, e non è che dopo ci sia tanto da scialare...”. “Sissignore – rispose serissimo Gentile – centoventimila lire al mese”. “Ma allora pensa di accettare qualcuna delle offerte che il cinema le ha fatto? Quella del regista Monicelli, per esempio?”. “No, non quella. Ma non è escluso che possa fare l'attore. Una esperienza che mi interessa.” In effetti, Giuseppe accettò pochi mesi dopo di interpretare la parte di Giasone, accanto a Maria Callas e Massimo Girotti, nel film Medea di Pier Paolo Pasolini. Che lo scelse non perché aveva vinto la medaglia di bronzo alle Olimpiadi, ma semplicemente dopo averlo visto in fotografia.  (Strafigo, PPP convenne, quel campione lo era davvero). Bisogna aggiungere che, a dispetto della sua apparente indifferenza, del distacco intellettuale col quale sembrava affrontare le cose belle e brutte del mondo, Giuseppe l'aveva presa molto male in Messico. Per quattro anni non ci dormì la notte, a rigirarsi inquieto nel letto covando propositi di vendetta verso Victor Sanayev. Ma, alla vigilia dei Giochi di Monaco, il Fato gli disse no: gli si bloccò la schiena e la sospirata vendetta saltò. Un altro inutile salto triplo da record, si può dire.

La squadra degli asmatici. Barcellona 1992.In Spagna la stricnina fece un inatteso rientro sulla scena olimpica. Fu trovata positiva all'amarissima farina della noce vomica una pallavolista cinese, che però si scusò affermando che s'era aiutata con una “medicina della tradizione popolare”, per altro non meglio identificata. In realtà, fu un'altra la sostanza che andò forte sulle ramblas: l'Albuterol. Questa era una droga miracolosa per la cura dell'asma, sia per la sua prevenzione che per il trattamento dei sintomi. Non ci avevano impiegato molto i più furbi tra i millanta “medici sportivi” gravitanti attorno al mondo del professionismo ad accorgersi che l'Albuterol, e prodotti della stessa trafila, inducevano effetti quasi identici per efficacia a quelli delle anfetamine –  migliore sopportazione del dolore e capacità di concentrazione, velocità nella ripresa dagli sforzi – e anche degli steroidi anabolizzanti, che notoriamente favoriscono l'innalzamento della massa muscolare senza sudare più di tanto su pesi e manubri. I test usati a Barcellona riuscivano a riconoscere l'Albuterol inalato in forma di spray, considerato non dopante in quanto necessario per i malati acuti di asma, da quello preso in tavolette, che invece era stato incluso nella lista dei prodotti proibiti agli atleti. Fu così che un solo partecipante alle gare di track and field, il martellista americano Jud Logan, venne beccato col Clenbuterol nel sangue e costretto a lasciare dall'oggi al domani i Giochi. Al contrario, mezza squadra tedesca di atletica, con la semplice accortezza burocratica di aver dicharato “sofferenti di asma” i suoi iscritti, riuscì a farla franca.  Solo due di loro, la campionessa mondiale sui 100 e 200 metri Katrin Krabbe e la campionessa europea dei 400 Grit Breur, furono pescate positive al Clenbuterol, lo stimolante che negli States usano per far aumentare di peso il bestiame.  

Per l'Italia. Los Angeles 1932.Il 4 agosto 1932, nella finale olimpica dei 1.500 metri al Coliseum, il geometra del comune di Milano Luigi Beccali sbagliò i calcoli: a un giro dal termine, il canadese di origine guyanesi Phil Edwards e lo statunitense Glenn Cunningham raggiunsero su di lui venticinque metri di vantaggio. Ma poi... ecco come ricordò il campione quell’eccezionale volata: "Addio Nini, mi sono detto, cerca di prendere almeno il bronzo. Così ho accelerato, e con me è venuto l'inglese Cornes; tira tira e sull'ultima curva vedo che l'americano è lì, ormai cotto, e allora io volo, sono un canguro, un'antilope, lo prendo, agguanto anche Edwards, mi lancio sul traguardo, sono campione olimpico. Sul podio faccio il saluto romano, l'inglese mi imita e il canadese lo avverte dell'equivoco, e allora lui corregge la posizione". L'aneddoto del saluto è vero, e lo si può notare nel filmato che l'Istituto Luce passò nei cinema all'epoca: il britannico Jerry Cornes, a fianco di Beccali, accenna il gesto di levare il braccio in imitazione dell'italiano, poi, quando si accorge che l'altro ha fatto il saluto fascista, lo dimezza in un “saluto della regina”: quello classico con due dita all'altezza della spalla. Edwards gli dice subito di stare più attento. Quindi si sente una voce fuori campo che invita in italiano Beccali a dire qualcosa davanti alla telecamera. E il milanese, un po' sorpreso, pronuncia queste esatte parole, sicuramente non preparate: “Sono contento di avere vinto in questo stadio colmo di gente straniera per... l'Italia”. La cosa interessante è l'esitazione manifestata da Beccali nel finale, quando rende noto il destinatario del suo omaggio. Infatti, era stato suggerito a tutti gli atleti azzurri, ambasciatori del fascismo in America in quella speciale occasione, di dedicare le loro vittorie a Benito Mussolini e alla causa fascista. Eppure, nel momento fatidico, Beccali si limitò a dire soltanto “Italia”. Perché? Un altro aneddoto, più segreto, ce lo svela: pochi minuti prima del via, mentre si scaldava sul prato verde a bordo pista, Beccali si era avvicinato a un gruppo di persone molto basse nel recinto dello stadio, dove aveva intravisto una macchia di colori bianco-rosso-verdi. La bandiera in effetti c'era, e la teneva un italo-americano che, in dialetto siculo, gli aveva urlato: “Sugnu trent'anni che aspettu, facce stu miracule, Beccà!”. E subito dopo un grido ritmato da tutto il gruppo: “Bec-ca-li! Bec-ca-li!”. Ma non era finita lì, perché, tagliato vittorioso il traguardo e girando ancora per lo stadio in preda alla felicità e nel recupero logico dallo sforzo profuso, Beccali era finito nello stresso punto, e sempre quell'uomo aveva saltato la rete di protezione e l'aveva abbracciato e baciato con trasporto, dicendo: “Figghiu miu, figghiu miu, grazie!”. Da questo episodio sortì l'attimo di esitazione di Beccali sul podio: capì, sentì in cuor suo, che aveva vinto per l'Italia e per tutti gli italiani in America, e non per il fascismo.  

L'arciere miope. Londra 2012. Quando frequentavo il primo anno di Lettere all'Università di Tor Vergata, correva il 1987, mi infortunai a un piede e non potevo più giocare a pallone. Allora, optai per il tiro con l'arco, l'unico sport che in quel momento potevo praticare senza peggiorare la situazione. C'era, però, un problema: ero fortemente miope e portavo lenti da vista. Per circa un annetto frequentai il corso di “archery” del Centro Universitario Sportivo all'Acqua Acetosa, poi il piede guarì e lasciai perdere con l'arco e le frecce, oggetti che avevo amato solo da piccolo giocando ai cowboy e agli indiani. E ho fatto malissimo! Almeno alla luce di quanto è avvenuto dodici anni fa in terra ellenica. Un diciottenne sud-coreano, tale Im Dong-yun, giunse sesto nella prova individuale e vinse l'oro in quella a squadre. E fin qui tutto bene, ché da sempre la Corea capitalista è leader nell'archery. Ma la cosa pazzesca è che il nostro caro Im è mezzo cieco! Il suo occhio  ha una visione di 10/100, il che significa che deve avvicinarsi dieci volte a un oggetto per definirne i contorni in modo nitido. E al destro non gli va molto meglio: appena 20 centesimi. In pratica, Im è “legalmente ipo-vedente”, da noi, forse, gli passerebbe i soldi lo Stato. Eppure, nonostante per lui il “bull eye”, il centro del bersaglio, sia soltanto una macchiolina sfocata larga come un chicco d'uva e posta a settanta metri di distanza, la coglie in pieno!  Im dopo l'oro ad Atene si ripeté a Pechino e partecipò anche a Londra 2012, dove divenne a sua volta uno dei bersagli preferiti della stampa. Un giorno, mentre si allenava sui campi di gara di Lord's, gli si parò dinanzi l'ennesimo reporter dalla faccia di bronzo con la solita stro... domanda. Seccatissimo, Im perse letteralmente le staffe (evento raro per un Robin Hood dagli occhi a mandorla) e sbottò: “Guardate, che non ho un bastone né un cane per ciechi con me. Trovo spiacevole che si continui a scrivere che sono un disabile. Tutto questo interesse intorno alle mie capacità visive non è il benvenuto!”. 

Campionessa per un gatto. Atene 2004. Il 17 agosto 2004, fresca sedicenne, Federica Pellegrini arrivò seconda nella finale dei 200 metri stile libero, diventando così la più giovane atleta italiana della storia a salire su un podio olimpico. L'Auditel registrò uno share del 40%, il che voleva dire che quasi quattro milioni di italiani avevano seguito la performance della veneziana in diretta televisiva. Bionda e bella, “Fede” era anche simpaticamente sù di ormoni, come logico per una adolescente della sua età. Il babbo Roberto, ex paracadutista, svelò ai giornalisti i suoi segreti: “Abbiamo seguito la gara anche noi alla Tv, qui nella nostra casa a Spinea. Eravamo tranquilli, perché la Fede, la sera prima, ci aveva fatto una telefonata: 'Vado in acqua e le spacco tutte!'. Ha iniziato a nuotare in piscina che aveva pochi mesi. Sicome non vinceva mai, un giorno le dissi: 'Se vinci ti regalo un gattino'. Si trattava di una prova importante, e lei doveva dare il masismo. Quando ha toccato per prima, si è girata verso la tribuna e mi ha fatto segno: 'Ci vediamo dopo'. Oggi ama semrpe i gatti ma anche i gattoni. La sua stanza è un luogo sacro, inviolabile. Io e mia moglie Cinzia non possiamo toccare niente, neanche la polvere. L'ha riempita di leoni di pelouche e al muro ha le foto di Rosolino, Fioravanti e Rummolo, i medagliati di Sidney. Accanto ai nuotatori, ci sono le foto di alcuni culturisti. L'ingresso è severamente vietato a tutti.”

Baruffa tra fratelli. Atlanta 1996. I fratelli Elmadi e Lukman Jabrailov, ceceni, lasciarono la loro patria quando i russi invasero la Cecenia, nel dicembre del 1994. Elmadi, il più vecchio dei due, era già un famoso lottatore, avendo vinto il titolo mondale nel 1989 nella categoria degli 82 chilogrammi, e poi la medaglia d'argento nel 1992 a Barcellona con la rappresentativa Unified Team che raccoglieva gli atleti delll'ex Unione Sovietica. Dopo la fuga, Lukman andò in Moldavia, Elmadi in Kazakistan. Entrambi diventarono titolari fissi delle nazionali di greco romana in quei paesi. I due speravano di non doversi incontrare mai, ma ad Atlanta si trovarono finalmente di fronte, militando nella stessa categoria di peso. Al primo turno, Elmadi superò un azerbaigiano e Lukman un australiano. La strada verso l'oro li vedeva incrociarsi negli ottavi. Vinse Elmadi, più esperto del fratello. Al termine, si abbracciarono a lungo e Lukman augurò al fratello di arrivare sul podio, ma questa volta sul gradino più alto. Elmadi lo baciò con affetto. La platea, che non aveva capito bene che quell'omonimia sul tabellone corripondeva a una stretta comunanza di sangue, rimase stupita dell'eccessivo fair play dimostrato dai due lottatori. I cronisti americani alla Tv, che invece erano a conoscenza di tutto il retroscena, scherzarono che il loro match era parso, più che altro, “una baruffa giocosa tra fratelli sul tappeto di casa”. Elmadi Zaynaydiyevich Zhabrailov non si aggiudicò l'oro, venendo sconfitto nei quarti di finale.

Winklevoss twins vs Simpson's sisters. Pechino 2008.A proposito di fratelli, c'è la vicenda quasi incredibile dei canottieri americani Tyler e Cameron Winklevoss. Tyler, il maggiore dei due, nel dicembre del 2002, all'epoca in cui era uno studente universitario di matematica a Harvard, cofondò, assieme al fratellino e a un altro compagno di classe, la Harvard-Connection (più tardi ridenominata “ConnectU”). E stiamo parlando dell'embrione di FB! L'anno dopo, Mark Zuckerberg praticamente gli rubò il progetto,  affinandolo, intuendone le enormi potenzialità e ribattezzandolo “thefacebook.com”: il libro delle facce. Nella complicatissima vicenda che li vide alle prese, a suon di carte bollate, col più furbo Mark, i due ragazzoni del New Jersey continuarono a mietere successi nel canottaggio con la “blue boat” di Oxford nel match sul Tamigi Oxford-Cambridge.  I loro idoli erano, strano a dirsi, tre campioni italiani: i fratelli Agostino e Giuseppe Abbagnale e il ciclista Mario Cipollini. Nell'estate del 2008, Tyler fu messo a capo della barca coxless-pair che prese parte alle gare al Shunyi Olympic Rowing-Canoeing Park.   Tyler e Cameron erano allenati dal famoso coach Ted Nash, già oro a Roma '60. Fallirono la qualifica in batteria ma, nel repechage, riuscirono per un soffio ad entrare nella finale a sei. Tyler e Cameron dopo le Olimpiadi furono interpretati da Armie Hammer nel film di David Fincher The Social Network. Quindi, nel gennaio del 2012, diventarono i protagonisti di una puntata della serie cartoon The Simpsons, precisamente nell'episodio 11 della stagione 23, quello intitolato: "The D'oh-cial Network". I due creatori del network che ha rivoluzionato la rete vennero mesi in acqua a Londra 2012 contro le sorelle di Margie Simpson, Patty e Selma.  Come a dire: una sfida tra autentici geni.

La medaglia ripescata.Seul 1988. E visto che l'abbiamo citato, un classico aneddoto è quello riguardante Agostino Abbagnale, punto forte del “quattro di coppia” che si aggiudicò l'oro a Seul 1988. Fu un trionfo piuttosto a sorpresa, e siccome arrivò pochi minuti dopo la stravittoria di Carmine e Giuseppe Abbagnale nel “due con”, posso affermare che le corde volcali del telecronista Galeazzi furono messe a dura prova. E forse anche il coraçon. L'equipaggio azzurro di Agostino era composto anche dal cremonese Gainluca Farina, dal savonese Piero Poli e dal napoletano Davide Tizzano. Al momento della cerimonia di premiazione, ricevuta la medaglia e al colmo della gioia,  i vogatori italiani gettarono in acqua il timoniere Tizzano, come da tradizione. Se non ché, quando questi riemerse dalle torbide acque del fiume Han, si accorse che nulla più sbrilluccicava sul suo petto. Agostino Abbagnale gli si era aggrappato addosso con tutto il peso dei suoi 96 kg e a Tizzano era rimasto intorno al collo soltanto il nastrino colorato. La medaglia finità giù a fondao. Il napoletano, preso dallo sconforto, non si dava pace: “Ora prendo una maschera e la ritrovo. Io senza medaglia da qua non me ne vado”. Ma il giorno dopo un sub coreano, rituffatosi nelle acque melmose del campo di regata, ebbe la buona sorte di ripescarla. L’atleta azzurro poté così gioire per l’oro conquistato una seconda volta. Posso aggiungere che Tizzano, terminata la sua carriera di canottiere di altissimo livello, fu anche un ottimo velista partecipando all'America's Cup con gli equipaggi del Moro di Venezia e Mascalzone Latino.

Pensieri e azioni della donna di casa volante. Londra 1948. L'atleta eponimo dei Giochi post-bellici fu una donna: Fanny Blankers-Koen. Olandese di nascita, Fanny aveva già preso parte alle Olimpiadi di Berlino ed era stata primatrice mondiale sulle 100 iarde nel 1938. All'età di trent'anni suonati, ma ancora nel pieno delle forze psico-fisiche, la Koen si iscrisse alla sua seconda Olimpiade. E stupì il mondo, capace di vincere quattro ori nei 100, 200, 80 ostacoli e 4x100.  I giornali londinesi la ribattezzarono “the Flying Housewife”, e quelli italiani, più affettuosamente: “la mammina volante”. E il bello fu che, essendo un po' anzianotta, con due parti alle spalle, non partecipò alle gare di salto in alto e in lungo, specialità nelle quali pure deteneva il record mondiale. Presa un zinzino dall’entusiasmo, affermò in un'intervista che Madame Curie, Maria Montessori, Katherine Mansfield e lei stessa erano le quattro donne più importanti del secolo. Comunque sia, la sua fama di brava donna di casa, la bionda Fanny, la giusticò allorché si piegò ai voleri del consorte. Dopo aver vinto i 100 piani e gli 80 ostacoli, si sentiva molto stanca. Corse male le eliminatorie dei 200 e pensò di rinunciare alla semifinale. Andò dal manager della squadra, Jo Pfann, e le annunciò le sue intenzioni. La Pfann avvertì subito il marito dell’olimpionica, Jan Blankers. Questi si recò dalla moglie e ascoltò le sue lamentele: “Jan, io non correrò più. Voglio ritirarmi, e questo vorrà dire anche un risultato migliore per la nostra squadra di staffetta”. Blankers rispose: “Fanny, ti pentirai di questa decisione per tutta la vita. Le tue rivali non sono veloci come te, credimi. Su, riprendi la padronanza di te stessa solo un poco. Non appena finita la semifinale, ce ne andremo a passare una bella serata fuori e a fare una cenetta da qualche parte. Tu hai solo bisogno di cambiare un po’ ed io capisco quello che senti”. Le parole erano state sagge, ma non riuscirono ad avere sulla femmina affranta l’effetto desiderato. Allora l’uomo cominciò a parlare dei loro bambini, che li aspettavano a casa come uccellini nel nido. E di come sarebbe stato bello tornare da vincenti su tutta la linea. Fanny scoppiò in un pianto liberatorio e, quando ebbe finito, si accorse che l’idea di non correre più era svanita d'incanto dalla sua mente. Alzò il viso verso il marito e chiese: “Caro, che faccia ho? Posso uscire così, con gli occhi rossi?”. Poco dopo, correva in corsia interna, nel freddo e sotto la pioggia, la semifinale dei 200, stabilendo il nuovo primato olimpico.

Due e mezzo. Londra 2012.Nessun dubbio che la più grande giocatrice di beach volley di sempre sia Kerri Walsh Jennings. Nata e cresciuta a Santa Barbara, sulle spiagge assolate della California, Kerri, assieme alla sua team-mate Misty May Treanor, ha vinto tre Olimpiadi consecutive, dal 2004 al 2012. Alta 1 e 91 per un peso forma, perfettamente tenuto a 38 anni, di 71 kg, la meraviglia californiana assime a miss Misty dal 2001 al 2012 ha formato una coppia perfetta, capaci le due bellezze di non perdere un set per due Olimpiadi e mezza: da Atene 2004 alla seminfinale con le austriache di Londra 2012: ben 32 set consecutivi vinti. E non solo, Kerri, già madre di due figli, Joseph Michael e Sundance Thomas, mentre si batteva sui campi londinesi aveva appena ospitato nel suo pancino (molto piatto, certo) la terza figlioletta, Scout Margery, che sarebbe nata otto mesi mese dopo la fine dei Giochi. Ora, dopo essersi operata per la quinta volta alla spalla, Kerri si appresta a vivere l'avventura del suo quinto torneo olimpico a Rio con la nuova compagna, la medaglia d'argento April Ross. Ma sarà molto difficile battere le favorite padrone di casa brasiliane. La sua dichiarazione ha stupito tutti: “Porterò la piccola Scout cone me: a Londra era già nella mia pancia che ballonzolava là da qualche parte, ora voglio che partecipi alla mia ultima avventura olimpica, perché è solo grazie a lei che ho avuto ancora il vento a favore per provarci ancora.”

Costruzione di un disertore. Roma 1960. Ed ora mi pare giunto il momento per una storia vera e propria. Non un aneddoto, ma una storia completa e dettagliata. È lunga rispetto al resto, ma vi assicuro che vale la pena resistere. La estraggo quasi intera dal libro L'Olimpiade dal volto umano:

Dalla rivista Vie Nuove, sovvenzionata dal partito Comunista Italiano, numero del 24 agosto 1960: «Cinquantamila dollari subito e duemila dollari al mese sono stati offerti dai dirigenti olimpionici degli Stati Uniti all'allenatore della squadra sovietica di scherma Galinski, a condizione che egli “scegliesse la libertà”, accettando di allenare la squadra statunitense. Il dirigente sportivo sovietico ha respinto l'offerta». Permettetemi di dubitare che Vie Nuove avrebbe pubblicato questa notizia se il buon Vlad Galinski, che tra l'altro non riuscì a far vincere ai suoi sciabolatori le due medaglie d'oro in palio, avesse accettato “la libertà”. Nel contesto dell'attività di spionaggio che animò il sottobosco delle Olimpiadi, la ricerca del disertore fu la ciliegina da mettere sulla torta. Diciamo subito che la torta rimase senza ciliegia per entrambe le fazioni. Due furono i casi più seguiti. Da parte americana si tentò di far disertare il lunghista ucraino Igor Ter Ovanesian.  Ricomponiamo la storia. Ovanesian aveva 22 anni e veniva da una terra, l'Ucraina, che i russi avevano sventrato e ricucito come aveva fatto loro comodo.  Ma nel 1960 l'Ucraina era una delle repubbliche socialiste nominalmente più fedeli, e in campo sportivo rappresentava la seconda corona dopo quella russa. Ovanesian era entrato nel mirino della Central Intelligence Agency per due motivi: era ucraino di stirpe armena e aveva dimostrato, nel corso della spedizione atletica  a Filadelfia, una chiara tendenza verso la cultura occidentale; in particolare, acquistava musica jazz e  leggeva libri americani in lingua originale. Sapeva dunque bene l'inglese, era cresciuto a Kiev avendo come idolo sportivo Jesse Owens. Già tutto questo bastava per farne un target. Naturalmente, gli agenti della CIA non potevano eseguire personalmente il lavoro. Individuarono come “agente all'Avana” Dave Sime, uno dei velocisti del team USA. Gli telefonarono al suo albergo a Manhattan prima che partisse per le Olimpiadi, invitandolo a prendere un volo per Washington.  Lì gli diedero l'incarico di avvicinare Ovanesian e indurlo, per gradi, alla diserzione.  Sime accettò. Studiava medicina e si sentiva un patriota. La mission non lo spaventò, mise nella valigia copie della Dichiarazione d'Indipendenza e alcuni pamphlet che elogiavano le virtù dell'american way of life, tutto stampato in russo. Coi caratteri cirillici che descrivevano una   grande nazione dove già vivevano un milione di russi e dove la libertà politica consentiva, in teoria, a un membro del partito comunista di essere eletto presidente. Una volta a Roma, Sime attaccò discorso coll'ucraino durante la “visita” degli americani ai russi del 24 agosto al Villaggio. Riprese le chiacchiere nell'allenamento congiunto del 25, cercando di non calcare la mano, e per non mettere in difficoltà Ovanesian, e per non allarmare i “commissari” sovietici. Però, propose a Ovanesian di andare a cena insieme quella sera. Sime e sua moglie Betty cenarono con Ovanesian allo “Scoglio di Frisio”, un ristorante piuttosto caro (pagava il governo USA) sulla via Merulana, non distante dal Colosseo. Sime offrì al suo ospite la “libertà” del sistema capitalista. Ovanesian mostrò incertezza, rilevando che a Kiev aveva tutto quel che poteva desiderare un giovane uomo (a parte la libertà), e cioé un bell'appartamento, un  lavoro all'accademia dello sport (il papà era professore in quell'università), un'automobile addirittura: lusso incomparabile nell'URSS. Sime disse che se voleva davvero disertare doveva incontrarsi con un altro americano, un agente del governo. Mr. Wolf era il nome in codice dell'agente, che a Roma aveva sollecitato Sime a fissare un appuntamento col “target” in un luogo fuori del controllo del KGB. L'ucraino ancora una volta accettò, a patto che all'incontro fossero presenti Sime e la moglie.   L'incontro avvenne il 4 settembre sera, e non a caso: era la sera in cui un torpedone stava portando atleti sovietici e agenti del KGB ai Castelli Romani per un tour di propaganda concertato col PCI.  Allo Scoglio di Frisio, Mr Wolf non giocò bene le sue carte, o comunque non risultò simpatico a Ovanesian, come già non era simpatico a Sime. Quando chiese all'ucraino di restare solo con lui, quello si rifiutò, uscendo dalla sala coi suoi due amici. Ovanesian confessò di essere troppo spaventato dalla prospettiva che l'agente facesse il “doppio gioco”; in quel caso, per lui sarebbe stata la fine,  un campo di concentramento in Siberia garantito nel suo futuro. Ovanesian tornò a Kiev con la medaglia di bronzo vinta nel salto in lungo, alle spalle di Boston e Roberson. Nel Rapporto Ufficiale c'è la foto dei tre sul podio, i due neri che ridono e Ovanesian con uno strano sorriso accennato, il viso pulito e i capelli tagliati “crew cut” che sembra anche lui un americano bianco degli anni '50: da Happy Days per intenderci. Il gioco di diserzione di Sime continuò anche durante una successiva spedizione sovietica negli States, ma sempre senza risultati tangibii.  Per via della fifa di Ovanesian e, probabilmente, per il timore d non lasciare il papà e la mamma da soli a Kiev, con sulla schiena il peso di un figlio disertore di rinomanza planetaria. Flop per la CIA, flop anche per la KGB, acronimo che sta per  Komitet Gosudarstvennoy Bezopasnosti: “Comitato per la Sicurezza dello Stato”. Nata nel 1954 e attiva fino al 1991, la agenzia KGB aveva come simbolo uno scudo loricato con una spada a difesa della stella rossa. In un articolo della rivista Time del 1983, si rilevò che la KGB (pronuncia russa: keghebé) era l'agenzia di raccolta di informazioni più efficiente al mondo. Nel 1960, con cinque anni appena di pratica, forse non aveva raggiunto alti standard operativi, comunque non c'era da scherzarci troppo. Uso di tecncologia all'avanguardia, spietatezza di metodi e addestramento di individui al limite del fanatismo erano i suoi caratteri. La KGB lavorava alla contro-informazione e al contro-spionaggio in un impero del terrore che ancora neppure accettava una qualsiasi forma di critica interna, giacché il romanzo Un giorno nella vita di Ivan Denisovich, scritto da  Aleksandr Solzhenitsyn, sarebbe uscito solamente nel 1962. La CIA aveva scelto come bersaglio per la defection un ucraino-armeno di buona cultura e  praticante l'atletica leggera, vale a dire uno degli sport olimpici che negli States ti permettevano di diventare una “star” e avere una vita agiata.  Con analogo giro di rotelle (i predatori ragionano nella stessa maniera), la KGB analizzò i componenti del team americano e scelse un nero di Washington che lavorava alla Libreria del Congresso e praticava a livello amatoriale una disciplina, il sollevamento pesi, che negli States  “glie dava da magnà solo le nocchie”, come si dice a Roma. Per di più – e notate qui la finezza dei capi della KGB – James E. Bradford aveva già preso parte ai Giochi di Helsinki, quindi aveva abbandonato l'attività sportiva ed era rientrato per partecipare a Roma '60. La sua paga di bibliotecario era miserrima, per lo standard di vita americano,  e la Library of Congress stoltamente l'aveva avvisato che non sarebbe stato pagato il suo periodo di assenza trascorso a difendere i colori della bandiera a stelle e strisce lontano dal suolo patrio. Cosa inconcepibile per la mentalità sovietica. Gli atleti ch “combattevano” fuori dai confini erano patrioti e tutto gli veniva spesato. In America neanche esisteva un rimborso spese. Quindi, riepilogando, l'obiettivo di diserzione della KGB era un afro-americano frustrato, non ricompensato  per il suo patriottismo, non interessato a tirare su dollari con lo sport (altrimenti sarebbe entrato nel circo dei weight-lifters professionisti che facevano tour per gli States), di cultura medio-alta e con una famiglia a carico che a malapena riusciva a mantenere. Una bella spinta e sarebbe caduto nel sacco tutto quanto coi suoi centoventidue chili di peso forma. Nel torneo dei massimi, Braford si batté bene ma nulla poté contro lo strapotere del russo Vlassov. Dovette accontentarsi della medaglia d'argento. Con quel suo trofeò tornò a Washington e nessuno venne a salutarlo, non ci furono articoli sui giornali, la radio e la televisione non lo cercarono, solo la moglie lo baciò e l'amministrazione della  Libreria del Congresso defalcò un certo quantitativo di dollari dalla sua paga dei mesi di agosto e settembre. A quel punto, toccando ormai i 32 anni, decise di ritirarsi dall'agonismo. Braford a Roma aveva fatto la conoscenza dell'ingegner  Yuryi Vlassov, un gigante con l'aria di un professore universitario e che parlava anche l'inglese. Vlassov fu “l'agente all'Avana” della KGB. Chi era Vlassov? Scrisse di lui il giornale L'Unità all'indomani dell'oro olimpico: «Yuri Vlassov, cittadino sovietico. Uno straordinario personaggio. Prima di tutto bisogna chiarire che Vlassov non ha nulla del “mostro”. È un giovane alto e slanciato, il cui rispettabile peso è tutto dato dai muscoli. Non un etto di grasso, niente “panzone” come spesso accade fra i pesisti, soprattutto fra i massimi (per esempio, il negro americano Bradford è una specie di mastodonte). Biondo, con i capelli tagliati a spazzola, gli occhiali neri che porta anche in competizione, come il nostro Berruti, Vlassov ha un'aria quasi timida...». La foto su L'Unità mostra i tre sul podio, Vlassov e i due americani da lui battuti, Bradford e Schemansky, che si stringono la mano in contemporanea. Bradford è alla destra di Vlassov, come il buon ladrone della croce. Forse in quell'occasione l'ingegnere sovietico non disse al bibliotecario americano: “Presto sarai con me in paradiso”. Però qualcosa si dissero, perché nel 1961 fu Vlassov a chiamare al telefono Bradford per convincerlo a riprendere l'attività sportiva. Lo invitò personalmente a Mosca per partecipare ad una serie di meeting. Bradford accettò. A Mosca si accorse che il suo anfitrione era considerato alla stregua di un dio. In più, aveva tutta l'oganizzazione governativa a disposizione, con lo scopo di allietare il suo soggiorno. All'arrivo all'aeroporto, scendendo dalle scalette dell'Iliuscin, Bradford trovò ad attenderlo l'amico Vlassov con una lussuosa macchina nera lunga un chilometro e l'autista. Vlassov l'informò che si trattava della stessa berlina di fabbricazione russa  preparata per la visita del presidente  Eisenhower del 1960, poi mai avvenuta a causa dell'aereo spia U-2; ma rispolverata ora dal garage apposta per lui. Nei giorni successivi, Vlassov si comportò né più né meno come Satana quando tentò Cristo nel deserto fuori Gerusalemme Gli mostrò tutte le glorie di cui avrebbe potuto godere se solo avesse alzato un dito. La maestà di una vita da star sportiva di prima classe in Unione Sovietica: lavoro di livello come “maestro dello sport”, automobile personale e trasporti gratuiti, tessera per accedere ai magazzini dei vip (qualcuno è più uguale degli altri, sai...), appartamento spazioso e rifinito nella bella Mosca, un futuro sicuro per lui e la sua famiglia. Bastava una firmetta; un annuncio al mondo e via, benvenuto nel paradiso dei comunisti. Che cosa lasceresti dietro di te? Una vita di merda in un paese di merda. Che non ti merita. Vieni con noi. Ma, proprio come Gesù, pur rimanendo impressionato dalla visione di tanti beni, Bradford non andò nemmeno vicino alla defezione. Al suo hotel a Mosca, la notte che ci stava pensando sopra, e sentì di avere bisogno di una boccata d'aria, scese nella hall e non poté uscire liberamente, perché la porta era stata bloccata. Capì allora la realtà che si celava dietro l'illusione. Così come il Cristo disse “Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto” (dal Vangelo di Matteo),  parimenti Bradford disse a Vlassov: “Penso ancora che l'America sia il più grande paese sulla terra”.

Il mio nome è Bolt, Lightning Bolt. Pechino 2008.  Il 31 maggio del 2008, in preparazione alle Olimpiadi e nel corso di un meeting a Randall Island (New York), Usain Bolt fissò il nuovo world record dei 100 metri in 9”72. Poiché la prova si svolse nel pieno di un temporale, i giornalisti lo soprannominarono “Lightning Bolt”, che in italiano possiamo tradurre in: “Tuono e Fulmine”.  Due mesi dopo, il giamaicano compiva l'impresa di aggiudicarsi l'oro nei 100, 200 e 4x100  ai Giochi Olimpici, infrangendo altrettanti record mondiali. Stupì soprattutto la sua disarmante facilità nella gara dei 100, vinta correndo in scioltezza gli ultimi venti metri, a mani basse e con una delle sue preziose scarpette dorate slacciata. Nel 2012 a Londra, l'Uomo Fulmine si ripeté, primo uomo nella storia a centrare l'obiettivo di confermarsi olimpionico nelle prove sprint. Degli avversari il fenomeno di Kingston non ha paura, li ha sempre irrisi col gesto “prova a prendermi”; mentre per il pubblico ha riservato l'altro suo trademark, quello della freccia incoccata. Pur avendo un fisico da superman (195 centimentri per 94 chili di peso forma), anche su Usain grava il sospetto dell'aiuto degli ormoni della crescita, visto che tra i venti e i ventuno anni gli riuscì di scendere di sette decimi di secondo: ebbe la classica trasformazione da “normale” in “Hulk”, solo un po' diminuita nell'apparenza dal fatto di essere alto quasi due metri. Vero è che la Federazione atletica giamaicana non rispetta un protocollo specifico sul doping, cosa che ha favorito l'ascesa irresistibile della sua favolosa squadra di sprinter, di cui l'undici volte campione del mondo è il capofila. L'unico cruccio rimanendo il pericolo delle false partenze nelle quali più d'una volta è incappato, e che dopo Pechino l'indussero a comprare i nuovi blocchi starting della Omega, per allenarsi a non farsi più pescare in errore. Nato sportivamnte col cricket e amante del soccer, Bolt ha più volte manifestato la volontà di fare il calciatore “da grande”. Molte le sue frasi celebri, ne riporto tre che testimoniano dell'ego oramai smisurato: “Se la regina Elisabetta mi insignisse del titolo di cavaliere, sarei Sir St. Leo Usain Bolt, il che suonerebbe assai strano”. “Sono una leggenda vivente, è arrivato il mio tempo”. “Il mio nome è Bolt, Lightning Bolt”.

Sentiero Lucente. Stoccolma 1912. Jacobus Franciscus Thorpe nacque in un anno imprecisato (si pensa nel 1887 o nel 1888) in una riserva algonkina dell'Oklahoma. Il suo nome vero era Wa-To-Huk, che significa “Sentiero Lucente”, per via che al momento del parto la madre, della tribù dei Sauk & Fox ma con sangue francese nelle vene, vide il sole illuminare l'ingresso della capanna, come si fosse magicamente creato un cammino tra la terra e l'astro. Vero è  che la vita di Jim Thorpe, che aveva un gemello poi morto bambino, fu simile alla giornata del sole: un'alba dorata e un tramonto rosso.  La fama e un po' di soldi gli vennero dall'american  football, nel quale fu una stella, e quindi dalle sue glorie nel track and field. Ancora ragazzo, imparò a cavalcare, nuotare, a tirare con la carabina e con l’arco. Si distinse negli sport moderni come in quelli tradizionali indiani (il lacrosse, ad esempio) e venne invitato a far parte della rappresentativa USA. A Stoccolma, vinse le due competizioni più massacranti e complesse: il decathlon e il pentathlon: complessivamente quindici gare in tre giorni. Al termine dell'ultima prova del decathlon, la corsa dei 1.500 metri (era il 15 luglio), il re Gustavo di Svezia gli consegnò la medaglia e disse: "Signore, lei è il più grande atleta del mondo". L’olimpionico rispose: “Grazie, Re”. Thorpe sarà poi vittima d'una terribile ingiustizia: gli ori olimpici gli verranno sottratti per “leso dilettantismo”, avendo giocato in una squadra di baseball a 25 dollari al mese. Duplicati delle medaglie vinte furono restituiti alla famiglia di Thorpe nel 1982, con conseguente nuova iscrizione delle sue vittorie negli annali olimpici ufficiali. Egli non ebbe, però, modo di goderne: la morte per cancro l'aveva colto tre decenni prima, finito alcolizzato in un agglomerato californiano di roulotte a vivere con la terza moglie. Nel 1951 era uscito un film dedicato alla sua storia, con Burt Lancaster a interpretarlo.

Pallapioggia.Berlino 1936.Per la prima volta il basketball si presentò alle Olimpiadi. I tedeschi lo conoscevano pochissimo, e infatti non parteciparono per evitare brutte figure. Il torneo venne disputato dai team di USA, Canada, Messico, Polonia, Filippine, Uruguay e Italia, che si classificò ultima. Non si sa perché, il comitato organizzatore del torneo decise, pochi giorni prima dell'avvio, di varare una nuova regola che proibiva agli atleti più alti di un metro e novanta centimetri di iscriversi. Gli americani protestarono (non i filippini e i messicani, tutti bassi), perché così avrebbero perso i loro tre elementi più forti, tra cui il top-scorer Joe Fortenberry, un pivot del Texas alto 2.01. l'intera sqaudra era quella rappresentate gli Universal Studios, la famosa casa cinematografica che si era qualificata ai Trials. La protesta americana (in fondo, erano loro che avevano inventato il gioco quarant'anni prima) venne accolta. Epperò, i padroni di casa ospitarono il basket in campi da tennis recintati da steccati di legno, con la sabbia rossa come superficie. Caso volle che piovve spesso durante le gare. E particolarmente nella finale tra gli Stati Uniti e il Canada, giocata nello Stadio del Tennis di Berlino. I bordi rialzati del campo funzionarono da impluvio artificiale, l'acqua invase e non si riuscì a drenarla. Nel secondo tempo, la partita si trasformò in una lotta nel fango che impediva di far rimbalzare la palla in quasi ogni zona del terreno di gioco, chiazzato da larghe pozzanghere. I giocatori nordamericani, vari di loro ridotti come in una comica di Buster Keaton, scelsero allora di passarsela semplicemente, senza farle mai toccare terra, ma ne risentì lo score finale, 19 a 8 per gli USA, che sarebbe rimasto il più misero nella storia dei Giochi. Consegnò i premi il dottor James Naimsmith, l'inventore del gioco, che scambiò battute ironiche con gli olimpionici e anche con i battuti, sul tipo: Ma che gioco pensavano fosse il basketball, questi cari tedeschi? 

Le azzurre della scherma. Sidney 2000. Dovete sapere che per molti anni il barone Pierre de Coubertin si batté affinché fosse ammesso alle Olimpiadi il suo sport preferito: l'escrime à cheval. Fortunatamente, non convinse mai i suoi colleghi del CIO, ché altrimenti avremmo avuto anche le “equinostoccate”. Personalmente, non so nulla di scherma sul piano pratico, anche se ho pubblicato un libro su uno dei nostri più grandi interpreti, Giulio Gaudini, e mi piace osservare gli azzurri e le azzurre che si allenano nella palestra al centro olimpico “Giulio Onesti” all'Acqua Acetosa (stanno proprio davanti all'ingresso della Biblioteca Sportiva). Le femmine soprattutto mi garbano: la grazia e la felina cattiveria che mettono negli “affondi”, le loro strilla da valchirie adirate, hanno qualcosa di sexy. Ed ecco alcuni aneddoti che riguardano giusto le azzurre della specialità regina, quella del fioretto. Le nostre puntuali protagoniste alle Olimpiadi. Cominciamo dalla più divertente:  al torneo individuale di Montreal, Consuelo Collino si fermò all'argento, battuta nella finale dall’ungherese Ildiko Schwarczenberger. L’italiana commentò la sconfitta con queste parole, variamente stigmatizzate dai giornali di tutto il mondo: “O.K., ha vinto ed è stata la più brava. Però lei è brutta. Io no e me ne andrò in vacanza in Costa Smeralda”.  Come darle torto? Il secondo aneddoto riguarda Irene Camber, la triestina che vinse l’oro a Helsinki ’52 sconfiggendo un'altra ungherese, Ilona Elek. Quella sera, in sala c’erano luci fortissime e le lame sprizzavano bagliori accecanti: la tentazione di chiudere gli occhi era enorme. La budapestina, bellissima bruna dai lineamenti del viso eleganti e la scherma altrettanto, aveva per abitudine d'evitare il ferro dell’avversaria. Eseguì per tre volte di seguito lo stesso movimento di fastidio per i bagliori, andando a cercare la lama della Camber. L’azzurra ne approfittò per piazzare la stoccata decisiva. Come dire: la vittoria in un lampo! Il terzo aneddoto è centrato su Antonella Ragno, la veneziana che era figlia d'arte giacché il padre Saverio aveva vinto l'oro nella spada a squadre a Berlino. Antonella, il 3 settembre 1972 eguagliò la figura paterna cogliendo l'oro a Monaco di Baviera nel torneo individuale. Nella sala Fechthalle, gremita di cinquemila persone che producevano un educato brusìo, al momento della finale lo speaker chiamò il suo nome, pronunciandolo alla tedesca con la “g” dura. Contemporanemente alla “signorina RaGno” giunse, distinta, una voce che la incitava: “Forza Lollo!”. Era la voce del babbo, morto tre anni prima. Suo il timbro, suo l’accento e soprattutto il vezzeggiativo,  “Lollo”, che usava solo lui. Irene trasse da quella voce, udita in mezzo alla folla, la volontà e la forza per assicurarsi, di lì a pochi minuti, la vittoria contro la sua temibile avversaria, favorita dal pronostico, l'ungherese Ildiko Bobis. Il quarto e ultimo aneddoto è su Diana Bianchedi, vincitrice di due ori alle Olimpiadi del 1992 e del 2000. La piccola milanese non ne sommò tre solo perché ad Atlanta  si ruppe il tendine di Achille al primo turno, quando era sul sette pari con una cinese. Le bloccarono polpaccio e caviglia con un nastro adesivo,  Diana riprese e terminò l’incontro 15-8.  Non a caso, oggi è una importante dirigente del CONI: c'è bisogno di donne con questo carattere per fare grande la scherma italiana anche in avvenire.

 Toccare al buio. Berlino 1936. Per la famosa questione della “parità dei sessi”, non mi resta che snocciolare storie anche sui nostri schermidori: impetuosi, bravi e vincenti quanto le ragazze; tant'è che la nostra prima vittoria olimpica in assoluto porta il nome d'uno sciabolatore professionista: il maestro Antonio Conte ai Giochi del 1900.  Anche qui scelgo quattro aneddoti, così come vengono. Il primo è quasi cruento e molto in stile “cavalieri d'arme”. Ai Giochi di Parigi del 1924, gli italiani fecero di tutto per favorire nel torneo individuale di sciabola il livornese Oreste Puliti, cresciuto nel Circolo Fides di Beppe Nadi. Quando il giurato magiaro Kovacs chiese la sostituzione d'un collega che non aveva richiamato per scarso impegno Bini, in azione contro Puliti, scoppiò il finimondo. Puliti apostrofò Italo Santelli, l'italiano che lavorava al servizio dei magiari: “Dì a Kovacs che potremmo risolvere la questione a bastonate, come facciamo noi fascisti!”. Si aprì un’inchiesta e Puliti venne estromesso dal torneo. Ma la cosa non finì lì. Nel novembre dello stesso anno, Puliti e Kovacs si sfidarono al confine tra l’Ungheria e la Jugoslavia. L’ungherese ebbe la peggio, rimediando ben sette ferite. Il livornese ebbe solo uno sgraffio al viso. L'aneddoto numero due concerne un oro mancato per blocco psicologico, evento non raro nella scherma. Siamo a Berlino nel 1936, protagonista è Giancarlo Cornaggia Medici, un bel ragazzo che proveniva da una famiglia lombarda di nobili tradizioni e a cui piaceva fare il viveur: giocava a carte e trascorreva le notti nei tabarin. Lo fece anche durante le Olimpiadi. Entrava nella sala di scherma la mattina presto ancora in smoking, reduce da una nottata di baldorie. Dopo essersi sfilata la giacca e avere tirato su le maniche della camicia, diceva all’allenatore, Giuseppe Mangiarotti: “Maestro, per cortesia, mi dia un po’ di lezioni”. Ma il vanesio fu punito dal destino. Capitò che, negli assalti di finale della spada individuale, doveva battersi con un greco. Se avesse vinto, l’oro non gli sarebbe sfuggito. Cornaggia si portò in vantaggio 2 a 0, e tutti gli altri schermidori italiani stavano intorno (si tirava all’aperto) a sostenerlo. Ad un certo punto, Aldo Montano gli gridò: “Hai vinto, forza Giancarlo, metti l’ultima!”. Quell’incitamento, paradossalmente, bloccò l'azzurro. Non azzeccò più una stoccata e perse incontro e torneo. Dovette accontentarsi del terzo posto, mentre argento e oro andarono a Saverio Ragno e Franco Riccardi. Il terzo aneddoto, breve, chiama in causa Fabio Dal Zotto, il fioretttista vicentino oro a Montreal '76. All'epoca appena diciannovenne, Dal Zotto venne inserito all’ultimo momento nella selezione olimpica. Stupì i suoi compagni chiudendosi in stanza per fare davanti allo specchio le prove di inchino alla cerimonia di premiazione. Tutti lo presero per un pazzo presuntuoso, ma Dal Zotto, come detto, vinse veramente, battendo in finale il bielorusso Alexander Romankov. Chiudo con una storia di tenacia che riguarda Alessandro Puccini, oro nel fioretto individuale ad Atlanta. Il pisano si preparò al torneo usando un metodo d'allenamento alquanto curioso: incrociava la lama con un collega di palestra avendo una benda sugli occhi; la stanza era piena di musica  e Alex cercava di capire i movimenti dell’avversario dai lievi rumori degli acciai che si toccavano. L’inventore della tecnica al buio era il maestro Pino Rombolà.

Doping al prosciutto e un berretto centrato. Mosca 1980. In una città trasformata, dove, secondo l'inviato del GR2 Gustavo Selva, i moscoviti parevano “tutti robot freddi e operosi” (freddi ci credo: era stata proibita la vendita pubblica di vodka durante le settimane dei Giochi...), i nostri atleti ottennero uno dei pochi successi consentiti dalla marea onnivora comunista  nel tiro a volo. Il più simpatico degli azzurri, Romano Garagnani, già argento nello skeet a Messico '68, faceva ben sperare perché, in una competizione preolimpica in Italia, aveva disintegrato 200 piattelli su 200. La sua forma era splendida, ed egli, da buon emiliano, intendeva preservarla con dell'ottimo prosciutto crudo di casa sua: quello del contadino per intenderci. Se non ché, al momento di passare la dogana all'aeroporto di Mosca, si vide un bastardino del servizio anti-droga entrare in agitazione: fiutava e fiutava come avesse sentito mezzo chilo di eroina almeno. Infine, il vivace quadrupede trovò quello che cercava: il saporitissimo prosciutto nascosto in una delle valigie. Gli italiani spiegarono ai militi russi che quella roba era il “loro stimolante speciale” per vincere le Olimpiadi. I militi, mostrandosi molto umani e poco robotici, intuirono l'assenza del drogaggio e lasciarono passare. Ma forse Romano ne fece indigestione, di quel super-cosciotto, perché poi in gara andò malissimo classificandosi solo ventottesimo. Molto meglio andò invece Luciano Giovannetti nel “trap”, cioé la fossa olimpica. Con 198 “fumate”, Lucianone  lasciò dietro di due piattelli il sovietico Yambulatov, mentre sesto si piazzò il fiorentino Silvano Basagni, anche lui in corsa quasi fino all'ultimo.  Tra l'altro, quella dell'asso pistoiese, che poi avrebbe fatto il bis a Los Angeles '84, divenne la prima medaglia d'oro in assoluto per gli azzurri alle Olimpiadi del boicottaggio. Non era previsto, però, l'alzabandiera del tricolore, e nemmeno un giradischi che suonasse l'Inno di Mameli. Per rimediare, Giovannetti lanciò in aria il suo berretto e lo centrò con l'ultimo colpo in canna. Quindi, con la complicità di un amico, fece innalzare sul pennone un tricolore d'occasione e i tifosi presenti attaccarono: “Fratelli d'Italia...”.

La beffa di Sasha Belov. Monaco 1972.Se c'è uno sport di squadra con la palla dove può cambiare tutto all'ultimo secondo, quello è la pallacanestro. Se ne accorsero i loro inventori, gli americani, la domenica del 10 settembre 1972. Quel giorno, il team USA,  imbattibile alle Olimpiadi con un record di 62 vittorie consecutive, perse contro l'URSS la sua bella verginità. Il match andò in scena quasi a mezzanotte, per le esigenze televisive americane. Una delle virtù degli statunitensi era la velocità, ma il coach Hank Iba decise di non sfruttarla, optando per una tattica più prudente. Questo fu il primo errore, che giocò a favore dei sovietici, pesanti e possenti quanto i loro avversari. Infatti, presero subito il comando, mantenendosi avanti nel punteggio per tutto il match. Con sei minuti ancora in ballo, finalmente Iba cambiò tattica, e i suoi ragazzi iniziarono ad applicare un pressing a tutto campo che immediatamente mise in gravi ambascie i “rossi”. In quella che sembrava essere l'ultima azione della partita, i soviet tenevano palla e  stavano ancora sopra, allorché il loro miglior elemento, Sasha Belov, un ragazzone di Leningrado alto due metri, inavvertitamente regalò la palla al suo avversario Doug Collins, stella degli Illinois Redbirds. Mancavano tre secondi, Collins partì in contropiede e venne bloccato da un fallo intenzionale speso da Zuran “Sako” Sak'andelidze, il piccolo georgiano del team comunista. Una botta così dura da far perdere conoscenza a Collins per qualche istante. Ma si riprese bene e imbucò col solito spin i due tiri liberi, che valevano il sorpasso. I sovietici rimisero in gioco la palla, ma due secondi dopo il capo arbitro, il brasiliano Renato Righetto,  notò animazione al tavolo della giuria e ordinò un time-out “amministrativo”. Il coach Vladimir Kondrashkin protestava di aver chiesto il time-out nel momento stesso in cui il primo tiro di Collins aveva infilato il canestro. Vedendo i russi riprendere il gioco, i giudici tedeschi avevano pensato che la decisione dell'allenatore fosse stata cancellata, e per questo avevano fatto finta di nulla. Ma ora, Kondrashkin voleva il suo. Il tabellone mostrava che c'era un secondo a disposizione, i sovietici ottennero il time-out, accennarono una giocata senza costrutto e la sirena si fece udire, con gli americani che cominciarono a saltare come forsennati per tutto il campo. A questo punto, intervenne il deus ex machina di tutte le tragedie ben confezionate, sportive e non, nella fattispecie R. William Jones, capo della Federazione Internazionale. Questi era un inglese assai pignolo. Fece osservare ai membri della giuria che, a rigor di regolamento, bisognava ricominciare da meno tre secondi, quando Collins aveva imbucato il suo primo tiro libero ed era stato chiamato il time-out. Tecnicamente, Jones non poteva “overruled” la giuria, ma l'inglese dirigeva con pugno di ferro la Federazione e, si sa, i tedeschi hanno sempre ammirato gli uomini autorevoli, per cui gli fu permesso. In un'atmosfera di suprema confusione, Kondrashkin fu freddo e buttò dentro la “point guard” Ivan Edeshko con ordini precisi. Questi operò un lungo lancio per Belov, il quale scartò due difensori e realizzò i  punti del sorpasso finale.   Per la cronaca, Alexander Belov, che vedete esultare in primo piano nella foto,  sarebbe morto per un raro tumore cardiaco nell'ottobre del 1978, all'età di 26 anni. 

La battaglia infinita.Barcellona 1992. Ricordo d'essermi appassionato alla pallanuoto con le prime cronache televisive di Giorgio Martino negli anni settanta. Quindi il film Palombella Rossa di Nanni Moretti mi svelò alcuni dei suoi segreti, le sue indicibili atmosfere. Tre anni dopo, potei godermi “la partita del secolo” della nostra waterpolo: il corrispondente di Italia-Germania 4-3 nel calcio. Era il 9 agosto del 1992 e il nostro “Settebello”, guidato dal croato Ratko Rudic, si trovò ad affrontare in finale, ospitata nella piscina Bernart Picornell, i padroni di casa della Spagna. Un match da grand'infarto, con gli azzurri sempre al comando eppure raggiunti sul sette pari da un tiro di un iberico, tale Oca, che a sentirlo solo nominare a molti italiani venne un brivido a pelle. Poi la sarabanda delle tre coppie di extra-time, ben sei supplementari uno dopo l'altro, e ticche e tacche e un golletto a me e uno a te.  E la paura che domina tutto e irrigidisce i muscoli e blocca la mente. Otto imbucate per parte fino alla botta risolutiva di Nando Gandolfi, ad appena 32 secondi dal termine del sesto tempo. Oca che si ripresenta a tre secondi dal fischio finale, ma questa volta il suo tiro da vicinissimo incoccia in pieno la traversa: altri brividi a pelle, ma c'è la vittoria! Così il critico televisivo Aldo Grasso commentò sul Corriere della Sera: «Abbiamo assistito ad uno degli incontri più interessanti e coinvolgenti di questa Olimpiade. Colpi di scena a ripetizione, pali, traverse, falli a non finire, tentativi di annegamento, reti allo scadere, suspense a piene mani. Nei tempi regolamentari non c’era quasi spazio per i replay, tanti erano i capovolgimenti di fronte. E poi i supplementari, addirittura sei, di una lunghezza televisiva sconfinata, interminabile. Quando Gandolfi ha segnato l’ultimo gol, quello del 9-8, i 32” che il video faceva pulsare in basso a destra sono trascorsi col rallentatore, frenati da una regia spagnola che cercava l’impossibile». Molti anni dopo, il grane campione iberico Manuel Estiarte definì con molto fair play quell'incontro, giocato davanti a 18.000 spettatori tra cui il re Juan Carlos, “el partido perfecto”.

L'abbraccio dell'irlandese al brasiliano che spianò la strada all'italiano. Atene 2004. Detta così, sembra una di quelle classiche barzellette in voga negli anni sessanta. E invece stiamo parlando della maratona olimpica vinta dal nostro Stefano Baldini. Una corsa che, in realtà, stava conducendo il brasiliano Vanderlei de Lima, primo da solo al trentacinquesimo km con un vantaggio di 20” sull'azzurro e i più immediati inseguitori. Ma con Baldini in rimonta, attenzione! Ed ecco il fattaccio, l'imprevedbile cucù del Fato che, giustamente in terra greca, interviene d'autorità e cambia le carte in tavola. Al km 36, un tizio vestito da Leprechaun, lo gnomo maligno della tradizione folklorica irlandese, si stacca improvvisamente dal cordone di folla e abbraccia il maratoneta brasiliano, impedendogli per qualche istante di continuare la corsa e, soprattutto, rompendo il ritmo al corridore e svuotandolo delle residue energie psico-fisiche. In diretta Tv, miliardi persone videro l'incredibile scena del pazzo uscito allo scoperto, il conseguente ghigno atroce di sofferenza e sorpresa di Lima, la sua ripresa di corsa incerta, oramai nelle braccia delle Moire, del Caos e della Notte, assicurato abbondantemente alla sconfitta. Pochi minuti dopo, infatti, Baldini col suo passo superiore l'agganciò e lo superò. Inutile il ricorso alla giustizia della Federazione atletica brasiliana: evento imprevedibile, come si dice, e quindi tecnicamente non sanzionabile. Lapidario fu il commento del coronato Stefano: “L'aggressione al brasiliano? Non l'ho vista, ma avrei vinto lo stesso, niente poteva fermarmi”.  In seguito, venne alla luce che Cornelius Horan, ex prete irlandese di 57 anni, aveva già compiuto un gesto del genere a Silverstone, durante il GP di Gran Bretagna di Formula Uno del 2003. Nell'occasione, purtroppo per Lima, “the Dancing Priest” non aveva tentato di abbracciare una Ferrari lanciata a 300 chilometri all'ora. L'avevano portato via in tempo.

La maratona dei pazzi. St. Louis 1904. E per finire in bellezza, due parole sulla maratona più strampalata della storia, disputata il 30 agosto 1904.  Tra i trentadue concorrenti iscritti solo pochi erano veri maratoneti, avendo corso la maratona di Boston, gli altri tutti mezzofondisti o neanche quello. Si contavano anche una decina di greci, giunti per ripetere il miracolo di Spiridon Louis. A piedi scalzi, si vedevano ciondolare “alla Pogba” due esponenti di una tribù sudafricana, lì per la Fiera Etnografica. C'era poi un minuscolo postino cubano di nome Felix Carbajal. L'avventura di Carbajal era iniziata all'Avana, coi soldi del biglietto del piroscafo rimediati esibendosi come artista di piazza: era bravo a fare il giocoliere. Ma appena a New Orleans, Felix perse tutto ai dadi, per cui fu costretto a saltare in corsa sui treni merci (un buon allenamento, tutto sommato) per chiudere i restanti chilometri che lo separavano da St Louis. Al via si presentò vestito con una giubba bianca di cotone e pantaloni di cuoio, ai piedi stivaloni da “gringo” e in testa una berretta. Un veterano lì presente s'impietosì del piccoletto, trovò un paio di forbici e l'aiutò a tagliare i “trousers” al ginocchio.  Non gli riuscì, tuttavia, di sfilargli i pesanti stivali, per cui Felix corse con quelli. Il nostro sarebbe arrivato quarto, svolgendo la sua maratona in maniera spensierata, fermandosi a chiacchierare nel suo “broken english”, schiacciando un sonnellino e rubando mele da un carretto (gli fecero male). Anni dopo, rivelò d'avere origini napoletane, cosa che non mi sorprende affatto. Con gli altri, Felix partì per la maratona della sua vita alle tre del pomeriggio, con un'umidità e un calore pazzeschi e le strade piene di polvere. Al km 25, il californiano William Garcia crollò svenuto: correndo con la bocca aperta aveva ingerito la micidiale polvere e questa gli aveva eroso la membrana dello stomaco, provocandogli un'emorragia. Il tragitto presentava sette colli da scalare, alcuni con ascese brutali, e solo al sesto e al dodicesimo miglio erano stati approntati banchi per l'acqua.  In molti punti, grossi sassi ingombravano la strada, e i corridori dovevano badare al traffico cittadino, alle carrozze a cavalli e ai vagoni dei tram, alla gente che camminava per cavoli suoi e ai cani che vagavano sciolti. Uno dei due indigeni “kaffir”, Len Taunyane, mentre era in ottima posizione fu obbligato ad allungare il percorso per seminare due cagnacci che avevano preso ad rincorrerlo. (Leggenda vuole che fossero stati scatenati per impedire che un nero vincesse la gara olimpica più prestigiosa). Nelle prime fasi, si mise in evidenza Fred Lorz, un muratore di New York che s'era allenato di notte. Lorz resse al caldo fino al km 17, quindi si sedette e salutò gli avversari che passavano. Uno di meno – pensarono quelli. Ma Lorz aveva un piano B: saltò su una macchina, smontò a 8 km dall'arrivo e riprese la corsa, tra gli applausi dei connazionali. Primo allo stadio, venne accolto da grida di giubilo e indirizzato al palco della premiazione, dove aspettava la ventenne Alice Roosevelt, figlia del presidente. Solo a quel punto, Lorz capì d'essersi spinto troppo oltre e rivelò l'inganno. La fronda della vittoria andò così a  uno dei favoriti della vigilia, lo statunitense di nascita inglese Thomas Hicks. Questi si aiutò a sopportare l'arsura con spugnate di Remy Martin (sì, avete capito bene) fattegli dai suoi due trainer, e nel finale lo punzicarono con iniezioni di stricnina e gli versarono  giù per la strozza una mistura di altro brandy e bianchi d'uovo. Hicks giunse al traguardo in poco meno di tre ore, ma lo passò trasportato a braccia dagli allenatori. Era talmente cotto che non poté  fare le foto di rito col trofeo. Ci vollero quattro dottori e un'ora di lavoro per recuperarlo tra i vivi. Lo condussero di peso fuori dello stadio e finì coll'addormentarsi sul tram per l'albergo. Che ne dite? Vi ho parlato o no della corsa più pazza alle Olimpiadi?